L’offensiva
di Carter e i diritti dell’uomo
di LELIO BASSO
Mentre mi accingo a scrivere queste righe, il
segretario di stato americano Vance sta affrontando a Mosca il difficile
negoziato sul disarmo e la limitazione degli armamenti strategici, negoziato reso
ancor più difficile dalle prese di posizione di Carter sul dissenso sovietico
(incontro con Bukovski, lettera a Sacharov, eccetera). Quali siano in questo
campo le vere intenzioni di Carter, se egli, pur di insistere nella sua
campagna in favore del rispetto dei diritti umani nell’URSS, sia disposto a far
fallire il negoziato o se invece si tratti di una mossa propagandistica o di
una pedina nel giuoco complicato della trattativa, è argomento all’ordine del
giorno oggi in tutti i circoli politici e su tutta la stampa nel mondo.
Ho già esposto martedì scorso i miei dubbi sulla
validità delle iniziative di Carter, nel campo dei diritti umani, tanto sulle
sue reali intenzioni quanto sulle sue possibilità di realizzazione. Ma
l’analisi della settimana scorsa era rivolta e dare un giudizio sull’indirizzo
politico generale di Carter, mentre l’argomento di oggi vuol essere
specificamente quello del rapporto con l’URSS e dei problemi che esso suscita.
Devo dire subito che, soffermandomi su
quest’aspetto, i miei dubbi sulla purezza delle intenzioni dei presidente
americano sono aumentati. Avevo già notato come tanto il rappresentante
americano alla Commissione per i diritti dell’uomo dell’ONU quanto quello
all’ONU avessero dovuto subire delle sconfessioni in relazione alle posizioni
da essi assunte circa le responsabilità degli stessi Stati Uniti in Cile e
dell’Inghilterra in Rhodesia. Ma quel che mi spinge a dubitare ancora
maggiormente è l’analisi delle indicazioni fornite da Carter stesso: infatti,
oltre all’URSS, egli ha menzionato qualche stato dell’America latina, come la
Bolivia e l’Argentina ma ha taciuto di tutti i paesi asiatici legati alla
politica americana, come le Filippine, la Corea del Sud, l’Iran, ecc., dove i
diritti dell’uomo sono calpestati in maniera sistematica e massiccia. E ha
taciuto, naturalmente, di un paese soggetto al dominio diretto degli Stati
Uniti, come Porto Rico. Senza contare che fra i diritti dell’uomo ci sono anche
diritti sociali, che sono sistematicamente ignorati nei paesi capitalistici.
Ma ciò che induce maggiormente a pensare che si
tratti di un’offensiva propagandistica i cui scopi non sono chiari, è la
richiesta avanzata da Carter per un aumento degli stanziamenti a favore delle
stazioni radio che maggiormente insistono nella propaganda antisovietica, come
Radio Europa Libera, le cui gesta rimasero tristemente famose all’epoca della
rivolta di Budapest del 1956, incoraggiata dalle promesse d’aiuto che questa
radio aveva apertamente lanciato.
Ma a parte queste considerazioni sulla purezza
delle intenzioni americane, c’è un altro discorso da fare che riguarda
l’opportunità politica di questa offensiva nel momento stesso in cui si dice di
voler lavorare per il disarmo e per la distensione: anzi non ci si accontenta
neppure, di una limitazione degli armamenti strategici, ma se ne chiede la
riduzione. L’avvenire del mondo, l’avvenire politico ma anche economico - data
la dimensione assunta dalle spese di riarmo - è sospeso al filo di questa
trattativa e nessuno può illudersi che essa possa fare seri passi avanti in un
clima di accesa propaganda da guerra fredda. Speriamo che le prossime mosse ci
aiutino a meglio comprendere le intenzioni di Carter, dato che ci rifiutiamo di
credere che egli possa nutrire intenzioni di sabotaggio. A meno che come è
stato da più parti supposto, non si voglia far fallire la fase delle trattative
condotta da Vance, per aprirne una seconda che permetta al nuovo consigliere
presidenziale di registrare un successo personale, che gli dia di colpo il
prestigio che in questo stesso modo fu conquistato da Kissinger.
Fatte tuttavia queste riserve sulla posizione di
Carter, mi preme dire che su un punto sono d’accordo, cioè sul diritto di
ciascun paese di interloquire sulla violazione dei diritti dell’uomo in altri
paesi, senza che ciò debba interpretarsi come indebita ingerenza nella sfera
dell’altrui sovranità. La realtà moderna ha molto ridimensionato il concetto di
sovranità, dando sempre maggiore risalto a quello dell’interdipendenza. Sono
molti ormai i campi in cui il diritto internazionale riconosce una sfera di
legittimi interessi della comunità internazionale. E non si tratta soltanto di
problemi come la Luna o la stratosfera, come il polo o l’inquinamento dei mari
o dell’atmosfera. C’è un interesse legittimo della comunità internazionale a
salvaguardare quello che è uno dei beni più preziosi dell’umanità, cioè la pace
che è appunto il bene supremo tutelato dall’ONU.
Sono molti gli strumenti internazionali che
riconoscono come la violazione sistematica dei diritti dei popoli o dei diritti
dell’uomo costituiscano obiettivamente una minaccia alla pace. C’è dunque un
interesse legittimo di tutta la comunità a garantire il rispetto di quei
diritti, la cui violazione potrebbe mettere in pericolo la pace.
D’altra parte, se così non fosse, perché l’ONU
avrebbe dovuto votare una dichiarazione universale dei diritti dell’uomo? E
perché la conferenza di Helsinki, nella sua dichiarazione finale, avrebbe
dovuto affermare che “gli Stati partecipanti rispettano i diritti dell’uomo e
le libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o
credo per tutti”, o che “gli Stati partecipanti riconoscono il significato
universale dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali il cui
rispetto è un fattore essenziale della pace, della giustizia e del
benessere necessari ad assicurare, lo sviluppo di relazioni amichevoli e della
cooperazione fra loro, come fra tutti gli Stati”? O ancora che “essi rispettano
costantemente tali diritti e libertà nei loro reciproci rapporti e si adoperano
congiuntamente e separatamente, nonché in cooperazione con le Nazioni Unite, per
promuoverne il rispetto universale ed effettivo”?
Parlare di sovranità nazionale in questo specifico
caso, è un modo per dire che ciascuno può violare impunemente i diritti
dell’uomo in casa propria senza essere disturbato e senza disturbare gli altri,
come di fatto accade da sempre. Che cose può fare infatti una Commissione dei
diritti dell’uomo dell’ONU, fra i cui membri si trovano p. es. paesi come
l’Iran? La battaglia che da anni ho ingaggiato, soprattutto attraverso il
Tribunale Russell, proprio a questo mira: a far riconoscere che il rispetto dei
diritti dell’uomo e dei diritto dei popoli è un dovere di ciascuno stato nel
confronti della comunità internazionale e che la loro violazione costituisce un
crimine internazionale. Il Tribunale Russell voleva essere proprio l’auspicio e
l’anticipo di un Tribunale internazionale per punire i crimini internazionali
ovunque si compiano.