i testi
Dal Tribunale Russell al processo di Copenaghen

Dal Tribunale Russell al processo di Copenaghen

Perché non si deve fare silenzio sui crimini americani

Evoluzione del diritto internazionale come conseguenza della reazione della coscienza popolare. Cosa ha riferito la commissione composta da uomini come Clark, ex-ministro di Johnson, il cattolico irlandese Mac Bride, il socialdemocratico danese Jakobsen. Nuovi reati di ecocidio e di biocidio. Proteste degli USA e ferma risposta del governo “atlantico” della Danimarca.

Due bambini feriti nel bombardamento di Vinh, nel Nord Vietnam

di Lelio Basso

La recente terza sessione della Commissione internazionale d’inchiesta sui crimini di guerra americani nel Vietnam, tenutasi a Copenaghen (10-16 ottobre) ha marcato un netto passo in avanti, non tanto per la ricchezza e serietà delle prove accumulate (perché già il Tribunale Russell e le due precedenti sessioni di questa Commissione, soprattutto quella dello scorso anno a Oslo, avevano fornito prove inconfutabili e schiaccianti), quanto per la vastità dell’arco politico che ha saputo mobilitare.

Prima tuttavia di illustrare questo ed altri aspetti della sessione, vorrei rispondere ad alcune obiezioni, che ho visto ripetute dalla stampa italiana, ancora una volta la più provinciale. Le obiezioni, a parte quella idiota di strumentalizzazione sovietica che si confuta da sé proprio con la larghezza della partecipazione, sono fondamentalmente due: natura privata dell’organismo, e mancanza di contraddittorio per l’assenza dell’imputato, il che toglierebbe credibilità alle nostre conclusioni. Le stesse obiezioni erano state mosse (allora da tutte le parti) anche all’organismo precedente, conosciuto sotto il nome di Tribunale Russell, chiamato in vita dal pacifista Bertrand Russell nel 1966, e che tenne due sessioni, una a Stoccolma e una a Copenaghen, nel 1967. Fu facile già allora rispondere che, per quanto riguardava l’assenza del governo americano, cioè del principale imputato, essa non dipendeva da noi, che anzi il Tribunale Russell l’aveva espressamente invitato ed era pronto ad ascoltare tutte le ragioni che potessero esserci opposte. Che il governo americano non accettasse di farsi rappresentare davanti a un organismo privato, era piuttosto scontato, ma anche l’invito rivolto a chiunque volesse difendere la tesi ufficiale americana cadde nel vuoto. E toccò a me, che di quel Tribunale ero membro e relatore finale, farmi carico della lettura di tutta la documentazione ufficiale americana per vagliarla e, in definitiva, confutarla; i documenti del Pentagono, successivamente pubblicati, hanno dimostrato che avevamo ancor più ragione di quanto pensassimo nel non prestar fede alle tesi ufficiali americane.

Quanto all’altro argomento, e cioè il carattere privato dell’organismo, merita un discorso un pochino più approfondito. Il diritto internazionale e più ancora il diritto penale internazionale, è una materia fluida, in continua evoluzione, soprattutto di fronte al ritmo di acceleramento del processo storico, cui stiamo assistendo anche per effetto delle nuove tecnologie. Non esiste un’autorità internazionale che possa dettare norme e non esiste un tribunale internazionale che possa giudicare i crimini commessi.

Quanto ai giudici del paese che li commette, essi sono sospetti in partenza, tanto più quando i crimini sono parte essenziale della politica governativa e i primi responsabili sono il presidente della repubblica, i suoi ministri e i comandanti militari. Non per nulla i crimini nazisti furono giudicati da un tribunale creato espressamente dai vincitori a Norimberga, cioè da un tribunale certamente ancor più suscettibile di parzialità di una commissione privata. Nel caso specifico non potranno certo i vietnamiti processare Nixon e i suoi accoliti. Si deve perciò consentire che su questi crimini si faccia il silenzio, o non è invece doveroso raccogliere fin d’ora tutte le prove possibili, non solo perchè nessuno possa dire - come fu detto dei crimini nazisti - che ne ignorava l’esistenza, ma ancor più perchè il diritto penale internazionale, proprio per il suo carattere fluido, ha la sua prima fonte normativa nella coscienza popolare? La famosa clausola Martens della convenzione dell’Aja ha introdotto questo concetto in un trattato, firmato anche dagli Stati Uniti: è criminale quello che ripugna alla coscienza morale dei popoli. Anche in mancanza di norme specifiche, si può quindi parlare di crimini. Non per nulla i criminali nazisti furono giudicati non in base a specifiche norme (o perlomeno non solo in base a quelle), ma il tribunale di Norimberga e quello di Tokio che giudicò i criminali giapponesi definirono essi stessi i principi violati e quindi la natura dei crimini commessi. Da allora ad oggi la guerra ha mutato aspetto e nuove tecniche di distruzione sono state introdotte. Sono lecite? sono illecite? E’ la coscienza popolare che deve rispondere.

