Sulle
orme di Marx
La terza edizione del libro di R.
Mondolfo “Sulle orme di Marx” vede la luce in circostanze completamente diverse da quelle in cui erano apparse le due precedenti.
Le quali erano state pubblicate nel tempo in
cui più viva era la contesa sulla possibilità di un
immediato esperimento rivoluzionario di tipo russo in Italia e rappresentavano appunto una presa
di posizione in questa
contesa. Posizione nettamente contraria alle velleità insurrezionalistiche del
massimalismo nostrano, al quale il Mondolfo rimproverava un eccesso, al tempo
stesso, di
volontarismo e di
determinismo: di volontarismo, in quanto esso credeva di poter creare la società nuova,
indipendentemente dalle condizioni sociali, con un semplice atto violento; di
determinismo, in quanto immaginava che la massa si sarebbe passivamente adattata al nuovo ordinamento creato per forza di decreti. Il libro era quindi una lancia spezzata contro
il massimalismo, e come tale lo accolse e lo discusse la critica.
Oggi, mutate profondamente le
condizioni, pensa il Mondolfo che molte delle obiezioni allora rivoltegli non
sarebbero più
ripetute, ed è certamente nel vero; ma è vero altresì che, per gli stessi motivi, anche la sua polemica, su questo punto perde il profumo
dell’attualità. L’interesse più vivo del libro, anziché nelle polemiche contro
le pretese di una rivoluzione immediata (sgominate dalla stessa obbiettiva
realtà che una volta di più ha dato ragione all’interpretazione
marxista) e nella
critica profonda e serrata contro il bolscevismo russo (anch’essa trionfalmente comprovata oggi dai fatti, che
hanno dato ragione alle previsioni che
il Mondolfo
avea saputo formulare, al lume del materialismo storico,
sulla trasformazione capitalistica che la NEP andava operando) è ora nella tentata ricostruzione della dottrina marxistica,
come filo conduttore per l’interpretazione della storia e, al tempo stesso norma per il rivoluzionario
che fa esso stesso la storia.
Ora il tentativo di ricostruire il
pensiero del vecchio rivoluzionario, cogliendo, attraverso le numerose sue espressioni bene spesso esagerate o imperfette o contraddittorie, lo spirito
animatore sempre presente nella sua continuità, è ardua fatica invero: per Marx
più assai che per altri pensatori. E il Mondolfo ha appunto il merito
grandissimo di aver superato le molte e gravi difficoltà, traendo, dalle pagine
sempre ardenti e vive di fede e di lotta, lo spirito che le fa ardere e le
vivifica. E nel compiere quest’opera di interprete il Mondolfo vive coll’autore che studia;
quello spirito informatore che va scovrendo negli
scritti di lui, egli lo sente vivo e pulsante dentro di sé; una stessa fiamma
arde nelle pagine dell’uno e dell’altro ed è la fiamma che il proletariato
rivoluzionario ha acceso bruciando le vecchie scorie: le superstizioni e le
tradizioni superate, i corporativismi e i campanilismi spezzati - per
purificarvi e temprare la nuova coscienza. Non quindi una morta spoglia, non un
cadavere imbalsamato offre il Mondolfo al lettore; ma un pensiero vivo, che
costantemente illumina la realtà, traendone lume esso stesso, e che la realtà
accompagna nel suo svolgimento dialettico.
Non a caso quindi il Mondolfo evita
di darci, ciò che sarebbe antimarxistico, un trattato di pura teoria, che anzi egli procura sempre di
verificare questa alla luce dei fatti, persuaso com’è che solo
dallo studio concreto di questi ultimi può trarsi veramente una coscienza critica del divenire
della storia.
