PROBLEMI COSTITUZIONALI
Le prime riunioni delle sottocommissioni
costituzionali all’Assemblea costituente ci forniscono già alcune indicazioni
su quelli che potranno essere gli orientamenti dei lavori futuri, le tesi che
appariranno in contrasto, le soluzioni che presumibilmente saranno adottate.
Un primo diverso orientamento s’è manifestato nel
“tono” generale, direi nello spirito che deve permeare la carta costituzionale.
Le costituzioni, si sa, sono nate storicamente come difesa dei cittadini contro
gli arbitri degli Stati assoluti, e questa preoccupazione è trasparente in
molte carte costituzionali. Era indubbiamente una preoccupazione democratica
nell’epoca in cui il cittadino si opponeva allo Stato e doveva difendersene, ma
può essere una concezione superata nella misura in cui lo Stato tende a
diventare veramente lo Stato di tutti i cittadini, nella misura cioè in cui le
classi lavoratrici, fino ad oggi escluse da ogni effettiva partecipazione
all’esercizio del pubblico potere, riescono a realizzare concretamente questa
partecipazione.
Insistere oggi su motivi dì questa natura, cedere a
preoccupazioni soverchiamente individualistiche può costituire un grave
ostacolo per eventuali sviluppi non dirò in senso socialista, ma anche
semplicemente sociale, della futura legislazione. Purtroppo l’atmosfera in cui
la nuova costituzione sorge, così ricca ancora del ricordo delle prepotenze
dello Stato fascista da poco scomparso, è propizia alla reviviscenza dei vecchi
motivi individualistici. La parola “libertà” ha indubbiamente un fascino e la
difesa della libertà è un motivo di facile polemica demagogica, anche se sotto
il manto di questa seducente parola si nascondano talvolta delle preoccupazioni
tutt’altro che liberali. Se ben ricordo l’allora direttore de Il Popolo, oggi ministro della Pubblica
Istruzione, Guido Gonella, elencò al Congresso democristiano ben 27 (diconsi ventisette) libertà che dovevano essere
salvaguardate nella nuova costituzione, ed io rammento che già allora ebbi
l’impressione che, la libertà essendo in realtà una sola, elencare 27 diverse
manifestazioni di essa serve soltanto a confondere le idee e a dimenticarne
qualcuna.
Ora tutte o press’a poco
tutte queste libertà ritornano in certi abbozzi di progetti elaborati da alcuni
colleghi all’inizio dei nostri lavori: v’è naturalmente la libertà dei genitori
di scegliere la scuola per i figli, senza riguardo all’insegnamento statale, e
v’è persino la libertà della donna di dedicarsi a lavori domestici. E il titolo
primo della costituzione, che deve consacrare tutte queste libertà, appare
sovente designato come il titolo “delle libertà”. Ora sotto questa apparente
preoccupazione democratica vi è soltanto la preoccupazione di circoscrivere o
addirittura impedire possibili interventi dello Stato a sostegno di necessità
collettive. Ma in realtà la vita dei popoli non è oggi affatto dominata
soltanto dalla necessità di difendere l’individuo, bensì dal ritmo dialettico
che regola i rapporti fra il cittadino e lo Stato, fra il principio individuale
e quello sociale, fra le aspirazioni dei singoli e le esigenze della
collettività. Non è quindi in una sola direzione che deve essere esercitato lo
sforzo costituzionale, e sarà certamente più democratica, cioè rispondente ai
veri bisogni del popolo, quella costituzione che saprà contemperare, in una
sintesi felice, queste due diverse necessità, entrambe profondamente sentite
dalla coscienza moderna.
***
Un altro motivo di dissensi sarà dato probabilmente
dal desiderio di alcuni di trattare di ogni minuzia nella costituzione, di
farvi entrare argomenti che starebbero assai meglio nei codici o in altre leggi
speciali e, magari arche, nel concordato.
