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Rivoluzione protestante

Rivoluzione protestante

L’esigenza rinnovatrice che la guerra ha lasciato dietro di sé, e che ancora rimane indistinta al fondo delle generazioni che l’hanno vissuta ed hanno vissuto il tormentato dopo-guerra, ha trovato espressione in alcuni movimenti giovanili che hanno svolto in questi ultimi anni opera utilissima di critica, in sede politica e culturale, come l’Ordine Nuovo, Volontà, Rivoluzione Liberale e Conscientia. Quest’ultima, portandosi nettamente sul terreno religioso - un terreno su cui l’Italia veramente poco ha dato sin qui, e che è per vero lontano dalla sua natura banalmente superficiale e leggermente scettica - è sembrata inattuale quant’altro mai. I più hanno riso di questo tentativo coraggioso di dare una coscienza religiosa agli Italiani, ed hanno ritenuto pazzesco lo sforzo tenace di porre dinanzi al facile dilettantismo e all’aurea mediocrità, in cui quelli han vissuto sin qui, la grandiosa tragicità del problema umano. Eppure il fatto che questo movimento abbia prosperato sinora, attraendo sempre crescenti simpatie di giovani, ci prova che esso ha le sue radici proprio nella realtà italiana d’oggi, e che quel problema, che travagliò in passato solo l’animo di qualche solitario - da De Meis a Boine e a Missiroli - urge oggi dinanzi alla coscienza delle generazioni che han sentito profondamente il dramma della vita.

Opportunamente, dunque, Giuseppe Gangale, uno dei direttori di Conscientia, ha tentato in un suo libro recente[1] di darci un’originale impostazione del problema religioso in Italia, condensando in un centinaio di pagine le idee centrali di questo nuovo protestantesimo italiano. È un tentativo originalissimo, ripeto, e in ciò sta il suo pregio e il suo difetto: sì, anche il suo difetto, perché il lettore si trova dinanzi a una visione del Protestantesimo che non è quella corrente, senza che l’Autore lo abbia a ciò condotto attraverso una nuova interpretazione di Lutero e di Calvino. Questa deficienza, che sarà forse sanata da un annunciato libro dello stesso Gangale su “Calvino”, è per ora incontrovertibile, se anche possa accadere che il lettore talora non se n’avveda, attratto dal fascino veramente notevole che promana da queste pagine.

Comunque, in molti punti conveniamo senza discussione. Niun dubbio infatti che la Riforma, spezzando l’inframmettenza della Chiesa e mettendo ogni individuo in diretto contatto con Dio, e però facendolo giudice delle proprie opere e sacerdote di se stesso, e costringendolo alla diuturna lotta col Male e nobilitandolo mercé il lavoro, è la madre dell’epoca moderna. E l’assenza della Riforma può essere benissimo, è indubbiamente anzi, indice dell’inferiorità dei popoli latini. D’accordo dunque sulla necessità di una rivoluzione religiosa, ma il dissenso comincia ove si riguardi al carattere di questa Rivoluzione.

Un difetto notevole del libro mi sembra essere una costante imprecisione sul significato della parola, pur così frequente, “religione”, usata ora in senso filosofico e ora in senso volgare. Se per religione s’intende, come il Gangale intende, la volontà operosa di elevarsi a Dio, cioè, in altri termini, l’attività religiosa, è evidente che il Cattolicismo, colla sua distinzione fra la Chiesa e i fedeli che debbono passivamente accogliere l’eterna immutabile verità che quella, come societas perfecta, infallantemente possiede, è negazione della religione. Negazione, osserva il Gangale, da cui si origina la negazione della negazione, il protestantesimo che è vera religione. Esso non si rifugia nella contemplazione, ma si forma nell’azione; esso non possiede la verità, ma la cerca; esso non rifiuta il male (cioè tutte ciò che non è conforme a quella verità), ma lo affronta, perché il bene altro non è che la vittoria sul male; esso non è come religione, ma si fa come religiosità. La sua grandezza sta appunto “in questa accettazione eroica della lotta con Satana”, combattendo la quale l’uomo sente ogni giorno il tormentato dramma della vita ed ogni giorno diventa cristiano.

