La discussione aperta dalla lettera del Presidente
della Camera sulle assenze dei parlamentari e sulle carenze dell’informazione
continua. Dopo Stajano, Tamburrano,
Branca e Pietra interviene Lelio Basso.
Rinnovare l’istituto parlamentare
di Lelio
Basso
L’ampio dibattito che si è svolto sulle colonne di
questo giornale a proposito dell’assenteismo parlamentare ne ha già messo in
luce le cause principali: il fatto che la discussione in aula è, nella maggior
parte dei casi, solo una stanca ripetizione della vera discussione che si è già
svolta in commissione e, prima ancora, negli incontri dei partiti; il fatto che
le commissioni sono costrette a riunirsi spesso in concomitanza con le riunioni
dell’aula (e molti dei parlamentari che appaiono assenti sono invece nello
stesso momento impegnati in discussioni più serrate e più tecniche in
commissione); il fatto che l’attività del parlamentare non si estrinseca
soltanto all’interno del Parlamento, ma in sede di partito, di gruppo, di
collegio, oltre che in una serie continua di rapporti con giornalisti, col
governo, ecc. e che al parlamentare spetta, in ultima analisi, la
responsabilità di amministrate il proprio tempo: è da presumere che il
parlamentare sappia farlo nel modo migliore, tanto più che, se così non fosse,
sarebbe lui a subire la sanzione della non-rielezione da parte del corpo
elettorale o, addirittura, della non-designazione da parte del partito.
Ma, al di là di queste ragioni, credo ce ne sia
un’altra, assai più decisiva, che è stata anch’essa accennata in questo
dibattito, ma, mi sembra, non convenientemente sviluppata, ed è l’obsolescenza
dell’istituto, almeno nella sua forma attuale che non si discosta gran che
dalle forme ottocentesche, di fronte al mutare delle situazioni politiche: in
particolare di fronte al peso crescente assunto dai partiti nella direzione
della vita politica. Non dimentichiamo che è la stessa Costituzione che,
all’art. 49 afferma che spetta ai partiti determinare la politica nazionale,
cioè attribuisce ai partiti la suprema direzione della cosa pubblica; che in
base a quest’articolo i regolamenti delle Camere hanno attribuito ai gruppi
parlamentari la figura di proiezione dei partiti nel Parlamento, e quindi li
hanno riconosciuti come organi dei partiti, soggetti pertanto alla disciplina
verso gli organi dirigenti del partito stesso, che il finanziamento pubblico è
il corrispettivo della funzione pubblica oggi spettante ai partiti. Non si
capisce perciò come di fronte a un così profondo mutamento della struttura
costituzionale dello Stato (diventato, secondo l’espressione germanica, un Parteienstaat,
uno Stato di partiti), ci si ostini a pretendere che il Parlamento funzioni
secondo regole che rispondevano alla situazione di altri tempi. Quando i
partiti non esistevano, o non si erano generalizzati o avevano scarso peso
nella vita parlamentare (nello stesso PSI, che pure era il partito più
organizzato, fino alla prima guerra mondiale il gruppo parlamentare aveva una
larga autonomia di decisione e non sempre disciplina di gruppo), il dibattito
parlamentare era aperto alle più varie possibilità e il discorso di un
autorevole deputato poteva addirittura provocare una crisi ministeriale. Le
leggi erano poche e le discussioni che si svolgevano in aula non avevano alle
spalle decisioni già prese dai partiti, talvolta fin nei minimi particolari,
sicché solo alla fine della discussione emergeva la fisionomia vera della
legge. In quelle condizioni la presenza in aula era garanzia di vita
democratica: oggi non più.
Perché il Parlamento conservi il prestigio e
l’autorità di pilastro della democrazia, deve trasformarsi e adeguarsi alle
nuove realtà. Personalmente penso a un istituto più snello (una sola Camera che
non comprenda più di 500 membri, mentre oggi i parlamentari sono 952), ma
articolato secondo criteri funzionali, e cioè tre sezioni ciascuna delle quali
corrispondente a una delle tre principali funzioni del Parlamento: la direzione
politica, la legislazione e il controllo. Ogni parlamentare dovrebbe
appartenere a una sola sezione e non essere costretto a coprirle tutte: per la
direzione politica (i grandi dibattiti di indirizzo, la fiducia o la sfiducia
al governo, le discussioni sui principi legislativi e simili) potrebbero
bastare un centinaio di deputati, mentre 300 dovrebbero essere consacrati a
svolgere la funzione legislativa con estrema serietà e, possibilmente, con la
massima competenza, lavorando in commissione cinque giorni la settimana, con
l’assistenza di altri organi dello Stato (il Consiglio di Stato, il Cnel, l’Istat, ecc.) oltre ad
appositi uffici studio e una banca dati opportunamente attrezzati; infine un
centinaio dovrebbero essere destinati, anch’essi con continuità di lavoro, a
quegli obblighi di controllo (sul potere esecutivo, sugli enti economici
pubblici, ma anche – perché no? – sulla magistratura che deve rimanere
indipendente dall’esecutivo, ma non dovrebbe esserlo dal popolo, in nome del
quale pronuncia sentenze troppo spesso aberranti, e quindi dall’organo che è
per eccellenza espressione della volontà popolare) che oggi nessuno esercita
con grave danno della cosa pubblica. E anche altri organi di Stato come la
Corte dei Conti e lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura potrebbero
rendere preziosi servigi di assistenza e di consulenza.
Sono pochi i cenni, perché lo spazio non mi
consente un’ampia esposizione, e può darsi che prestino il fianco a critiche
giustificate. Ma mi pare certo che nulla sia meno giustificato che pretendere
che il Parlamento funzioni secondo regole antiquate in una società e in uno Stato
profondamente trasformati. Non credo neppure che basti modificare i
regolamenti: sono le norme costituzionali che devono essere adeguate alla nuova
situazione.