ROSA LUXEMBURG
di LELIO BASSO
“La socialdemocrazia tedesca, specialmente dopo
l’abolizione delle leggi contro i socialisti, fu il partito tipico della IIa Internazionale. Sviluppatasi in un periodo
in cui in Europa, eccetto la Russia, non sembravano esistere possibilità
rivoluzionarie, la socialdemocrazia tedesca si adattò all’esistenza dello stato
imperiale e dell’ordinamento sociale capitalistico, considerandoli come realtà
incrollabili, mentre la rivoluzione socialista si perdeva nella nebulosa
lontananza dello stato dell’avvenire. Come tutta la IIa
Internazionale, essa considerava suo compito principale quello di assicurare ed
elevare, nell’abito dello stato borghese, la materiale esistenza delle classi
operaie, ed in questo campo della politica; professionale proletaria, la
vecchia socialdemocrazia, soprattutto grazie ai liberi sindacati ad essa
legati, aveva compiuto, fino al 1914, cose notevolissime. La teoria marxista
invece, per i socialisti tedeschi come pure per tutta la IIa
Internazionale, fu soltanto il mezzo per separare ideologicamente il proprio
movimento dalla borghesia, e il radicalismo ufficiale della IIa
Internazionale si esaurì in una continua, acuta polemica contro lo stato
borghese ed i suoi organi, contro il feudalesimo e le dinastie. Si respingeva
accanitamente ogni collaborazione con il governo e con i partiti borghesi, si
votava contro il bilancio, si combatteva contro la politica estera e militare
del governo, ma non si prendevano affatto in considerazione i procedimenti
reali, attraverso i quali lo stato esistente avrebbe potuto un giorno essere
trasformato.
La socialdemocrazia ufficiale tedesca
dell’anteguerra, il cui rappresentante era Augusto Bebel, univa così ad una
grande attività politico-sociale un formale passivo radicalismo in tutti gli
altri campi della vita pubblica. Il medio funzionario socialdemocratico non
aveva nessun intrinseco rapporto con i problemi di politica estera e quelli
militari, della scuola e della giustizia e nemmeno con quelli dell’economia in
generale, specialmente riguardo alla questione agraria. Egli non immaginava mai
che sarebbe venuta il giorno in cui lui, il socialdemocratico, avrebbe dovuto
risolvere tutti questi problemi; a lui stava, a cuore tutto ciò che si riferiva
in senso stretto agli interessi professionali dell’operaio industriale e in ciò
era abile od attivo. Quello che, forse, subito dopo lo interessava era al più
la questione del diritto elettorale... Le elezioni politiche erano il barometro
della situazione del movimento socialdemocratico e la conquista di un collegio
elettorale era il più alto premio per la locale organizzazione socialista...”.
“Il piccolo gruppo dell’estrema sinistra rigettava
la opinione, secondo cui si doveva fare i conti con una situazione stabile sia
politica che economica ancora per un lungo periodo e, profetizzando in un
prossimo avvenire grandi guerre e di conseguenza violente scosse
rivoluzionarie; esigeva che la socialdemocrazia orientasse la propria politica
conformemente a queste previsioni, preparando i lavoratori ad attive lotte
rivoluzionarie per la conquista del potere”. (Arthur
Rosenberg - Storia della Repubblica
tedesca, Leonardo - Roma 1945, pp. 13-16).
Di questa estrema sinistra fu anima e cervello per
circa un ventennio Rosa Luxemburg, la quale rappresentò costantemente la
tradizione del marxismo vivo contro tutte le deviazioni, gli opportunismi e i
tradimenti. E come la politica della socialdemocrazia ufficiale, fondata sulla
separazione del programma massimo rivoluzionario e dell’attività pratica riformista,
doveva logicamente condurre alla capitolazione del 4 agosto 1914 e
all’impotenza rivoluzionaria del 9 novembre 1918, così la polemica implacabile
e continua di Rosa Luxemburg contro l’atteggiamento del partito doveva
logicamente condurla, alla più aperta lotta contro questa capitolazione e
contro questa impotenza, che si risolveva in un effettivo tradimento. E come
testimoniò con oltre tre anni di carcere durante la guerra la sua opposizione
alla politica ufficiale del Partito, così il 15 gennaio 1919, testimoniò con la
sua morte la propria opposizione alla politica di restaurazione borghese
condotta dal Governo socialdemocratico.
