Un impegno per la Corte
di Lelio Basso
Ho
sotto gli occhi il testo delle modifiche alla legge di Pubblica Sicurezza
approvate fino ad oggi dalla commissione senatoriale in sede referente.
Una prima osservazione risulta assai chiara. Il
Senato è stato investito fin dall’8 settembre 1953 di una proposta di legge del
senatore Picchiotti, che riprendeva un testo già approvato nella passata
legislatura per la modifica della legge di PS, e successivamente, il 10
dicembre 1953, di un disegno di legge governativo pure contenente modifiche
alle disposizioni del testo unico delle leggi di PS. Sono passati circa due
anni e mezzo dalla presentazione della prima proposta ed oltre due anni dalla
presentazione del disegno governativo, e la commissione, in sede referente, non
è giunta ancora a metà del proprio lavoro. Infatti il Testo unico delle leggi
di PS conta ben 224 articoli, e ne resta quindi ancora la maggior parte da
esaminare.
Non è
difficile pensare che, se il ritmo non dovesse mutare, si rischierebbe di
arrivare alla fine della legislatura senza la approvazione del nuovo disegno di
legge. La commissione infatti è solo referente, e quindi è necessaria la
successiva discussione e approvazione in aula, dopo di che la duplice
discussione - in commissione e in aula - dovrebbe essere ripetuta alla Camera. La
quale, come ognuno sa, scade nella primavera del 1958, cioè fra poco più di due
anni: se più di due anni sono stati necessari alla commissione senatoriale per
compiere circa un terzo del lavoro, sarà possibile in un eguale spazio di tempo
percorrere tutto il lungo cammino che resta per portare a termine l’iter legislativo?
Non credo di sbagliarmi dando questa risposta.
Finché il potere esecutivo potrà continuare a servirsi della legge fascista, né
il governo né la sua maggioranza mostreranno fretta di modificarla, e la nuova
legge di PS - che il ministro Scelba si era solennemente impegnato di
presentare in un testo organico il 10 dicembre 1948! - rimarrà, almeno per
lungo tempo, un pio desiderio.
Se invece la corte costituzionale dovesse
ritenere queste norme abrogate per la loro incompatibilità con le norme
costituzionali, allora non v’ha dubbio che il ritmo dei lavori parlamentari si
accelererebbe e tutti gli ostacoli che hanno fino ad oggi ritardato per ben
otto anni l’approvazione di questi pochi articoli sparirebbero d’incanto.
Vero è che la decisione della Corte
costituzionale non dovrebbe sembrar dubbia, dato che dubbi non si possono avere
sulla inconciliabilità di questi articoli, che neppure l’on. Scelba ha mai
osato negare. La stessa relazione al disegno di legge governativo in
discussione al Senato dice espressamente che “il presente disegno di legge...
ha l’intento... di adeguare ai precetti costituzionali alcune norme ed istituti
fondamentali, onde renderli rispondenti ai principi posti a base del nuovo
ordinamento dello Stato”.
Ma
appunto per questo si è assistito in questi ultimi tempi a una manovra, di cui
già s’è parlato sulla stampa: voci incontrollate hanno infatti attribuito alla
Corte costituzionale l’intenzione di dichiararsi incompetente a decidere sulle
leggi anteriori alla Costituzione, cioè sulle leggi fasciste, che, appunto
perché anteriori alla Costituzione, non potrebbero essere considerate
incostituzionali ma piuttosto dovrebbero considerarsi abrogate dalla successiva
entrata in vigore della Costituzione. E l’abrogazione non dovrebbe essere
dichiarata dall’organo che ha competenza a giudicare della costituzionalità
delle leggi, ma dovrebbe operare ope
legis ed essere accertata dalla
Magistratura ordinaria. La quale peraltro, come ognuno sa, attraverso la
distinzione sottile fra norme programmatiche, precettive perfette e precettive
imperfette, è riuscita a mantenere in vigore persino il confino di polizia! Se
così fosse, la beffa alla Costituzione sarebbe completa.
Ma
appunto perciò ci rifiutiamo di credere che la Corte costituzionale voglia
compromettere se stessa, la sua autorità, il prestigio grande che la circonda
nel Paese, le speranze e l’attesa che ha suscitato nella pubblica opinione,
sottoscrivendo da sé il proprio suicidio. Oggi s’è già profilato, in seno alla
Magistratura, un duplice atteggiamento. Da un lato i giudici di merito hanno
mostrato di intendere l’alta funzione della Corte costituzionale, e hanno
sospeso migliaia di giudizi pendenti in attesa delle sue decisioni, proprio in
ordine alla applicabilità di queste vecchie norme fasciste. La Corte di
Cassazione invece, forse gelosa del suo prestigio di Corte suprema, si vale
della facoltà riconosciutale dalla legge di ritenere manifestamente infondate
le eccezioni di incostituzionalità, per continuare ad affermare la propria
giurisprudenza. Se pertanto la Corte costituzionale accettasse di spogliarsi di
questa competenza, essa non solo eluderebbe le ragioni per le quali è stata con
tanta passione e tanta insistenza voluta da una larga parte del Paese e quasi
imposta alla fine contro le riluttanze del partito di maggioranza, ma
sottoscriverebbe con le proprie mani alla propria diminutio capitis.
E ciò
a prescindere dal significato politico di una decisione, che avrebbe l’aria di
consacrare dinanzi al Paese l’immutabilità e la perennità delle leggi fasciste,
verso cui sarebbe stata impotente l’Assemblea costituente, inoperanti gli
organi legislativi, benevola la Magistratura, e sarebbe rinunciataria la Corte.
Per
queste considerazioni, attendiamo fiduciosi le prossime decisioni della Corte,
e siamo sicuri che esse daranno finalmente l’avvio alla demolizione del vecchio
edificio poliziesco, determinando di conseguenza il rapido acceleramento dei
lavori per la nuova legge, la cui laboriosa gestazione continua al Senato da
oltre due anni.
Ma
dubitiamo invece che, al termine di questa gestazione, avremo finalmente la
legge democratica che avremmo il diritto di attenderci. L’esame del lavoro sin
qui compiuto dalla commissione senatoriale e dell’atteggiamento tenuto da
governo e maggioranza non lasciano certo sperare grandi cose. Ne riparleremo
presto.