I nazisti avevano certamente commesso il genocidio del popolo ebraico, e tuttavia il reato di genocidio non figura negli atti di Norirberga. Fu un giurista che coniò questo termine e ne diede la definizione, e successivamente il genocidio fu definito in strumenti internazionali. Senza la previa elaborazione privata, forse non si avrebbe ancora questa definizione, in base alla quale si può con tutta tranquillità parlare di genocidio del popolo vietnamita da parte degli americani. Ma la guerra del Vietnam ha suggerito ulteriori figure di reato, come il biocidio e l’ecocidio su cui ritorneremo. Anche se la conferenza ecologica dell’ONU a Stoccolma non ha potuto prenderlo in considerazione, la presenza degli Stati Uniti essendo un ostacolo insormontabile, non c’e dubbio che ci troviamo in presenza di un crimine nuovo, alla cui successiva definizione e consacrazione in strumenti internazionali i lavori della nostra Commissione offrono un contributo prezioso.

Un segno palese di questa evoluzione (maggiori crimini e conseguentemente maggiore reazione della coscienza popolare) l’abbiamo avuto proprio in questa sessione di Copenaghen. Della commissione d’indagine mandata da noi in Vietnam per prender conoscenza di questa situazione e riferire alla sessione di Copenaghen onde aiutarci a formulare un giudizio, hanno accettato di far parte uomini non certo sospetti di strumentalizzazione sovietica, come Clark l’ex-ministro della giustizia del presidente Johnson, l’ex-ministro degli esteri dell’Irlanda MacBride, cattolico “irlandese” e cioè di strettissima osservanza, uomo ben noto negli ambienti internazionali non certo per filocomunismo, l’ex-ministro socialdemocratico danese Jakobsen ecc. Questi ultimi due, dopo quello che hanno potuto constatare nel Vietnam, hanno anche accettato di far parte della nostra Commissione permanente. Un altro membro non sospetto è il senatore americano Gruening, che per parecchie legislature ha rappresentato l’Alaska al Senato americano, ed è ottimamente in grado di giudicare la serietà delle argomentazioni del suo governo. Altro membro autorevole e non sospetto è il pacifista e laburista inglese, Noel Baker, premio Nobel della pace, mentre un altro premio Nobel inglese, Dorothy Crowfoot Hodgkin, è mia collega di vice-presidenza fin dalla costituzione della Commissione (anche un terzo premio Nobel, il sovietico Pavel Cherenkov, fa parte della Commissione). Presidente della Commissione è il socialdemocratico svedese Gunnar Myrdal, economista di fama mondiale, le cui opere sono tradotte in tutte le lingue, e di cui è noto l’attaccamento all’America. Parecchie di queste persone hanno, cominciato a collaborare con la Commissione solo a partire da questa sessione, dopo aver preso coscienza sia della gravità dei crimini americani sia della serietà e rigorosità dei nostri lavori.

La testimonianza della signora Tran Thi-Tho a Copenaghen: ha perduto un bambino sotto le bombe americane

Ma il segno forse più significativo di questo allargamento dell’arco politico è dato, come ha ritevato Le Monde, dalla accoglienza che abbiamo ricevuto. Quando cinque anni fa il Tribunale Russell si riunì a Copenaghen, non riuscimmo a trovare in tutta la capitale danese neppure una sala per ospitarci e dovemmo tenere le nostre riunioni a Roskilde, a una trentina di chilometri. Questa volta non solo abbiamo trovato la sala, ma la seduta inaugurale si è svolta nella sede del Parlamento, nell’aula dell’ex-Senato, con un discorso dello stesso presidente del Consiglio danese, appena nominato. Il discorso era stato preparato dal suo predecessore Krag, dimissionario da pochi giorni, e il successore ne ha seguito fedelmente il testo, solo aggiungendovi alla fine la richiesta esplicita che gli americani se ne vadano dal Vietnam. Trattandosi di un paese atlantico, gli Stati Uniti si son permessi una protesta, che il governo danese non ha accolto, trovando larghi consensi anche nell’opposizione, che ha riconosciuto in questa ingerenza americana un attentato alla sovranità danese.

Ultimo elemento particolarmente significativo di questa sessione è stata la massiccia presenza di testimoni americani: veterani del Vietnam, corrispondenti di guerra, lavoratori sociali, ecc., tutta gente che riferiva quello che aveva potuto vedere e constatare sul posto. Anche cirque anni fa, a Roskilde, il Tribunale Russell, aveva ricevuto parecchie testimonianze di reduci americani dal Vietnam, ma il crescendo di questa affluenza, di persone che rischiano anche severe pene nel loro paese per poter dire pubblicamente la verità o vincere i propri rimorsi per la partecipazione data ai crimini, potrebbe già permetterci di fare uno studio sulle conseguenze psicologiche della partecipazione alla guerra. Molti reduci dal Vietnam, abituati per anni alla violenza, alla tortura e all’assassinio, diventano delinquenti al loro ritorno; molti altri cercano di soffocare i ricordi con la droga; una minoranza - per ora una minoranza, ma sempre più consistente - reagisce prima moralmente e poi anche politicamente, affrontando magari carcere od esilio perché ritiene indispensabile far conoscere la verità.