Non è possibile dare in breve spazio un’adeguata
analisi del pensiero e dell’azione di una dei più grandi spiriti marxisti, ed
io mi limito qui soltanto ad accennare ad alcuni momenti della sua polemica,
soprattutto per la miglior intelligenza dei passi che seguono. Alla lotta
contro il revisionismo, l’opportunismo e il riformismo essa dedicò una gran
parte della sua produzione scritta e dei suoi discorsi, nei congressi, sulle
riviste teoriche e sui giornali, specialmente dei movimenti operai tedesco e
polacco. Nel suo saggio Riforma sociale o
rivoluzione?, pubblicato nel 1899 in polemica contro Bernstein; essa
dimostra l’impossibilità di realizzare il socialismo semplicemente con l’azione
sindacale e parlamentare, trattandosi di azioni che non possano non esaurirsi
nell’ambito della società borghese, e oppone a queste visioni unilaterali che,
concependo la storia come uno sviluppo indefinito lungo una linea retta,
immaginano il socialismo come una meta lontana al termine di questo sviluppo e
quindi sfornita di qualsiasi interesse pratico, la concezione dialettica della
totalità del processo storico, che precede fra contrasti e antinomie, per cui
da un lato il capitalismo sviluppa i processi produttivi in senso sempre più
rispondente alle esigenze collettive e viceversa esaspera l’anarchia e il
contrasto dei rapporti di classe, e dall’altro lato il proletariato lotta sul
terreno sindacale e parlamentare per conquistare migliori condizioni di vita
nel quadro della presente società ma attraverso questa lotta acquista la
coscienza che la soluzione dei suoi problemi, e cioè la sua reale
emancipazione, sta nella distruzione e nel superamento degli attuali rapporti
sociali. Per cui il socialismo si prepara ogni giorno, obiettivamente
attraverso la crisi del mondo capitalistico che sempre più si aggrava e si
manifesta attraverso fenomeni sempre più gravi (crisi economiche e guerre) che ne
preannunciano il crollo finale, e soggettivamente attraverso il snaturarsi
della coscienza e dell’organizzazione del proletariato quale nuova classe
dirigente.
Dotata come pochi altri marxisti del senso vivo
della totalità del reale e della inestricabile concessione di tutti i fenomeni,
Rosa Luxemburg ha affrontato lo studio di questi diversi aspetti della marcia
al socialismo. Per quanto riguarda gli aspetti obiettivi, essa va annoverata
fra i principali studiosi dell’imperialismo. Nonostante che parecchie delle sue
conclusioni non siano accettabili; la sua opera fondamentale sull’Accumulazione del capitale, apparsa nel
1913, è ancor oggi un prezioso contributo allo studio della politica
imperialistica, specialmente per quanto riguarda la politica coloniale, Giorgio
Lukasz considera quest’opera e Stato e
Rivoluzione di Lenin “le due opero fondamentali con le quali rinasce
storicamente il marxismo” (Lukasz - Rosa
Luxemburg als Marxist,
in Kommunismus,
1921, N. 1-2 pagg. 4 segg., ristampato in Geschichte und Klassenbewusstsein,
e tradotto in Rassegna Comunista,
rivista del P.C.I., 1921, n. 14-15-16). Ma non solo
degli aspetti economici dell’imperialismo nei quali era particolarmente versata
e a cui dedicò anche i suoi corsi alla scuola di partito pubblicati in volume
postumo, essa ebbe campo di occuparsi, bensì anche degli aspetti militari che
sono un momento fondamentale dell’imperialismo. La sua lotta contro il
militarismo prussiano fu costante e tenace, ciò che le valse anche un clamoroso
processo ed un anno di carcere. Ma in questa sua lotta essa non denunciava il
militarismo come un fatto isolato ed eliminabile dell’attuale società; al
contrario essa lo vedeva, in connessione con tutti gli altri problemi economici
e politici, come momento necessario di una politica che doveva necessariamente
sboccare nella guerra imperialistica.