Come metafisica, si può esser d’accordo; ma è certo che il Protestantesimo, come religione positivamente esistente, non corrisponde a quella veduta, come non vi corrisponde il Cristianesimo. Perché, se si può giustamente distinguere in Gesù una doppia personalità, è però vero che quel che di lui venne ad animare durevolmente le turbe fu proprio la sua predicazione di bontà, di rassegnazione, di fidente attesa del Regno dei Cieli. E se la teologia cristiana, da Paolo ad Agostino, ebbe una direzione diversa, essa certo non corrispose al quietismo delle masse. Come oggi non corrisponde alla mentalità dei paesi protestanti la metafisica calvinistica che abbiam sopra delineata, sulla scorta appunto del Gangale.

Detto questo, è ovvio come sia necessario dissociare i due concetti di religione positiva, cioè di religione nell’accezione comune della parola, e di religione filosoficamente intesa. Questa è, in ultima analisi, uno slancio di fede, una volontà di trascendere se stessi, è lo sforzo di crearsi un ideale più alto, è il dramma perenne dell’uomo che vuole uscire dalla propria contraddizione. Così concepita, essa non è più, come talora parrebbe intenderla il Gangale, il demiurgo della storia, ma non è che un momento eternamente ricorrente dell’attività umana, il quale momento può trovarsi anche al di fuori delle religioni positivamente costituite, e può essere inspirato benissimo, contrariamente a quanto asserisce il Gangale, da Marx anziché da Lutero o da Calvino. Un paragone fra le vedute di costoro può meglio illuminare il dissenso.

Calvino fu impegnato tutta la vita in disputazioni teologiche: egli credeva alla rivelazione delle Scritture, credeva alla divinità di Cristo, credeva alla grazia e alla predestinazione. Da un punto di vista marxistico, noi non sapremmo più porci su questo terreno. Per noi non esiste un’Umanità distinta da un Dio che la trascende e la domina: l’Umanità, cioè la Storia, è essa stessa Dio, divina umanità, Cristo può dunque solo aver valore di simbolo, simbolo di tutta l’umanità. La quale si redime di continuo nel corso della sua storia, come nel corso della sua storia di continuo cade. Questo processo dialettico noi possiamo trovare appunto nella concezione marxistica della storia. Marx ha superato la contraddizione hegeliana fra una storia esoterica ed una storia essoterica, fra la storia dello Spirito del mondo, del Weltgeist, che domina o annichilisce gli uomini, e la storia di questi, ridotti a strumenti dell’astuzia della ragione. Egli ha ridato invece agli uomini dignità umana, ha fatto della storia una sola storia umana (dell’Umanità, si ricordi, che è Cristo, Uomo-Dio). Perciò l’Umanità, che nel suo Divenire eterno è l’Assoluto, è in ogni momento limitata, e questa limitazione, che è la condizione stessa della sua esistenza, è la sua contraddizione. Ma questa limitazione è posta dall’Umanità stessa, che pone il suo oggetto e lo proietta fuori di sé, e in quanto essa lo pone come limitazione, è già in procinto di superarlo.

L’Umanità ha dunque nella propria limitazione la sua concreta realtà: lo sforzo di uscire da questa limitazione, di superare la propria contraddizione sempre immanente - superarla conquistando una più alta unità, non distruggerla negando il soggetto o l’oggetto - di trascendere insomma se stessi: questa è la vera attività religiosa, il vero slancio di fede. Questo è l’eterno processo marxistico della prassi che si rovescia; qui si chiarisce nella sua luce il vero concetto della rivoluzione in permanenza. La stessa lotta di classe, guardarla sotto questo angolo di visuale, acquista il suo significalo vero. Superando l’angolo ristretto del tornaconto immediato, essa si mostra come coscienza della tragedia umana, la tragedia dello nostra limitazione che, continuamente superata, continuamente si pone come volontà rivoluzionaria di rigenerazione spirituale. E per questo appunto una rivoluzione protestante nell’Europa moderna non può essere che una rivoluzione marxistica.

La quale è, lo ripeto, una rivoluzione umana, di uomini che abbiano coscienza della loro umanità, e non già di uomini che siano strumenti di una volontà che ci trascende, come vorrebbe il Gangale, il quale è tratto da questo concetto a immaginare una morale eteronoma, che lo porta poi a un dogmatismo intollerante, il quale minaccia a sua volta di diventare talora settarismo astioso. Ma, tralasciando quest’ultimo, noi non sapremmo sottoscrivere nemmeno al suo dogmatismo e alla conseguente intolleranza. Sta bene che il calvinista sia guerriero di Dio e, come tale, affronti ogni giorno il suo avversario che è in errore ed in colpa. Ma affrontarlo, ma lottare e vincere, non vuol dire uccidere l’avversario, la cui esistenza è anzi condizione indispensabile perché la lotta possa durare.