Seguendo un analogo criterio, egli,
per studiare il pensiero di Marx, non vuole desumerlo dogmaticamente da quelle che possono
apparire ai facili interpreti le più genuine espressioni delle vedute
marxistiche, ma cerca di coglierlo nel suo svolgimento storico, dallo Hegel,
attraverso Feuerbach, sino alla critica che di quest’ultimo fa Marx, in quelle
vigorose glosse che, in poche righe stupende per potenza di concepimento,
tracciano le linee maestre della concezione marxista, sviluppata poi negli
ulteriori scritti: la riaffermazione, contro l’astrattismo antistorico, di una
visione concreta e critica della società, procedente dialetticamente attraverso
un susseguirsi di lotte, dalla quale solo può trarre alimento una coscienza
veramente rivoluzionaria.
Questo passaggio dallo Hegel e dal Feuerbach alla concezione
critico-pratica, del materialismo storico è oggetto appunto di uno studio su
Feuerbach e Marx, inserito nel libro, che è uno dei più
notevoli che ci abbia dati il Mondolfo, perché in esso troviamo per la prima
volta tracciato con chiarezza e verità il processo di distacco dal Feuerbach
compiuto dal Marx, e da esso riusciamo a comprendere sin dove quest’ultimo
abbia subito l’influenza del Feuerbach e dove veramente s’inizi, checché egli
stesso ne pensi, il suo profondo
rivolgimento.
Seguendo quindi rapidamente il
Mondolfo per questa via, il che è veramente un camminare sulle orme di Marx, noi ci troviamo anzitutto dinanzi
agli occhi un Feuerbach diverso da quello che siamo avvezzi a considerare,
continuatore del materialismo sensistico e immaginante l’uomo come prodotto
dell’ambiente, per un inerte processo di adattamento. No;
il Feuerbach, spiega
il nostro autore contro Marx e contro quasi tutti i suoi esegeti (ed è
veramente interessante seguirlo in questa sua rielaborazione), non concepisce
l’uomo meramente passivo di fronte all’ambiente, né la conoscenza come pura
funzione recettiva; egli anzi tratteggia di già una teoria della conoscenza
come praxis, cioè rapporto di soggetto-oggetto, e
questa praxis
egli concepisce come attività, non dell’individuo isolato, ma dell’umanità
collettiva. Già dunque il Feuerbach, gli è nella società che appare la realtà
concreta della vita dell’uomo, e la società non è che prodotto storico della
prassi, la quale, stimolata dal bisogno, cioè dall’ostacolo che le è opposto
dal mondo esterno, si sviluppa indefinitamente, “in una successione
ininterrotta di vittorie sugli ostacoli”, i quali non possono essere, se anche
lo sembrino, limiti sociali, ma solo limiti degli individui.
Sennonché questi ostacoli non provengono per il
Feuerbach che dalla Natura, contro cui si svolge l’eterna lotta dell’Umanità;
egli ignora le lotte combattute nel seno dell’Umanità stessa, che pur sono
tutta la storia, in quanto costituiscono il processo dialettico dell’ascesa
progressiva; e da ciò egli è facilmente tratto alla religione dell’umanesimo,
ad una concezione di amore universale, all’homo
homini deus, da cui dovea
discendere e discese il socialismo vero di Karl Grün.
Ora il Marx - e qui sta l’innovazione sua vera e profonda - insorge contro
questa filosofia che separa nettamente il soggetto dall’oggetto e contrappone
l’umanità ad un avversario eternamente immobile; egli afferma invece il
dinamismo della storia concepita dialetticamente come un continuo porsi e
risolversi di contraddizioni, di lacerazioni interne, cioè il perenne conflitto
dei bisogni nuovi, rampollanti dall’ambiente sociale, contro l’ambiente
medesimo che rigenera ma li limita: giunge così al geniale concepimento della praxis che si
rovescia, che ci dà la chiave per intendere razionalmente il coincidere del
variar dell’ambiente e dell’attività umana.
