Norimberga dimenticata
di LELIO
BASSO
Sabato scorso, 16 ottobre, cadeva il trentesimo
anniversario delle esecuzioni di Norimberga. Quella notte, nella palestra del
carcere di questa città, fra l’una e mezza e le tre, furono impiccati dieci
gerarchi nazisti, fra cui l’ex ministro degli esteri Ribbentrop,
l’ex comandante supremo delle forze armate germaniche generale Keitel, il teorico del nazismo Rosenberg, ed altri. Un
responsabile maggiore, Goering, braccio destro di
Hitler, si era avvelenato in carcere prima dell’esecuzione. Lo stesso Hitler e
il suo ministro della propaganda Goebbels si erano
suicidati prima di cadere nelle mani degli alleati. Un processo analogo ebbe
luogo a Tokio contro i criminali giapponesi.
Non era mai accaduto prima nella storia che i capi
di un paese sconfitto fossero sottoposti a un pubblico processo, condannati e
giustiziati ad opera delle potenze vincitrici, in base a norme di diritto
emanate dai vincitori stessi dopo la fine della guerra, ma con valore
retroattivo. Sul piano politico e morale non c’è dubbio che i condannati,
responsabili della morte di milioni di persone, meritassero la pena più severa;
anzi si può dire che il Tribunale interalleato di Norimberga fu eccezionalmente
indulgente verso alcuni imputati che furono assolti nonostante le loro gravi
responsabilità, come von Papen
e verso altri che furono condannati a pene relativamente leggere. Sul piano
strettamente giuridico, i processi di Norimberga e di Tokio diedero luogo a
serie discussioni, appunto perché il giudizio fu pronunciato in base a leggi ad
hoc emanate dagli stessi vincitori successivamente alla commissione degli atti
incriminati.
L’opinione pubblica mondiale accettò tuttavia con
soddisfazione la sentenza. Essa suonava come un ammonimento ai futuri governanti,
fatti ormai coscienti che avrebbero potuto pagare di persona eventuali crimini
della stessa natura, e che non avrebbe potuto coprirsi né dietro le leggi del
proprio paese, né dietro la ragion di stato, e neppure dietro ordini
regolarmente ricevuti da superiori, nel caso si fosse trattato di subalterni.
Come fu sottolineato allora dalla stampa, e dalla stessa pubblica accusa, il
processo di Norimberga apriva una pagina nuova nella storia dell’umanità: la
difesa dei diritti delle genti e degli uomini contro la prepotenza e il sopruso
della forza non era più affidata soltanto all’inchiostro dei trattati, ma alle
forche che punivano per la prima volta i colpevoli.
I delitti puniti dal diritto internazionale
inaugurato a Norimberga erano di tre specie: crimini contro la pace, cioè il
delitto d’aggressione, crimini di guerra, cioè l’impiego di mezzi delittuosi
nelle operazioni belliche contro le forze armate nemiche, e crimini contro
l’umanità, cioè contro la popolazione civile non combattente. Tutto ciò costituiva
un vero corpus di diritto penale internazionale, che s’inquadrava perfettamente
nell’atmosfera antifascista e antinazista che la guerra prima e, poi, la
rivelazione dei crimini di Hitler, avevano sollevato nel mondo. Roosevelt aveva dato una voce alle speranze di un mondo
rinnovato in cui fossero realizzate finalmente le “quattro libertà”, com’egli
le aveva chiamate, e la nascita dell’ONU, nel ‘45 si annunciava appunto,
attraverso i discorsi ufficiali, come l’istituzionalizzazione di questo nuovo
ordine in cui i popoli tutti fossero garantiti contro il ritorno della
prepotenza e dell’aggressione. Le macabre forche di Norimberga apparvero allora
come la sanzione materiale che suggellava le nuove norme di diritto.
Trent’anni sono passati e mai, forse, come in
questo momento siamo stati lontani dai principi giuridici e morali proclamati
allora. L’aggressione è diventata regola abituale attraverso la tecnica del
colpo di stato preparato dall’esterno, e il mondo si è talmente assuefatto ad
accettare questa regola che una commissione del Senato americano può
permettersi di denunciare questi crimini commessi in passato dalle autorità
statunitensi soprattutto in America latina, mentre le medesime autorità
continuano impunemente a commetterne altri, p. es. in Tailandia. Crimini di
guerra e crimini contro l’umanità hanno toccato nella guerra del Vietnam dei
vertici mai prima d’ora raggiunti: oltre il genocidio perpetrato, anche il
biocidio (la distruzione di ogni, forma di vita) e l’ecocidio (la distruzione
della natura stessa) sono stati praticati su larga scala con l’uso di micidiali
diserbanti che hanno ridotto in condizioni spettrali vaste zone di territorio.
In Indonesia sono stati massacrati centinaia di migliaia di comunisti e in
America latina i delitti contro l’umanità sono diventati il fondamento su cui
poggiano regimi che poi sono tranquillamente accolti con tutti gli onori nella
comunità internazionale (la campagna contro Pinochet
non può far dimenticare che i regimi del Brasile, dell’Argentina, dell’Uruguay,
della Bolivia, del Nicaragua, ecc non sono migliori). Il disprezzo per il
diritto dei popoli all’autodeterminazione, che pur costituisce un fondamento
tante volte proclamato del diritto internazionale, si è manifestato chiaramente
fin dal 1947 con l’attribuzione della Palestina e Israele, senza nessuna
consultazione dei palestinesi, e si è riconfermato recentemente con la cessione
da parte della Spagna al Marocco e alla Mauritania del Sahara occidentale,
anche questa volta senza adeguata consultazione della popolazione.
Siamo dunque caduti così in basso da accettare con
tanta indifferenza crimini non meno gravi di quelli che sollevarono
l’indignazione dell’umanità or son trent’anni e che
dieci persone pagarono con la forca?