Quanto al contenuto del materiale raccolto, su due aspetti soltanto vorrei soffermarmi, tanto più che i giornali han già dato notizia di molte testimoniananze rese. Uno riguarda la cosiddetta “vietnamizzazione”. Appare sempre più chiaro che il passaggio dalla guerra johnsoniana allla guerra nixoniana non è dovuto soltanto al desiderio di far morire meno americani e quindi di non rischiare la stessa impopolarità. Neppure Nixon avrebbe esitato a sacrificare vite americane per vincere la guerra. Ma la strategia suggerita dal Pentagono a Johnson si era rivelata un errore: la guerra convenzionale richiedeva un sempre maggior numero di uomini, e mentre non offriva mai speranza di vittoria, provocava un crescente malcontento fra le truppe dislocate in zona di guerra, donde sempre più frequenti insubordinazioni e ammutinamenti che avevano gravemente minato il morale dell’esercito e, se avessero contiuato a crescere, ne avrebbero minacciato la saldezza. Ritirare le truppe era quindi urgente, ma non si trattava semplicemente di sostituirle con mercenari vietnamiti che sarebbero stati facilmente sconfitti, bensì di sostituire la guerra convenzionale con una guerra fortemente automatizzata, basata su nuove applicazioni elettroniche, la cui ampiezza e efficacia distruttiva è stata soltanto in parte illustrata (soprattutto da testimoni che erano addetti proprio a queste apparecchiature). In questo modo il Vietnam è diventato per gli Stati Uniti quello che fu la Spagna per Hitler: un campo di sperimentazione di nuove tecniche belliche, che potrà essere domani impiegato dovunque. Non dimentichiamo che la distruzione di Guernica è stata la prova generale della distruzione di Coventry e di altre città inglesi e non illudiamoci pertanto che la guerra del Vietnam riguardi solo i vietnamiti. Sotto questo aspetto riguarda tutti i popoli della terra.

Il secondo aspetto importante riguarda i crimini nuovi di biocidio e ecocidio. Gli americani non si accontentano infatti di ammazzare i vietnamiti, militari o civili che siano, ma vogliono distruggere l’equilibrio ecologico e ogni possibilità di vita in zone vastissime. Ciò ottengono in vari modi, in primo luogo con l’impiego di armi chimiche proibitissime dalle convenzioni internazionali, pudicamente presentate come “defolianti” o “erbicidi”. In realtà come è stato accertato da molti scienziati, e come è detto anche nel rapporto della commissione internazionale nominata dal Segretario generale dell’ONU, gli effetti di questi gas dipendono in gran parte dal grado di concentrazione, e quello applicato dagli americani è altissimo, per cui le conseguerize non sono soltanto quelle che risultano dall’appellativo dato ai gas (appellativo che può essere giustificato a un grado molto più basso di concentrazione), ma si spingono fino alla distruzione di ogni forma di vita, o alla nascita di mostri, e, comunque, all’alterazione del rapporto uomo-ambiente. Un altro modo di arrivare a risultati analoghi è la “craterizzazione” del terreno: è noto che il Vietnam ha gia ricevuto enormemente più esplosivo di quanto ne abbia ricevuto tutta l’Europa durante la seconda guerra mondiale, e che il Laos ha subito la più alta concentrazione di bombardamenti che si sia mai data nella storia. Il terreno, così “arato” dalle bombe, diventa un terreno da cui la vita non solo scompare ma da cui non può risorgere per decenni, senza contare che foreste distrutte significano diminuita disponibilità di ossigeno per la popolazione. Un’altra forma di attacco alle condizioni generali di vita è l’attacco alle dighe, che è stato provèto non solo da testimonianze, ma da un ampio materiale fotografico e da una perizia fatta da due scienziati francesi (Yves Lacoste e Mandelbaum): solo la scarsità delle pioggie quest’anno ha salvato il Vietnam da una catastrofe immensa.

Questo è il bilancio sommario della sessione di Copenaghen, e come ognun vede, c’è materia per molte riflessioni ma anche per molti studi ulteriori. La guerra del Vietnam finirà - e speriamo che finisca presto - ma questo lavoro dovrà continuare, non solo per completare il bilancio dei crimini, ma anche - come ho detto alla Commissiore - perchè limitarci all’inventario e alla prova dei crimini significherebbe fermarci a metà cammino se non cercassimo di renderci conto perchè un popolo (che sotto altri aspetti conserva certe tradizioni di libertà, almeno per se stesso) ha potuto arrivare a superare, dopo solo vent’anni, la criminalità nazista, che aveva così duramente condannato a Norimberga.

Questo significa, secondo me, studiare di nuovo l’imperialismo, le sue radici, il suo modo di essere, le sue conseguenze, e questo aprirà un secondo capitolo, per il quale non è inutile cominciare a lavorare fin da oggi.

Giovani danesi sfilano sotto l’ambasciata americana protestando contro i crimini di guerra