***
Ma già m’avvedo che l’amore a questi problemi così caldi di vita
mi trae troppo lontano, perocché non è qui luogo per una riesposizione del
materialismo storico, per il quale debbo rimandare all’ampia e lucida trattazione del Mondolfo; qui è in esame solo l’opera dell’interprete, e ad essa sola debbo rivolgere le mie
considerazioni. Per lui, dicevo, il concetto che sorregge ed informa tutta la concezione marxista, è quello appunto, cui siamo testé
arrivati, della praxis che si rovescia, intesa come il ritmo
dialettico del movimento della storia, per cui si compie e s’avvera l’unità della vita entro la molteplicità dei suoi momenti ed
aspetti. Ma chi sia giunto a questo concetto non potrebbe trarre, a mio giudizio, che una sola
conclusione sul terreno dell’azione pratica. Se il processo storico è prassi che si rovescia, nella quale
coincidono il variare dell’ambiente e il variare dell’attività umana, è evidente che il proletariato oggi
non può produrre la società nuova se non in quanto plasmi contemporaneamente la nuova coscienza; e, reciprocamente, non può creare la coscienza nuova, cioè rovesciare e superare le vecchie ideologie e i vecchi sistemi di diritto, e di morale, se non
in quanto si muova di
già su un terreno diverso da quello su cui poggia l’ordinamento esistente e su di esso inizi la costruzione
dell’ordine nuovo. Quelli che agiscono diversamente, e cioè tanto i sedicenti
rivoluzionari quanto i riformisti collaborazionisti, distruggono nella pratica
quella sintesi unitaria del processo storico, che è merito e vanto del marxismo l’aver
raggiunto, e arrivano ad uno sdoppiamento: i primi pensando, come rileva il Mondolfo, di poter instaurare il
socialismo con un
atto di forza, improvviso senza che preesistano le condizioni obbiettive e subbiettive, ch’essi vorrebbero poi creare, le une per forza di
decreti, le altre per spontanea acquiescenza; i secondi, credendo di poter giungere al socialismo attraverso un’azione di
collaborazione col regime esistente, non tale cioè da formare la coscienza socialista in un col socialismo. Entrambe
sopravalutano l’azione politica, perché da essa, e da essa sola gli uni con un’insurrezione violenta, gli altri
con un processo
graduale attendono il realizzarsi di quel socialismo, che non può essere se non conquista spontanea delle masse lavoratrici, costantemente protese
nello sforzo di elevazione.
Ma allora, mi si dirà, come mai il Mondolfo aderisce
precisamente ad una di quelle tesi che negano e distruggono la sua grandiosa opera di teorico, voglio dire la tesi collaborazionista? Ciò può
spiegarsi solamente pensando, com’è difatti, che nella stessa personalità del
Mondolfo si verifichi uno sdoppiamento; in lui coesistono e contrastano due diversi aspetti: il filosofo della storia, che studia
obbiettivamente i fatti sociali e segue la concezione critico-pratica del Marx, e l’idealista imbevuto dei pregiudizi democratici, armato
l’uno di ragione, l’altro di sentimento. Questo conflitto, si rivela, a mio parere, nettamente ogni
qualvolta il Mondolfo scende dal campo dell’enunciazione teorica allo studio dei fatti concreti; qui il pathos ha il sopravvento sul logos, e fa velo all’intendimento della realtà. I concetti ch’egli teorizza non sa, o meglio non osa, applicare alla pratica
concreta; e questo
è il vizio
fondamentale dell’opera sua.
