Muro del silenzio
La sentenza della sezione istruttoria sul caso Montesi, pur segnando una
fondamentale vittoria dell’opinione pubblica, non è riuscita ancora a venire a
capo di una fitta rete di complicità
di Lelio
Basso
La sentenza della sezione istruttoria, anche se
chiude soltanto una fase giudiziaria della vicenda Montesi, e se lascia ancora
parecchi interrogativi aperti, offre tuttavia ampio e documentato materiale per
non inutili riflessioni sulla vita pubblica italiana.
Ho scritto di proposito “vita
pubblica”, perché ritengo di secondarissima
importanza tutto quanto nell’istruttoria riguarda - sia poi vero o non vero -
gli amori e i piaceri di colui che è il principale imputato ma non certo il
principale protagonista della vicenda. Se mai nel caso Piccioni vi e qualche
cosa che può interessare l’opinione pubblica, questo è il malcostume di certi
circoli democristiani, che, senza mai avere il coraggio di scoprirsi e senza
nessuna seria intenzione di servire la verità, ma solo per rivalità interne di partito,
si sono serviti di questo disgraziato affare per colpire un leader del loro stesso partito, che
l’intelligenza e la rettitudine avevano portato ai massimi fastigi della
politica e che, nel momento forse più doloroso della sua vita, avrebbe meritato
maggiore rispetto, o, perlomeno, maggiore discrezione.
Una prima utile considerazione
riguarda invece la figura di colui che fu per qualche tempo “il marchese di San
Bartolomeo”, e che ora anche la stampa governativa designa soltanto come il
“mediatore siciliano”. Questo “mediatore siciliano”, questo sensale che
procurava indifferentemente piaceri volgari ai potenti del momento, fossero
fascisti o nazisti o democristiani, e affari lucrosissimi per sé e i suoi
protettori, aveva stretto una rete di società in cui erano interessati uomini
politici eminenti e autorevoli funzionari, e grazie alla complicità dei facili
guadagni e delle torbide compiacenze amministrative e politiche, aveva porta
aperta al Viminale sia di giorno che di notte, dava
del tu a ministri, direttori generali, prefetti e questori, e poteva ottenere
da questori prefetti direttori generali e ministri non solo favori leciti ma
anche interventi illegali.
So bene che i responsabili di
questa situazione hanno cercato di minimizzare i fatti, e soprattutto di
circoscriverli, facendoli apparire come casi isolati, ma credo che il silenzio
ufficiale della Democrazia Cristiana a proposito dei suoi dirigenti palesemente
compromessi, sia più eloquente di una confessione. Un partito investito delle
supreme responsabilità, che ha dietro di sé milioni e milioni di elettori e che
aspira addirittura a ritornare prossimamente maggioranza assoluta, non avrebbe
esitato a separare le responsabilità e a tagliare l’ascesso se di un solo
ascesso si fosse trattato. Ma il fatto che ciò non sia avvenuto e che anzi ben
altra sia stata la reazione del partito e del governo, autorizza purtroppo a
supporre che la sede del torbido affarismo, magari per interesse di partito,
sia proprio in piazza del Gesù, che la rete di complicità avvolga troppi uomini
del partito dominante e dell’altissima burocrazia, che l’ombra di possibili
ricatti minacci parecchi uomini influenti, che infine la “mentalità di regime”
tenga solidamente avvinti i principali responsabili del partito.
TOCCHIAMO
così un secondo aspetto della questione: la difesa tenace accanita persino
rabbiosa che l’esecutivo nelle sue varie istanze ha opposto all’accertamento
della verità. Sul banco degli imputati noi vedremo un solo funzionario,
l’ex-questore di Roma, ma sarebbe ingenuo pensare che egli solo abbia potuto
macchinare la messinscena del “pediluvio”. Si parla di indumenti scomparsi e di
altri sostituiti, di accertamenti trascurati, di indagini sviate, di documenti
ufficiali falsificati: tutto ciò non può essere opera di un solo uomo, e di un
uomo che, per l’importanza della carica ricoperta, aveva certamente un potere
assai vasto, ma i cui atti, appunto perciò, non potevano sfuggire
all’attenzione altrui.
