Lelio
Basso
Il contributo dei socialisti
Non si può dire che il partito socialista, come del
resto quello comunista, si sia presentato con un programma ben definito
all’appuntamento dell’Assemblea costituente. Due ragioni soprattutto vi avevano
fatto ostacolo.
La prima, comune ai due partiti, era la tradizione
del movimento operaio, italiano che non si era mai interessato seriamente a
problemi costituzionali. Da un lato vi si opponeva l’idea che il potere,
comunque organizzato, è sempre espressione della classe dominante, e che
compito della classe operaia è quello di conquistarlo, non di modificarlo.
Dall’altro, per tutto lo schieramento riformista, la democrazia parlamentare
tradizionale era considerata sufficiente. Poiché era chiaro che non si poteva
pensare a conquistare il potere e a fare una Costituzione, di tipo socialista,
era abbastanza comune l’idea che si dovesse semplicemente fare una buona
Costituzione borghese, che offrisse maggiori garanzie contro tentativi di
ritorni fascisti.
La seconda ragione, peculiare al partito socialista,
era la furiosa lotta di corrente che allora divampava in seno al partito e che,
ripresa, dopo la breve tregua preelettorale,
all’indomani del 2 giugno, durò fino alla scissione di palazzo Barberini, cioè press’a poco finché durò il lavoro di redazione del
progetto costituzionale in seno alle commissioni. In quel periodo sarebbe stato
difficile che il partito, lacerato dalle sue contraddizioni interne, solcato da
un profondo contrasto ideologico e politico, preoccupato assai più delle
proprie vicende interne e della sorte che l’attendeva che del lavoro
costituzionale, potesse organizzare degli studi seri, e soprattutto dare un
orientamento unitario e concorde ai suoi rappresentanti nella Commissione dei
75, che si preparavano a dividersi in due partiti, come fecero appunto alla
metà del gennaio ‘47.
Non deve quindi stupire se chi studi oggi gli atti
dell’Assemblea e in modo particolare quello delle sottocommissioni, abbia
difficoltà a ritrovare una linea socialista chiaramente definibile, salvo su
alcuni temi particolarmente cari alla tradizione socialista, come quello della
laicità. Ma sulla maggior parte dei temi controversi i socialisti marciarono in
ordine sparso, e talvolta furono addirittura assenti in momenti cruciali del
dibattito, probabilmente perché impegnati nelle battaglie di corrente
all’interno della propria federazione. Tuttavia vi furono momenti qualificanti,
come per esempio nella seconda sottocommissione che si occupava
dell’organizzazione dello Stato, quando si discusse dell’introduzione della
seconda Camera. I socialisti furono allora decisi difensori del
monocameralismo, forse più agguerriti dei comunisti che erano peraltro sulla
stessa posizione, e quando la proposta bicameralista
fu approvata si opposero all’elezione corporativa voluta dai democristiani. Fu
Paolo Rossi, l’attuale presidente della Corte costituzionale, allora deputato
del PSI, che doveva peraltro di lì a poco seguire Saragat nella scissione, che
pronunciò un forte discorso in favore dell’elezione del Senato a suffragio
diretto e proporzionale.
Ma su altri temi, come per esempio sulle autonomie
regionali, i rappresentanti socialisti nella seconda sottocommissione non
furono compatti. Prevaleva in alcuni, come in Targetti, la tendenza a dar valore
principalmente alla provincia, mentre Paolo Rossi si mostrava favorevole a un
“largo, profondo, sincero, efficiente decentramento regionale”, e dal lato
opposto Bordon, eletto come rappresentante unico
della sinistra valdostana, ma iscritto al partito e al gruppo socialista,
combatteva, a fianco del repubblicano Zuccarini e
dell’azionista Lussu, una battaglia decisamente
regionalista. In mezzo a queste posizioni, un altro deputato socialista, Lami Starnuti, difendeva, proprio in funzione mediatrice, una
posizione regionalista più moderata ed ebbe parte non indifferente nella
redazione dei relativi articoli. Targetti e Di Giovanni furono particolarmente
presenti ed attivi nell’elaborazione delle norme relative al potere
giudiziario, e va qui ricordato come entrambi si siano battuti per l’ammissione
delle donne alla magistratura.
In seno alla terza sottocommissione sui rapporti
sociali, la presenza socialista si nota particolarmente in alcuni dibattiti
importanti, fra cui forse il più qualificante è quello relativo alla proprietà
terriera. Qui, riprendendo un’antica polemica, i socialisti sono contrari alla
piattaforma democristiana della piccola e media proprietà, e sostengono la
necessità di una riforma agraria che miri a valorizzare la grande azienda condotta
dal lavoro associato. Ma in questa battaglia restano isolati. Nella definizione
della proprietà, il presidente socialista della sottocommissione Ghidini, si pronuncia per una formulazione molto aperta, da
cui possa scaturire la natura storica della proprietà privata e quindi la
possibilità di un suo superamento che non renda inevitabile un atto di rottura
costituzionale. Ma un altro socialista, Giua,
giudicando astratta questa posizione, vi si oppone in nome della concretezza.
Questo contrasto Ghidini-Giua (che, sia detto
incidentalmente, appartenevano alla stessa corrente di Critica sociale, anche
se poi il primo passò al PSLI e il secondo rimase nel PSI) si ripete anche in
altre occasioni in questa sottocommissione, dove l’ordine sparso dei socialisti
appare piuttosto la regola che l’eccezione.