Già il Treves, nella critica alla prima edizione del suo libro, aveva
notato che “la soggezione
della tesi preconcetta lo allontana da ogni soluzione volontarista rivoluzionaria,
massimalista”. E così è in fatti. Vi è nella sua trattazione un a priori che gli vieta di
trarre le logiche conseguenze delle sue premesse e vizia le sue conclusioni. Per timore che il conflitto fra le due classi possa degenerare in lotta violenta, ch’egli depreca, il
Mondolfo avanza la pregiudiziale della maggioranza legale del parlamentarismo, del
collaborazionismo, e non s’avvede che per tal via distrugge la stessa concezione critico-pratica che così acutamente
sostiene. Ma il suo a priori, la sua tesi preconcetta, lo porta anche più in là, lo porta a non conoscere che due
forme di prassi
socialista: quella anti-marxistica, comunista, massimalista (o com’altrimenti la si chiami), che
vuole instaurare il socialismo con un atto violento, per volontà di pochi capi, che
plasmerebbero poi la società nuova in regime di dittatura, e quella dei metodi democratici e parlamentari; la prima
egli decisamente
condanna, ed io altrettanto con lui, la seconda
invece egli segue e strenuamente difende. Ma, fra l’una e l’altra egli non trova il posto
per una concezione
di mezzo, che vuole, sì, rimandare l’attuazione del socialismo a quando ne
esistano le condizioni soggettive ed oggettive, ma queste condizioni prepara colla pratica
dell’intransigenza: di un’intransigenza che non è la resistenza passiva dei nostri vecchi rivoluzionari contro
cui giustamente insorge il Mondolfo, e nemmeno la pura intransigenza elettorale, ma è anzi iniziativa e lotta. Iniziativa, in quanto per sottrarre sempre più il
proletariato alle influenze borghesi che lo tengono schiavo ben più fortemente delle leggi e dei codici, e forse quanto gli stessi rapporti
economici, crea delle istituzioni schiettamente e squisitamente proletarie,
attraverso cui possa esplicarsi l’azione del proletariato; lotta,
in quanto queste
istituzioni contrappone a quelle borghesi per vincerle e superarle.
Eppure questa pratica
dell’intransigenza rivoluzionaria, intesa in questo senso, dovrebbe essere
quella che discende logicamente dalle premesse teoriche del Mondolfo. Il quale,
senza contraddire, anzi valendosene agli effetti della sua polemica, cita una
affermazione di Lenin: “Quando muore la vecchia società, non si può chiuderne il
cadavere nella bara e calarla nella tomba. Questo cadavere si decompone in
mezzo a noi. Imputridisce e ci infetta. Noi siamo costretti a lottare per la creazione e lo sviluppo dei
germi della nuova società, in un’atmosfera viziata dai miasmi della borghesia
in putrefazione. Non può essere altrimenti. Sarà sempre in stato capitalistico e in
mezzo a lotte incessanti contro l’infezione, che la Società dovrà passare dal
regime capitalista, al regime socialista”. In queste frasi è
descritta con potenza d’immagine la grande influenza che il sistema capitalistico di
produzione esercita sulle masse lavoratrici che si muovono ed agiscono
nell’ambito suo, educandole secondo il modello piccolo-borghese, e cioè colla
tendenza alla soddisfazione dell’immediato tornaconto, con gli ideali di
pacifismo e col rispetto alla tradizione, addormentando e snaturando
addirittura la spirito rivoluzionario. Ad evitare ciò è
necessario isolare il più che sia possibile il proletariato dall’ambiente
borghese, ed educarlo ad una prassi intransigente da cui scaturisca anche tutto
un sistema di ideologie proletarie contrapposto a quello della classe dirigente,
che a sua volta ne animi e ne informi l’azione.
Si badi che io qui non faccio che
applicare i concetti del Mondolfo stesso, quali emergono dal libro in esame.
Chiunque infatti ne percorra spregiudicatamente le auree pagine vi trova, non
mai certo esplicitamente affermato, ma pur sempre erompente dal grembo ascoso
dei suoi concetti, il convincimento che il socialismo non possa veramente
scaturire in tutta la sua pienezza, se non da un’azione intransigente e della
classe lavoratrice. Non è il Mondolfo che insegna come il proletariato debba
sviluppare “nell’azione... la sua capacità d’azione, attuando in un processo
continuativo quel variar dell’ambiente e dell’attività umana, il cui coincidere
(secondo l’acuta intuizione di Marx), può intendersi soltanto come praxis che si
rovescia?”.