E allo scoppio della guerra imperialistica essa
dedicò tutta la necessaria attenzione, prevedendo in essa il momento culminante
dalla crisi del capitalismo e del conseguente avvento del proletariato al
potere. Al Congresso di Parigi della II Internazionale del 1900, relatrice per
la IV Commissione sul problema della guerra, essa affermava la necessità di
abbandonare le vecchie formule stereotipe, e pronunciava un discorso in cui, fra
l’altro, era detto: “La politica del militarismo si è generalizzata e si è
accentuata sotto la forma della politica mondiale dell’imperialismo. Non si
tratta più dell’armamento che costituisce la preparazione a una possibile
guerra fra due o tre stati vicini; è un militarismo che fa correre
costantemente a delle conquiste coloniali nuove tutte le grandi nazioni del
mondo… Veramente la società borghese è entrata in una fase nuova della sua
evoluzione; il mondo capitalista prende un nuovo slancio nel suo sviluppo, ma
vi esaurisce il suo ultimo sforzo e precipita il momento fatale del suo
crollo... All’inizio del movimento socialista, si supponeva generalmente che
sarebbe stata una vasta crisi economica che avrebbe segnato il principio della
fine, la grande disfatta dei capitalismo. Ora, questa supposizione ha perso
molte probabilità, ma appare sempre più probabile che sia invece una vasta
crisi politica mondiale che farà suonare l’ora della morte del capitalismo”.
Più tardi, al Congresso dell’Internazionale di Stuttgart
del 1907, in pieno accordo con Lenin, essa sviluppò questo punto di vista nelle
sue conseguenze pratiche. Fu Lenin anzi che volle Rosa Luxemburg fra i delegati
e le cedette un posto nella delegazione del Partito bolscevico. E fu Rosa
Luxemburg che, a nome della delegazione russa e di quella polacca, svolse il
famoso emendamento che portava, oltre alla sua firma, anche quella di Lenin, e
che accettato poi anche da Bebel, fu approvato dal Congresso. Il valore di
questo emendamento stava nel fatto che, dopo che nella risoluzione preparata da
Bebel si era parlato della necessità di lottare contro il pericolo di guerra,
si affrontava finalmente l’ipotesi che la guerra scoppiasse egualmente
nonostante l’opposizione del proletariato e si dettavano a questo le norme
pratiche d’azione per tale eventualità: utilizzare la crisi provocata dalla
guerra per agitare le masse popolari onde accelerare la caduta del dominio di
classe capitalistico.
Per ottenere il consenso del congresso Rosa
Luxemburg si era richiamata in modo particolare alle esperienze della
rivoluzione russa, che già le aveva fornito materia per una vivace polemica con
Bebel al Congresso della socialdemocrazia tedesca a Iena (1906) e, soprattutto,
per uno studio importante sullo Sciopero
generale, Partito e Sindacati pubblicato nel 1906. Questo studio ci offre
un esempio particolarmente vivo del modo con cui Rosa Luxemburg sentisse
l’unità e la concretezza del processo storico, e, in esso, dell’azione politica
e rivoluzionaria, che non ubbidisce a schemi organizzativi e, non subisce
imposizioni esterne, non può mai essere astratta dalla totalità della
situazione sociale da cui nasce, in cui si, svolge e che essa a sua volta
modifica, in un ritmo dialettico continuo di cui ogni momento è inseparabile dagli
altri, elementi oggettivi e soggettivi, organizzazione e coscienza di classe,
aspetti economici e aspetti politici, capi e masse. A torto si è sostenuto che
Rosa Luxemburg sia una sostenitrice della “spontaneità” delle masse: essa si è
semplicemente limitata a constatare marxisticamente
che le rivoluzioni, come gli scioperi generali, non si improvvisano a comando,
perché sono fenomeni che interessano le più vaste masse popolari e che possono
mettersi in movimento solo quando ne esistano le condizioni, quando cioè le
masse sentano la spinta, inferiore all’azione, ma essa sapeva che quest’azione
può dare frutti solo se è coscientemente diretta da una dottrina rivoluzionaria
e sorretta da un’organizzazione di partito. Tutta la sua polemica con Berstein era
stata appunto una difesa della rigorosa teoria marxista come guida dell’azione
del proletariato, ciò che è in evidente contrasto con ogni teoria della
spontaneità, ma al pari della teoria essa sentiva la necessità dell’intima
adesione delle masse, della necessità che lo sviluppo della coscienza di classe
procedesse di pari passo, o addirittura sopravanzasse lo sviluppo dei fattori
obiettivi nella direzione del socialismo.