Un discorso un po’ diverso devo fare per i lavori
della prima sottocommissione, non solo perché ne ho un ricordo personale più
vivo, avendovi partecipato, ma perché la piccola pattuglia socialista, formata
da Pietro Mancini, Giovanni Lombardi e da me, si mantenne quasi sempre unita.
Nel corso dei lavori, Lombardi morì e fu sostituito da Leonetto Amadei. Neppure la nostra unione fu totale e, soprattutto,
non fu facile. Lombardi era professore all’università di Napoli, se ben
ricordo, di discipline criminologiche, di ispirazione
lombrosiana; Pietro Mancini era stato deputato nel
primo dopoguerra e successivamente era stato ministro durante la guerra di
liberazione: era uno dei più nobili rappresentanti del socialismo meridionale.
Io venivo da tutt’altra esperienza e avevo una mia concezione del marxismo, che
non ha mai avuto molta fortuna, ma alla quale rimango fedele. Naturalmente non
riuscii a convincere alle mie opinioni Lombardi e Mancini, entrambi maggiori di
me per anni e per esperienza, ma riuscii a stabilire con loro un rapporto di
leale collaborazione e di reciproca fiducia, che ci permetteva di consultarci
prima delle sedute e di coordinare le nostre posizioni. Solo sul tema dei
rapporti politici, dove Mancini era relatore e dove accettò di preparare una
relazione comune con l’altro relatore democristiano, Umberto Merlin, io mi
trovai in dissenso e presentai a mia volta un’altra relazione, diversa su più
punti, ma dopo aver avuto il suo consenso a questo mio atteggiamento. Con Amadei, subentrato, come ho detto, a Lombardi, e che era il
più giovane di noi tutti, l’accordo fu sostanziale.
La mia concezione del marxismo, cui ho fatto sopra
riferimento, e che ho avuto recentemente occasione di svolgere in vari saggi
sulla concezione marxista dello Stato, partiva dall’idea che la società
borghese, essendo una società contraddittoria, riflette queste contraddizioni
anche nello Stato, che non è, quindi, un blocco compatto di potere al servizio
della classe dominante, ma è un luogo di scontro e di lotta in cui è
concepibile anche una partecipazione antagonistica della classe lavoratrice.
Ciò significava che, anche se non avevamo alcuna possibilità di formulare una
Costituzione socialista, non dovevamo per questo limitarci a fare una
Costituzione borghese, ma che avevamo possibilità di immettere elementi di
contraddizione anche all’interno del sistema costituzionale.
A tradurre questa concezione in precise
formulazioni giuridiche, da proporre all’approvazione dei colleghi, mi fu di
grande aiuto la collaborazione di eminenti giuristi socialisti con i quali mi
tenni in continuo contatto, e in particolare del compagno professor Massimo
Severo Giannini, al quale, desidero, in occasione di questa rievocazione
rinnovare l’espressione della mia gratitudine. Credo di poter ascrivere a mio
merita di essere stato il solo fra i membri socialisti della Costituente che,
pur impegnato più di altri nelle lotte di corrente (che dovevano portarmi nel
gennaio ‘47 ad occupare il posto di segretario generale del PSI), abbia sentito
il bisogno di formulare, insieme con gli specialisti, un programma organico per
tutta la prima parte della Costituzione, tanto da presentare, come ho detto,
oltre la relazione a me spettante sulle libertà civili, anche una sulle libertà
politiche per introdurre un’innovazione importante che non era compresa nella
relazione Mancini-Merlin. Mi riferisco all’attuale
art. 49 sui partiti politici, che, nella mia proposta, era seguito da un
secondo articolo che ne specificava meglio il significato e la portata. Si
tratta di un articolo innovatore, rispetto alla tradizione costituzionale
occidentale, un articolo che, riconoscendo a tutti i partiti, e quindi anche
all’opposizione, la funzione di concorrere alla determinazione della politica
nazionale, non solo valorizzava l’opposizione, ma riconosceva le lotte dei
partiti, e, dietro ai partiti, delle classi, come momento dialettico
determinante della vita statale.
Più innovatore ancora l’attuale capoverso dell’art.
3, formulato nella mia relazione sulle libertà civili, e che da molti giuristi
è riconosciuto come la pietra angolare della Costituzione. È un articolo su cui
esiste oggi una vasta letteratura, ed è suscettibile di sviluppi costituzionali
importanti nel quadro di una visione del potere statale quale ho sopra
delineato.
Dovrei ora parlare di quello che è stato
l’atteggiamento socialista nelle discussioni in assemblea plenaria, ma il
discorso mi porterebbe troppo lontano. In complesso, superata ormai la
scissione, il PSI si batté in modo più omogeneo e compatto e fu presente in
tutti i momenti cruciali in difesa dei principi più avanzati di democrazia, con
un contributo globale che merita il più alto rispetto. Queste battaglie furono
quasi sempre combattute a fianco dei compagni comunisti: la rottura più
importante si verificò, come è noto, sull’art. 7. È superfluo, credo, che io
sottolinei qui, perché l’ho ripetuto molte volte, che considero tuttora valida
la battaglia socialista contro quell’articolo, che del resto, come segretario
del partito, condussi allora in prima persona insieme con il compagno Nenni.