E se la capacità d’azione di cui ha bisogno il proletariato è precisamente la
capacità dell’autogoverno, la capacità di reggere da sé il complesso mondo
della produzione (produzione, s’intende, dei beni materiali non solo, ma
eziandio intellettuali e morali), all’infuori dei rapporti borghesi, non ci
comprende perché l’azione che il Mondolfo suggerisce a tal fine sia quella di collaborare negli
istituti borghesi e di partecipare alle forme borghesi di governo.
Non è il Mondolfo che impiega
parecchie delle sue migliori pagine a spiegare come per il Marx, non meno che
per lui, teoria è prassi, conoscere è operare, interpretare è cangiare? E come
il proletariato potrà allora acquistare conoscenza dei suoi reali interessi, opposti
a quelli della classe dominante, acquistare consapevolezza della propria
funzione di classe a sé stante, che ha tutto il mondo da rovesciare e da
ricostruire, se non in quanto si dia già ad una pratica intransigente, se non
in quanto cangi di già questo mondo con le sue iniziative rivoluzionarie?
Il Mondolfo tratta come
semplicistico questo ragionamento, il quale, egli dice, “procede per
separazione assoluta dei contrari” e non intende “che i rapporti di antitesi e
quelli di coincidenza d’interessi non si possono disgiungere fra loro
nettamente, ma sono implicati e concatenati nelle stesse azioni”. E se si trattasse di
semplice opposizione d’interessi, se si trattasse cioè di sostituire
semplicemente rapporti economici a rapporti economici, potrei anche aderire
alla pratica collaborazione. Ma qui invece, come diceva il Feuerbach, “tutto si
deve rifare dalle fondamenta”; qui si vuole creare tutto un nuovo mondo da
sostituire al vecchio, non solo nei rapporti economici, ma anche in quelli
morali, nelle forme di educazione, nelle tradizioni, nelle ideologie. E se noi
non dimentichiamo il concetto marxista del fare che non è un farsi, se noi non
dimentichiamo quel che diceva il Labriola, e il Mondolfo ribadisce, che “l’uomo
produce, ossia sviluppa se stesso”, se noi non dimentichiamo infine quel che
dice il Mondolfo medesimo che lo “sviluppo dell’umanità si compie
nell’esercizio della sua attività e che il processo del variare dell’ambiente
sociale e dell’educazione è una praxis e la praxis è rapporto di soggetto-oggetto, in cui entrambi i
termini si sviluppano parallelamente”, non arriviamo a comprendere come possa
poi avvenire questo processo educativo, cioè formativo di coscienze (di
coscienze, intendo proletarie) - senza il quale il socialismo non sarà né domani
né mai - con una pratica collaborazionistica. Se soggetto e oggetto, cioè
l’individuo sociale e l’ambiente in cui vive, si sviluppano parallelamente,
cioè si trovano contemporaneamente nel reciproco rapporto di condizione e
condizionato, non si intende davvero come si formi un nuovo ambiente mentre gli
individui collaborano assieme nel vecchio, e reciprocamente non s’intende come
possa mutarsi l’individuo e acquistare una coscienza nuova, se non mutando
contemporaneamente l’ambiente e creando un ambiente nuovo.
E a questa stregua credo sia lecito
spezzare anche il circolo vizioso in cui verrebbe altrimenti ad aggirarsi il
movimento proletario, che nei momenti di crisi non può trionfare perché non può
farsi erede di una società immiserita, e non può trionfare nei momenti di
prosperità, perché questi smorzano dapprima le sue velleità rivoluzionarie e
poi precipitano rapidamente a nuove più gravi crisi. Questo circolo vizioso
rileva il Mondolfo medesimo, ma per protestare ch’esso può apparir tale solo a chi
dimentichi “quel fattore storico nuovo, che è costituito dall’imponente
risveglio della coscienza e della volontà del proletariato mondiale”. Quale coscienza? Quale
volontà?
Il dopo-guerra italiano ne ha dato
un esempio luminoso, ch’è ancor presente nella mente di tutti. V’era nelle
masse, e almeno in una parte di esse, una febbre d’iniziativa, un desiderio di
nuove forme sociali, in cui potessero più liberamente muoversi le fresche
energie che salivano su dalle risonanti officine e dalle campagne dissodate,
dai luoghi ove l’attività umana pulsava con ritmo più celere e sentiva il
disagio delle vecchie forme inceppanti. Ma quel grido di ribellione si tacque.