Non solo quindi collaborazione di
subordinati, ma acquiescenza di superiori è necessario immaginare, e prima di
tutto un’acquiescenza ormai inveterata all’illecito, all’arbitrio, al sopruso,
tale da ingenerare il disprezzo totale della pubblica opinione. Anche qui c’è
una logica che trascende la aridità delle “risultanze processuali” e ne
illumina lo sfondo: se il questore di Roma non fosse stato sicuro dell’appoggio
totale del suo ministro - non si dimentichi che egli era stato con
provvedimento eccezionale di Scelba mantenuto in servizio oltre i limiti d’età
- e se non avesse avuto l’abitudine dell’impunità assicurata anche nei casi più
sfacciati di sopruso - si ricordi il caso Egidi - certo un uomo astuto e
sperimentato come Polito non avrebbe messo in circolazione e sostenuto con
tanto vigore una tesi come quella del pediluvio che solo la più infantile
credulità avrebbe potuto accettare.
Eppure la stessa tesi fu accettata e sostenuta
persino in comunicati ufficiali dal governo, il quale impegnò il proprio
prestigio e la propria autorità per difenderla e così deviare la vigile
attenzione dell’opinione pubblica e il corso normale della giustizia. A un
vecchio galantuomo come l’on. De Caro fu fatto accettare l’ingrato compito di
soffocare le indagini con il pretesto di averle compiute, e ad un magistrato
sicuramente intelligente e provveduto toccò in sorte di apparire di fronte
all’opinione pubblica come un ingenuo credulone capace di avallare, con il
sigillo della magistratura, una balorda invenzione scaturita dalla fantasia un
po’ stanca di un vecchio funzionario di polizia.
Questa situazione assurda, per cui,
dal presidente del Consiglio agli organi di polizia e ai funzionari del P.M.,
tutto l’apparato dello Stato volente o nolente, si e mosso concordemente in
direzione contraria all’accertamento della verità, questa situazione assurda e
incivile non si può oggi considerare chiusa e sanata solo perché due coraggiosi
magistrati - un presidente di sezione e il presidente della sezione istruttoria
- hanno rotto il muro dell’inganno e della omertà, e perché due funzionari di
polizia sono stati colpiti, uno, il direttore generale, obbligato alle
dimissioni, e l’altro, l’ex questore di Roma, imputato e trascinato in
giudizio.
Le responsabilità di questa
situazione vanno ben oltre il singolo episodio, ben oltre le risultanze processuali,
ben oltre quello che potrà essere domani la sentenza dei giudici. Sarebbe una
formula ipocrita quella che ci chiedesse oggi di fare silenzio per rispetto
della magistratura, sarebbe una nuova forma di complicità quella di chi
pretendesse che gli attentati alla democrazia italiana che lo scandalo Montesi
ha rivelato stiano interamente racchiusi nel pur voluminoso incarto
dell’istruttoria.
Lo stesso problema si pose in
occasione della vicenda Giuliano, e io ebbi allora l’onore di presentare, a
nome del mio gruppo, una proposta di inchiesta parlamentare sulla situazione
siciliana che quella vicenda aveva messo in luce. Il ministro Scelba si oppose
all’inchiesta con il pretesto che essa avrebbe costituito un’indebita ingerenza
nell’attività del magistrato, e la maggioranza quadripartita lo seguì
pedissequamente. Ma la sentenza di Viterbo venne più tardi a dare una smentita
al ministro e alla sua ossequiente maggioranza, biasimando in tutte lettere
quel rifiuto di un’inchiesta la cui portata sarebbe stata assai più vasta
dell’indagine processuale e l’avrebbe probabilmente aiutata.
È necessario che questo velo di
ipocrisia non serva una seconda volta ad impedire l’accertamento della verità
sui fatti che, anche se non costituiscono reato e non formano pertanto oggetto
dell’indagine giudiziaria, investono responsabilità politiche gravissime e
trascendono enormemente l’importanza del processo Piccioni.
Non possiamo che essere grati alla
magistratura, la quale in questa occasione ha dimostrato un’ammirevole indipendenza
e ha reso un inestimabile servigio alla moralità della vita italiana. Ma
esistono limiti alla competenza del magistrato, e i fatti che maggiormente
c’interessano, le responsabilità che è necessario accertare, le verità che
devono essere chiarite, sono al di là di questi limiti. Ancora una volta è
l’opinione pubblica che deve far sentire il proprio peso e la propria volontà.
A questa opinione pubblica ha reso omaggio il Presidente Sepe, riconoscendo
nella sentenza che il suo “anelito per la ricerca della verità” ha dato un
contributo importante e, potremmo aggiungere, forse decisivo al corso delle
indagini: queste indagini vanno ora proseguite in altra sede e per altre
responsabilità, e il concorso della pubblica opinione è ancora una volta essenziale
per vincere una nuova battaglia in favore della democrazia italiana.