L’educazione
della classe lavoratrice
e la Riforma Gentile
Nello sforzo di rinnovamento che va compiendo il
“Governo Nazionale”, nell’assolvimento del suo “compito immane” per la
restaurazione del “valori ideali” e la formazione della “Nuova Italia”, esso ha
trovato modo di regalarci anche la Riforma Gentile per l’istruzione. Riforma
vasta, complessa, multiforme, che investe tutto l’ordinamento scolastico, dai
più minuti particolari fino alle sue basi stesse, anzi più in giù, sino a
scalzare la cosiddetta funzione etica dello Stato, il quale viene infatti, con
essa riforma, ad abdicare, nelle mani di speculatori e di preti, alla funzione
che dovrebb’essere etica per eccellenza, l’educazione del popolo.
Io non insisterò su quel lato della riforma che
rappresenta il trionfo della conclamata libertà d’insegnamento, cioè, in
sostanza, l’asservimento della Scuola alla Chiesa. Sotto questo aspetto la
riforma non è che un episodio dell’avvicinamento del Vaticano al Viminale, di
quel connubio fra Stato e Chiesa, che fu già glorioso vanto della borghesia
l’avere spezzato dopo una lotta secolare, e che oggi in Italia, nonostante qualche apparenza contraria, è
di nuovo un
fatto compiuto.
E nemmeno mi soffermerò sui particolari della
riforma: intendo solo metterne in rilievo il concetto informatore, che è stato
chiaramente espresso dallo stesso Ministro della Pubblica Istruzione nella nota
intervista col “Giornale d’Italia” con parole significative che meritano di
essere riferite: “Lo spirito della riforma tende proprio a questo: a diminuire
e ridurre la popolazione scolastica che, negli ultimi anni, per universale
riconoscimento, era cresciuta sino a diventare pletorica”. Il che si risolve,
come fu bene osservato, non già nel limitare - come pretenderebbe il Ministro -
il numero dei laureati e degli aspiranti alle professioni liberali, i quali,
provenendo quasi tutti dalla borghesia, troveranno facilmente i mezzi di
supplire alla deficienza delle scuole; ma soprattutto nell’ostacolare alle
classi lavoratrici, scarse di mezzi pecuniari, il conseguimento di una coltura
media o tecnica. E cioè, il Ministro della Pubblica Istruzione si propone, come
suo programma, l’abbassamento del livello della coltura in Italia, ch’egli
giudica sia già troppo elevato. E chi pensa il contrario, chi cioè si propone
l’incremento della istruzione popolare, non può essere che un “antinazionale”.
Oltre a ciò il comunicato del consiglio dei
Ministri accenna anche alle necessità del bilancio. Parrà forse a qualche
ingenuo lettore che si potessero trovare altre vie di risparmiare il pubblico
denaro, che non quella di limitare l’insegnamento ed aumentare le non lievi
tasse scolastiche; ma il Governo, che ha colpito i salari, che ha abolito
l’imposta successoria, nulla di meglio poteva certamente darci in fatto di
politica finanziaria.
Ma, dicesi, alla scarsezza delle scuole pubbliche
rimedierà l’iniziativa privata; questo è vero, ma l’iniziativa privata non si
propone “fini etici”, non ha obblighi verso la collettività; l’iniziativa privata non
muove che da considerazioni particolaristiche e pertanto essa sarà animata
dall’uno o dall’altro di questi due scopi: o confessionistico - soffocherà la
libera ricerca col dogma - o di lucro, e sarà inaccessibile al modesto
lavoratore. In ogni caso, l’istruzione del popolo riceverà un fiero colpo!
Qui si rivela quanto fosse nel vero
Antonio Labriola allorché, ricercando che cosa sia veramente progresso,
scriveva, nel secondo del suoi “Saggi sulla concezione materialistica della
storia”, ch’esso è “il compendio morale ed intellettuale di tutte le umane
miserie e di tutte le materiali disuguaglianze”. E spiegava che alla gerarchia
economica delle classi corrisponde un disuguale grado anche della coltura,
nella quale appunto gli idealisti ripongono la somma del progresso, mentre essa
è in massima parte solo appannaggio delle classi elevate. Il progresso fu ed è,
finora, parziale ed unilaterale; fu chiamato progresso umano, fu detto natura
umana che si svolge; esso però fu sempre relativo e ineguale, a causa delle
antitesi economiche, che generano le antitesi sociali fino alle più alte
antitesi intellettuali.