Ma quel moto di ascesa sostò. Ma quel fremito di vita nuova si spense.
Si spense appunto perché in Italia
la rivoluzione non era cominciata ancora, né potea farsi d’un balzo. L’attività
prebellica del Partito Socialista, sedicente rivoluzionaria, era stata invece
prettamente collaborazionistica: essa aveva educato nell’ambiente borghese,
negli istituti borghesi, nelle forme d’attività borghese, le masse lavoratrici
che si erano
intinte di borghesismo sino al midollo, pur restando
proletarie. Nessuna meraviglia quindi che, dopo la guerra, il socialismo si logorasse nella
conquista dei seggi parlamentari o nello sforzo di ottenere miglioramenti
immediati, mentre le poche energie sinceramente rivoluzionarie si trovarono
paralizzate. Esse non avevano in Italia terreno adatto alla loro azione, perché
fra noi il proletariato non aveva formato né se stesso né il suo ambiente; non
aveva cioè creato gli organismi entro cui svolgere la sua azione intransigente
e rivoluzionaria, e parallelamente, per l’inseparabilità di soggetto e oggetto
nella prassi marxistica, non aveva formato la propria coscienza.
Anch’io dunque respingo col
Mondolfo il concetto metafisico che la rivoluzione consista nell’atto violento
dell’espropriazione degli espropriatori, verificantesi, come ad un fiat miracoloso,
nell’ora prefissa dal fato. Riconosco anch’io che la Rivoluzione si fa perché diventa traverso
il coincidente cangiarsi dell’ambiente sociale e dell’attività umana, cioè della coscienza della classe
proletaria: ma questo cangiamento è per me cosa ben diversa che per il
Mondolfo. Egli domanda la socializzazione votata col consenso della maggioranza
e inquadrata nell’ambiente borghese, che non pone certo le condizioni di una
rivoluzione, se per
rivoluzione non deve
intendersi, come non intende il Mondolfo, il semplice
variare dei rapporti economici. Io rivendico all’azione intransigente del
proletariato il merito e il compito di creare da sé il suo mondo, che dovrà svilupparsi gradatamente
dagli organismi sindacali nella cui sfera il proletariato tenda a svolgere a poco a poco tutta intiera la sua attività. E allora non v’è bisogno di ricorrere, come fa il Mondolfo, al concetto, invero un po’ astratto,
del sommo sviluppo delle forze produttive raggiunto dal capitalismo, per ammettere la possibilità che la rivoluzione si compia. A tale effetto è sufficiente che contro il
capitalismo si erga una nuova formazione sociale più robusta, più salda, più
capace di soddisfare alle complesse necessità del popolo. Solo se questa sorgerà - dal seno stesso della società
capitalistica, ma in opposizione ad essa - il vecchio ordinamento potrà cadere. Quand’esso, obbedendo alle
necessità immanenti al suo proprio sviluppo, starà per provocare od avrà provocato una crisi forse più grave ancora dell’attuale, e si dibatterà nello sforzo
spasmodico di rialzarsi e riprendere il processo ascensionale, il nuovo ordinamento potrà
sostituirlo. E non si ripeterà più, come oggi è avvenuto, quel terribile iato (nel che veramente
consiste, come avvertiva Claudio Treves dalla tribuna della Camera, il tragico dell’ora
presente) fra una classe dominante incapace a tenere più oltre il potere, ed una
classe soggetta non peranco in grado di conquistarlo.