In altri termini, io accetto l’intransigenza: l’intransigenza socialista io l’ho difesa, anche su queste colonne; intransigenza aspra, eroica, inflessibile, intransigenza attiva, intesa come educazione di coscienze, come creazione, di una più alta realtà. Ma per temprare il carattere, per conquistare questa superiorità, bisogna pure lottare continuamente contro l’avversario, non già eliminarlo. Seguendo l’intolleranza di Calvino e di Knox, si finisce col riabilitare Domenico e Ignazio. E si giustifica l’intolleranza di cui sta dando prova il protestantesimo americano (vedi processo di Dayton), che a noi ricorda un po’ troppo il dilemma di Omar.

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Da quanto s’è visto circa la concezione generale del Gangale, si possono trarre alcune conseguenze in riguardo, specialmente all’Italia, di cui egli si occupa diffusamente. Non possiamo accettare in primo luogo la sua affermazione (nella quale è racchiuso un errore di prospettiva) che la causa dei mali italiani sia la mancanza di una Riforma. La Riforma in Italia è mancata, non per un capriccio del caso, ma perché le condizioni dell’Italia d’allora non la consentivano. Si tratta quindi di vedere quali erano quelle condizioni, e se tuttavia permangono. E se non permangono, di vedere come si sono venute modificando. La qual disamina ci consentirà anche di dare un giudizio sulla possibilità di una rivoluzione protestante in Italia, intesa non già nel senso metafisico (ché, come tale, si compie, sia pure insensibilmente, ogni giorno nella reazione al fascismo), ma come Riforma religiosa nella comune accezione.

Il cattolicismo, s’è visto, è negazione della religiosità; e pertanto può benissimo essere sostituito, senza che si compia una vera rivoluzione, da un’altra mentalità irreligiosa, come è avvenuto precisamente nell’Italia settentrionale, in seguito al sostituirsi, alle condizioni italiane dell’epoca della Riforma, di una nuova civiltà d’importazione (il non essere stata essa creata e vissuta da noi è la nostra mancata rivoluzione). E questa mentalità può benissimo essere rivoluzionata, senza che sia per questo necessario assumere le forme d’una Chiesa più o meno organizzata. In altri termini, la sua religiosità può benissimo essere marxistica, senza essere stata prima calvinistica o luterana. Perché non è vero che “in terra cattolica non si diano che mezze rivoluzioni”. In terra cattolica, in quanto permanga il passivo spirito cattolico, non si danno rivoluzioni di sorta. Ma se le rivoluzioni si fanno, segno è che la mentalità cattolica è già superata: al postutto, anche la Riforma protestante nacque in terra cattolica. La frase accennata del Gangale, dunque, per avere un senso, dovrebbe significare che il perdurare della mentalità cattolica quietista ostacola lo sviluppo della Rivoluzione; e questo è vero, ma è una tautologia. In una terra cattolica quindi, cattolica di mentalità se non di religione (religione nel senso volgare), può compiersi benissimo una rivoluzione vera e propria, la quale, ripeto, per essere il paese cattolico solo di mentalità e non di religione, può essere solo marxistica, e non già luterana o calvinistica. E questo è appunto il caso delle masse operaie dell’Italia settentrionale.

Quanto alle masse organizzate nel Partito Popolare, esse, per il solo fatto della loro organizzazione (lo riconosce anche il Gangale), hanno già conquistato una loro autonomia. E in quanto lottano, e strenuamente lottano per il trionfo dei loro principi, hanno già superato la posizione cattolica. Perciò il Partito Popolare, se saprà uscire dalla contraddizione che ancora lo stringe, se saprà essere veramente partito di masse e aderente alle masse, potrà compiere pur esso un’utile rivoluzione. Non mi s’opponga il patto Gentiloni: dopo d’allora è venuto il veto a Giolitti. Per quanto concerne invece l’Italia meridionale, ove permangono le condizioni medievali, concordo sostanzialmente con la critica del Gangale: il giorno che laggiù arderà un incendio religioso, potremmo dire che il Mezzogiorno è sulla via della propria redenzione.

PROMETEO FILODEMO.



[1] Giuseppe Gangale: Rivoluzione Protestante. - (Piero Gobetti Editore, Torino, 1925).