Contro questa prosaica asserzione,
poteva pur ieri insorgere il “filisteo”, per usare un termine caro ai due
fondatori del socialismo scientifico, affermando che lo “Stato etico”, padre
benigno di tutti i suoi figli, ammannisce a tutti, col sacrificio della
collettività, quanto d’istruzione gli chiedono, senza distinzione di classi
sociali. E per l’ingenuo osservatore superficiale che non scorge dentro alla
realtà delle cose, la profonda antitesi che divide tutta la società moderna e
rende vuote formule l’eguaglianza dei diritti, la libertà di lavoro, la libertà
d’istruirsi - per l’ingenuo osservatore, dico, l’obiezione poteva anche
passare. Ma oggi Giovanni Gentile, il discepolo di
Bertrando Spaventa, il padre del neo-idealismo italiano, s’incarica - proprio
lui! - di distruggere la credenza idealistica nell’“etica dello Stato”,
riconducendo gli illusi e gli ingenui alla constatazione materialistica di
Antonio Labriola, che sarà prosaica quanto si vuole, ma è tale solo in quanto è
prosaica la società in cui viviamo. Nel regime delle disuguaglianze anche la
coltura è un privilegio. Nella società del danaro, anche la scienza si acquista
a contanti.
Ma contro questa ineluttabile
conseguenza del regime capitalistico, che preclude all’operaio le vie della
coltura; contro la necessità di tutti i dominatori di contendere ai sottoposti
la conoscenza del vero, perché non arrivino alla consapevolezza del loro
sfruttamento, stava la stessa necessità borghese di avere un operaio sempre più
scelto ed intellettualmente migliore per migliorare la produzione; stava
soprattutto l’esigenza, profondamente sentita dalla classe operaia, di
istruirsi e di elevarsi. E, l’antitesi, come tutte le antitesi della società
capitalistica, pareva doversi risolvere gradualmente con la graduale elevazione
del proletariato, fino a trovare la soluzione piena e definitiva nel
socialismo, il quale, dando agli operai con una maggior coltura anche la
consapevolezza del proprio sfruttamento, li metteva in pari tempo in grado di
eliminare questo sfruttamento, colla gestione diretta dei mezzi di produzione e
di scambio, per arrivare alla costituzione di una nuova società, in cui “il
libero sviluppo di ciascuno sia condizione per il libero sviluppo di tutti”.
Questo progressivo ascendere del proletariato urta
oggi improvvisamente contro la Riforma Gentile. Dobbiamo noi credere che un
tratto di penna d’un ministro, sia pure fascista, sia pure il filosofo Gentile,
possa aver ragione di tale moto ascensionale, che ha le sue cause profonde
nella costituzione stessa della società nostra? Possiamo supporre che la
riforma di cui si discorre rappresenti una sconfitta del socialismo? No certo,
perché l’Italia non è tutto il mondo, e non è
nemmeno un microcosmo, in cui tutto il rimanente del mondo si riflette. Chi non
si limiti ad osservare i fatti sociali entro gli angusti confini del proprio
paese, potrà facilmente vedere quanto poco la Riforma Gentile armonizzi colla
tendenza insopprimibile della società moderna di far partecipare alla coltura
strati sempre più vasti della popolazione, tendenza a cui l’Italia non potrà
certamente sottrarsi, checché ne pensi Il Ministro della Pubblica Istruzione,
se l’Italia vuol rimanere nell’ambito delle Nazioni che si dicon civili, se
vuol rimanere una Grande Potenza, economicamente ed intellettualmente.
lo non farò, né il breve spazio me lo
consentirebbe, un ampio saggio di legislazione comparata su quest’argomento; mi
basti accennare di volo a qualche disposizione sull’istruzione dei lavoratori,
che potrà certamente riuscire interessante per chi si diletti di confronti.
Non ho bisogno di ricordare come in Germania la
“Gewerbeordnung” (Codice Industriale) del 1869 accordasse sin da allora agli operai
inferiori ai 18 anni il diritto di avere dai loro padroni la concessione del
tempo necessario per frequentare le scuole secondarie (Fort-Bildungsschulen).
Questa disposizione, imitata dalle principali legislazioni, trovò più tardi
riscontro nelle agevolazioni accordate agli impiegati per incoraggiarli a
frequentare gli studi secondari e superiori.