E per l’urlo che dovrà pur avvenire fra le due formazioni sociali, i due mondi in contrasto, io non mi preoccupo, punto se esso sarà o meno accompagnato dall’impiego
della violenza. Io non ne disconoscerei l’alta importanza storica e il grande beneficio sociale, anche se esso dovesse rappresentare il
trionfo di una minoranza rivoluzionaria e cosciente contro una maggioranza
legata al vecchio sistema da interessi particolari, o da quella potentissima forza
d’inerzia che si chiama tradizione, e ch’è la più sicura salvaguardia delle classi dominanti. Io non comprendo come si possa ingiungere alla storia (e qui per istoria intendo non un’ipostasi alla maniera del Bauer, ma le forze sociali stesse in movimento) di conformarsi ai precetti di quella
morale che è essa stessa un prodotto storico; io non comprendo come la si voglia arrestare dinanzi al
voto della maggioranza legale di un’Assemblea. Io non credo col Mondolfo che la rivoluzione socialista debba essere
necessariamente opera della maggioranza, e non credo col Longobardi ch’essa debba essere
necessariamente opera di una minoranza: queste necessità stabilite a
priori, mi consenta il
Mondolfo, non sono marxistiche. E non è marxistico il processo intentato alla violenza, la quale potrà
essere o meno necessaria, ma la cui necessità scaturisce dalla
stessa circostanzialità storica che noi non possiamo prevedere. E nemmeno sono d’accordo col
Mondolfo, là ove pretende che sia necessario suscitare la coscienza della
funzione puramente negativa della violenza. No. La coscienza che bisogna suscitare è una coscienza realistica che sappia
essa medesima, non velata da preconcetti, giudicare il fatto via via
che si produce,
e non anticiparlo
dogmaticamente: giudicare il fatto, e quindi scorgere in esso, al lume della concezione critico-pratica del Marx, la
necessità o meno della violenza.
Ma qui, come accennavo più sopra, non é il Mondolfo marxista che parla; è il Mondolfo democratico che ha
dinanzi agli occhi l’ideale luminoso e purissimo di un’Umanità fatta migliore. Se così non fosse, non comprenderei perché egli debba
insorgere contro
“quella visione storico-politica di forza e di realismo, in cui appaiono alcinesce le seduzioni
della Dea Giustizia e della Dea Umanità”, e ch’egli attribuisce alla rinascita e prevalenza dell’hegelismo.
L’espressione incriminata è del Croce, il quale, a dir vero, la usa proprio a proposito del Marx, cui riconosce il merito grandissimo
di averci resi insensibili a quelle seduzioni. Ora io non veggo in che cosa questa interpretazione
crociana del marxismo contrasti con l’interpretazione mondolfiana. Essa
significa semplicemente che il marxismo si è liberato dalla morale imperativa contenuta nella “Critica
della ragion pratica” del Kant e nella “Filosofia pratica” dello Herbart; che esso non crede più a quegli ideali etici, democratici che stanno come imperativi al disopra del processo
storico ed hanno un valore eterno; che anzi esso ha storicizzato la
morale. Ma con ciò
esso ha moralizzato
la storia,
ammettendo che quest’ultima realizzi, nel moto ascensionale delle classi
soggette che spezzano le vecchie forme sociali reclamando la soddisfazione di esigenze nuove e più vaste, la
morale stessa che si vien formando. In questo senso il socialismo supera moralmente il regime capitalista, non perché esso incarni l’assoluta morale kantianamente dedotta, ma semplicemente perché esso
rappresenta uno stadio più evoluto di storia, soddisfa a bisogni nuovi, più profondi, più ampi.
Quella maggior moralità che il socialismo include, in quanto assurge dal generale all’universale, e spezza le frontiere degli Stati, e spezza i vincoli delle classi, e fa l’uomo veramente uomo e non
altro che uomo,
creando una solidarietà fra tutti gli umani, quella maggior moralità, dico, non può intendersi né attuarsi se non
in funzione dell’utile
individuale e sociale.
Ciò è perfettamente marxistico. Ed è perfettamente mondolfiano.
Onde anch’io posso asserire, come il Barbagallo, di essere in buona compagnia, perché contro il
Mondolfo democratico sono col Mondolfo marxista.
PROMETEO FILODEMO