Anche qui la preoccupazione di scrivere tutto, di
precisare nella legge fondamentale della nuova Repubblica tutti i diritti e
tutti i doveri, di prevedere tutti i casi e tutte le quistioni, può apparire
una preoccupazione legittima, mossa solo dal desiderio di dare più sicuro
fondamento e più certa enunciazione al nostro diritto; ma la cosa appare sotto
diversa luce quando si consideri che con ogni probabilità la nuova costituzione
conterrà delle disposizioni per cui ogni modificazione alle norme
costituzionali dovrà essere approvata con maggioranze speciali, donde deriva
che la stessa disposizione, se contenuta in una legge normale potrà sempre
essere modificata da una comune maggioranza in un comune Parlamento, mentre la
stessa disposizione, se ripetuta nella costituzione, non sarà più soggetta a
mutamenti per diversa volontà di future maggioranze, a meno cha non si raggiungano
quelle maggioranze qualificate o quelle altre garanzie (p. es. 2/3 o 3/4 dei
deputati o referendum popolare, ecc.) che saranno all’uopo previste dalla
Costituzione. Il che, praticamente, significa voler incatenare la legislazione
futura alle maggioranze attuali, se nella costituzione, oltre le materie
veramente costituzionali, si trattino anche problemi scolastici, familiari,
ecc., che sono di competenza di altre leggi. E questo non sarebbe perfettamente
democratico, e contro questa tendenza sarà necessario reagire.
Un ultimo tema di discussioni. che è apparso fin
dalle primissime sedute, nel quale pure la democrazia sostanziale è cosa
diversa da quella apparente, è il problema delle autonomie. Oggi è di moda
parlare di autonomie come di un’efficace garanzia contro il ritorno di regimi
dittatoriali, che non si fanno alcuno scrupolo di violare le leggi e traggono
il loro diritto dalla forza di cui riescono in qualsiasi modo a disporre nel
paese, con dei semplici articoli di costituzione, la cui efficacia si manifesta
invece nei lunghi periodi di normalità costituzionale.
Ed anche a proposito delle autonomia giova
avvertire che non è in una direzione sola che va cercato il soddisfacimento
delle esigenze democratiche. Non è vero che si realizza tanto più di democrazia
quanto più ci si spinge sulla strada delle autonomie: è certamente una tendenza
di vita moderna, modernamente democratica, quella che spinge all’abbattimento
delle barriere e mira ad allargare quanto più è possibile l’orizzonte di
ciascuno di noi. Il problema delle autonomie locali è quindi soprattutto un
problema di misura, di equilibrio: d’accordo finché si tratta di combattere
l’invadenza della burocrazia, il centralismo autoritario, il governo dei
prefetti; d’accordo per stimolare la vita democratica attraverso la elezione di
determinate cariche di governo periferiche e una estensione di poteri
amministrativi degli organi locali.
Ma se attraverso le autonomie locali si volessero
creare tanti diversi governi, magari a tinta qualunquista in alcune regioni, si
volessero creare tante diverse legislazioni, magari in materia scolastica per
superare in sede locale un’eventuale affermazione di laicismo in sede
nazionale, si volessero fare tante economie più o meno chiuse o comunque creare
ostacoli alle iniziative di pianificazione, è chiaro che si pregiudicherebbe lo
sviluppo democratico del popolo italiano.
Ogni problema ha insomma diversi aspetti, e non
sempre la soluzione più rispondente agli interessi reali della democrazia è
quella che sembra concedere maggiori difese vuoi agli individui vuoi agli enti
minori contro un’ipotetica sopraffazione statale. Vi è indubbiamente una sfera
autonoma della personalità che va garantita anche contro la espressione legale
della volontà della maggioranza: si tratta di stabilirne i termini e, fuori da
essi, considerare l’individuo come un momento della vita sociale fissando le
regole dei loro mutui rapporti, del loro armonico coesistere.
Al di là della tecnica giuridica è questo il senso
umano della nostra fatica.
Lelio
Basso