Come osserva Lukasz questa concezione riflette
l’unità marxista di teoria e pratica, presente sempre nel pensiero luxemburgiano, dove al partito aspetta il compito grandioso
di “dar corpo alla coscienza di classe del proletariato e alla consapevolezza
della sua missione storica”, nel quale cioè la dottrina si fonde con la volontà
cosciente delle masse, e grazie al quale “la conoscenza diviene azione, la
teoria parola d’ordine, la massa che segue questa parola d’ordine si aggrega
sempre più ferma, più cosciente e risoluta alle vie della avanguardia
organizzata… La coscienza di classe è l’etica del proletariato, l’unità della
sua teoria e prassi, il punto in cui la necessità economica della lotta
emancipatrice si trasforma dialetticamente in libertà. Riconosciuto il partito
come forma storica e come personificazione attiva della coscienza di classe
esso diviene nello stesso tempo l’esponente dell’etica del proletariato in
lotta. Questa sua funzione deve determinare la sua politica”.
Data questa sua concezione dello sviluppo
dialettico della società capitalistica verso una crisi suprema e del proletariato
verso una coscienza rivoluzionaria, i suoi atteggiamenti pratici non potevano
non essere in favore di una lotta continua e sempre più vasta della classe
operaia contro la politica dell’imperialismo, sia in pace che, a maggior
ragione, in guerra. La capitolazione della socialdemocrazia, che il 4 agosto
1914 votò i crediti di guerra che aveva sempre rifiutato in pace, trovò R
Luxemburg fra i più decisi avversari. Con Franz Mehring fonda la rivista “Die Internationale”
di cui esce solo il primo numero con un articolo della Luxemburg sulla
necessità di una nuova Internazionale; arrestata per una precedente condanna,
prepara in carcere la tesi che il gruppo della Internazionale, di cui facevano parte, oltre a lei e Mehring, anche
Liebknecht, Clara Zetkin, Ernst Meyer,
ecc., avrebbe dovuto adottare per la propria azione in Germania e svolgere a Zimmerwald; e infine, quale svolgimento di questa tesi,
scrive il famoso opuscolo su La crisi
della socialdemocrazia, pubblicato in Svizzera sotto lo pseudonimo di Junius e diffuso illegalmente in Germania. É noto come
questo opuscolo, conosciuto normalmente sotto il nome di Juniusbroschüre, fosse accolto
con grande favore da Lenin che vi dedicò uno studio (ripubblicato in Gegen den Strom, 1921, pp. 415 sgg.), in cui polemizza con alcuni
errori contenuti nello scritto della Luxemburg in omaggio, egli dice, al dovere
di autocritica, ma ne riconosce il profondo carattere marxista e la grande
funzione che lo scritto stesso aveva ed avrebbe ulteriormente esercitato nella
lotta contro l’opportunismo capitolardo e per un
passaggio all’azione rivoluzionaria. É infatti, nonostante che
Rosa Luxemburg abbia trascorso quasi interamente in prigione il periodo, della
guerra, essa partecipa intensamente all’attività del gruppo e collabora alle “Lettere di Spartaco”, che diffondono
illegalmente il suo pensiero e quello dei suoi amici. Fu soprattutto per merito
della straordinaria capacità organizzativa e della ferrea volontà di Leo
Jogisches, il compagno della vita e dell’opera di Rosa Luxemburg, se la Lega
Spartaco poté divenire un’organizzazione di militanti attivi che influenzava
strati sempre più larghi del proletariato. E l’8 novembre 1918 il gruppo
Spartaco, l’antico gruppo dell’Internationale, lanciava agli operai e ai soldati il
proclama rivoluzionario che li invitava ad assumere il potere.