Così in Inghilterra esistono in
questo senso le disposizioni dell’“Education Act” del 1921 (sezioni 75-79),
oltre alle facilitazioni concesse dalle Autorità locali; inoltre le
Amministrazioni statali accordano ai loro giovani dipendenti qualche ora libera
durante il giorno per la prosecuzione dei loro studi: i giovani fattorini
postali, per esempio, hanno 6 ore alla settimana. In Germania si concedono licenze
di sei mesi ai dipendenti dello Stato e dei Comuni, per la prosecuzione dello
studio. Parimenti in Svezia le Amministrazioni centrali ed anche alcune
Amministrazioni locali (come p. es. le Poste, i Telegrafi, le Ferrovie, le
Dogane, le Amministrazioni delle cascate d’acqua, ecc.) concedono ai loro
impiegati, a scopo di studio, un congedo annuo di tre mesi o più, con pagamento
parziale del salario. Inoltre vengono concesse, sempre a scopo di studio,
parecchie ore settimanali da ricuperarsi con lavoro straordinario. Lo stesso
dicasi per l’Austria, per la Rumenia, per i nuovi Stati, come la giovanissima
Repubblica Estone (ove gli impiegati dello Stato che intendano proseguire i
loro studi hanno diritto a una diminuzione d’orario di una o due ore al
giorno), e persino per alcune modestissime repubbliche americane, come p. es. Costarica, ove, in virtù di una disposizione ufficiale: “los jefes de las oficinas publicas estan autorizados
para permitir que los empleados de su dependencia que sigan cursos universitarios
puedan asistir a sus clases siempre que repongan en horas extraordinarias el
tiempo que hayan empleado en la atencion de sus deberes estudiantiles”.
E molti Stati, sempre per
incoraggiare la classe lavoratrice agli studi, organizzano corsi serali, non solo
delle scuole professionali o medie inferiori, ma anche per gli studi secondari
superiori, o addirittura universitari, come in Germania le “Verwaltungsakademien” di Berlino, Lipsia, Dresda, e le “Verwaltungs-Hochschulkurse
di Hannover, Konigsberg, ecc. E tale esempio han voluto imitare gli Stati
novissimi, come la Polonia, che, travagliata assai più di noi dal dissesto
finanziario, trova modo di organizzare a Varsavia un primo “Corso pedagogico
per formare professori di disegno”, da tenersi di sera; come l’Estonia, che
istituisce corsi serali di Ginnasio in quasi tutte le città, e a Reval, corsi
secondari superiori e corsi universitari di Giurisprudenza, Filosofia e
Commercio. E la Russia, la tanto diffamata Russia bolscevica, con la creazione
delle Facoltà operaie (Rabiak) e con gli sforzi miranti a popolare le
università, non sta fornendoci l’esempio di una legislazione intesa a far
progredire intellettualmente le classi lavoratrici?
Ma non è il caso di insistere oltre
in questa esemplificazione, che si risolverebbe sempre a svantaggio del nostro
Paese, o, meglio, del nostro Governo. I pochi esempi che ho addotti e ho citati
a caso, per citare, bastano, io credo, a mostrare come sia oggi universale la
tendenza a spingere le classi lavoratrici sulla via della coltura. Si poteva
sperare che anche l’Italia, avrebbe proseguito su questa via. E il Ministro
della Pubblica Istruzione del Guatemala, dopo avermi spiegato i vantaggi che
anche colà si accordano ai lavoratori studenti, aggiungeva: “Se voi potrete divulgare
tutto ciò che v’ho detto, farete certamente un servizio alla gioventù del
vostro Paese”. La risposta gli viene oggi dal suo collega d’Italia.
Giovanni Gentile ha creduto di poter mutare il
corso delle umane cose con un semplice decreto. Forse il filosofo idealista,
secondo la cui dottrina il mondo esteriore esiste solo “nell’atto unico del pensiero che lo pensa, e lì soltanto
ha la sua vita”, avrà creduto che anche la realtà della vita italiana non
foss’altro che il suo pensiero attuale, cioè il suo Io, soggetto unico e
universale. Ma, per fortuna nostra, l’Italia, che non è l’espressione di alcuna
Idea di fattura più o meno hegeliana, ha ancora in sé tanta forza per passare
sul corpo della Riforma Gentile.
LELIO
BASSO