È noto che le cose andarono diversamente, che la
tradizione socialdemocratica fece arrestare a mezza strada lo slancio
rivoluzionario e il potere finì non nelle mani degli operai e dei soldati, ma
dei vecchi capi socialdemocratici Ebert e Scheidemann, la cui principale preoccupazione era quella di
evitare una rottura con la vecchia legalità borghese, fossero o non consapevoli
che se non si fossero spezzati i quadri della legalità borghese si sarebbe
inevitabilmente restaurata la potenza capitalistica e ricostituita in tutti i
suoi aspetti la vecchia società. Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht lottarono
con tutto le energie contro questa soluzione, con la certezza che lo
svolgimento ulteriore della lotta avrebbe in pochi mesi risvegliato la
coscienza di classe e mobilitato le immense riserve del proletariato tedesco,
ma senza le facili illusioni degli utopisti che bastassero dei colpi di mano
per mutare il corso della rivoluzione.
Gli scritti e i discorsi di Rosa Luxemburg in
questi ultimi due mesi della sua vita, il programma della Lega Spartaco (Was will der Spartakusbund?), il
discorso al Congresso della Lega che mutò il nome in quello di Partito
Comunista Tedesco (29-31 dicembre 1918), gli articoli sulla Rote Fahne, sono fra le cose più vive della
letteratura rivoluzionaria. Rosa Luxemburg che in carcere, durante la guerra,
aveva scritto delle note sulla rivoluzione russa in cui fra l’altro criticava i
bolscevichi per lo scioglimento dell’assemblea costituente, si rendeva conto
nel corso della rivoluzione tedesca delle esigenze storiche inesorabili che
avevano obbligato i bolscevichi a scegliere fra il potere rivoluzionario dei
consigli che rappresentava il nuovo regime del proletariato, e l’assemblea
costituente che era espressione di una democrazia formale borghese. Ed essa
stessa prese in Germania posizione contro il potere borghese, e cioè contro
l’assemblea nazionale, e in favore del potere rivoluzionario, cioè dei consigli. Nettamente essa pose
dinanzi alla coscienza del movimento operaio tedesca il dilemma a cui non era
possibile sfuggire: o spingere avanti la rivoluzione socialista secondo le sue
proprie esigenze e senza indulgere al passato, o ricadere sotto una
restaurazione del potere capitalistico, fatalmente reazionario.
Tutti i difensori del vecchio ordinamento, dagli
ex-ufficiali del Kaiser fino ai socialdemocratici governativi, videro subito in
Rosa Luxemburg e in Carlo Liebknecht i soli grandi avversari con cui bisognava
fare i conti. E l’incitamento all’odio e all’assassinio contro questi due
grandi capi della classe operaia crebbe ogni giorno. I giornali, i manifesti, i
discorsi, tutti gli strumenti della propaganda furono mobilitati per denunciare
all’opinione pubblica i capi della Lega Spartaco come i responsabili della
tragedia dei popolo tedesco. E quando, in occasione di una sommossa spartachiana a Berlino, non voluta né da Rosa Luxemburg né
da Carlo Liebknecht, Noske chiamò a Berlino truppe
imperiali per combattere gli operai, la caccia ai capi spartachiani
fu spietatamente organizzata. Rosa Luxemburg non volle fuggire. Residuo di
romanticismo in colei che Franz Mehring riteneva il più forte cervello
marxista, come opina lo storico Rosenberg? Unità teorica e pratica del suo
agire, che le impedì fino all’ultimo di staccarsi dalle masse di cui doveva
contribuire a formare la coscienza, come ritiene Lukasz?.
Il 15 gennaio Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht
furono arrestati e immediatamente assassinati; pochi giorni dopo veniva arrestato
e assassinato Leo Jogisches. Franz Mehring, lo storico del movimento operaio
tedesco, l’autore della migliore biografia di Marx, non resisteva al dolore per
la perdita dei suoi grandi amici e si spegneva subito dopo.
Il proletariato tedesco perdeva così i suoi capi
migliori nel momento più difficile. La reazione aveva individuato bene il suo
bersaglio.