Delitti nelle campagne
di Lelio Basso
Non è certo sfuggita al lettore avvertito la
recente e grave prova di malcostume offerta dalla stampa di informazione.
Erano trascorse appena poche ore dall’assassinio di
due democristiani a Colombaia di Secchia, in comune di Carpineti, la notte del
26 marzo, che già da ogni parte d’Italia si precipitavano corrispondenti
straordinari, e colonne e colonne di servizi speciali riempivano le prime
pagine dei giornali sotto titoli sesquipedali. Per giorni e giorni ogni altra
notizia passò in seconda linea di fronte alla dilagante cronaca del fatto di
sangue, di cui i più minuti particolari furono doviziosamente offerti e
abilmente conditi per stuzzicare non tanto la curiosità quanto l’odio di parte.
Perché - è inutile dirlo - prima ancora che fosse scoperto l’assassino, tutti
concordemente i giornali d’informazione giuravano sulla natura politica del
delitto e sulla responsabilità almeno morale del Partito Comunista.
Ma quando all’alba del 16 maggio, il giovane
sindacalista socialista Salvatore Carnevale fu assassinato a Sciara, nessun
corrispondente si è mosso: poche righe di notizia e, due giorni dopo, il “fatto
di cronaca” era completamente dimenticato. Tutt’al più un breve commento
avvertiva il distratto lettore che la causale del delitto non poteva essere
politica. Eppure qui davvero la natura politica del delitto doveva apparire
evidente, giacché si contano ormai a decine i sindacalisti assassinati in
questi anni dalla mafia siciliana, e a pochi chilometri dal luogo ove Salvatore
Carnevale è stato ucciso, fra le Madonìe e il mare, già altri tre lo hanno
preceduto: Musciarella di Ficarazzi, Li Puma di Petralia, Rizzotto di Corleone,
tutti colpevoli, come Carnevale, di aver educato i contadini ad opporre
all’oppressione del feudo l’arma democratica dell’organizzazione sindacale e il
metodo civile dello sciopero.
Ma questa differenza di atteggiamento, questo
malcostume è soltanto giornalistico? La mobilitazione delle forze di polizia
per la cattura del colpevole di Colombaia, e la condotta, energica e decisa
delle indagini, trovano analogo riscontro per il delitto di Sciara? Mentre
scrivo, le indagini sono in corso e alcuni fermi sono avvenuti non posso che
formulare l’augurio che gli assassini e i mandanti siano rapidamente e sicuramente
individuati.
Non posso però non rievocare la lunga catena degli
altri delitti rimasti impuniti, senza neppure un processo, e le gravi
responsabilità dell’autorità di polizia, così clamorosamente mancata al proprio
dovere di assicurare la tranquillità di quelle zone, di garantire anche ai
sindacalisti l’incolumità e ai contadini la libertà dalla paura. Ho vivo il
ricordo di altri tre sindacalisti socialisti uccisi in breve spazio di tempo,
alla vigilia - come oggi - di una campagna elettorale, quella dell’aprile 1948,
e dei quali, nella mia qualità di segretario del Partito mi interessai in modo
particolare: Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi, vero eroe
da tragedia greca, la cui sorte commosse allora tutti i cuori generosi d’Italia.
Anche allora la voce pubblica identificò subito gli
assassini fra gli esponenti della mafia locale, che spesso non avevano avuto
neppure timore di scoprirsi, facendo alle future vittime volta a volta promesse
o minacce per distoglierli dall’attività sindacale. Eppure gl’indiziati non
furono disturbati. Credo che in un solo caso - uno solo per tutta la tragica
catena di delitti contro sindacalisti - si sia avuto il processo. Fu il caso di
Rizzotto, e gli atti di quel processo meriterebbero di essere pubblicati tanto
sono edificanti.
Placido Rizzotto, segretario della Camera del
Lavoro di Corleone, non rientrò a casa una sera e di lui non fu trovato neppure
il cadavere. Si conosceva l’ultima persona che lo aveva avvicinato la sera: era
un avversario politico che si allontanò l’indomani dal paese. Il padre,
interrogato dai carabinieri, mentì spudoratamente sui movimenti del figlio. Era
certamente qualche cosa più di un indizio, reso più grave dal fatto che costui
era anche gabelloto di un fondo di cui la Camera del Lavoro aveva qualche mese
prima ottenuto l’assegnazione a una cooperativa di contadini. La voce pubblica
lo denunciava concorde e il padre del Rizzotto ne fece pubblicamente il nome
come quello dell’assassino durante un comizio. Non fu arrestato né processato.
Si presentò spontaneamente all’Autorità Giudiziaria dopo parecchi mesi (e si
seppe che nel frattempo era rimasto tranquillamente nella sua campagna), fu
assolto in istruttoria per insufficienza di prove.
Senonché in quegli stessi giorni un detenuto lo
denunciò in modo preciso come correo, con altri, dell’assassinio. Fu arrestato
con uno dei correi: entrambi si confessarono autori e rivelarono il luogo, una
specie di fòiba, dove il cadavere del Rizzotto era stato gettato e dove fu
difatti trovato. Questa volta naturalmente il processo si dovette fare, ma
neppur questa volta le prove furono ritenute sufficienti dalla Corte di Assise
di Palermo.
Questa ormai consolidata impunità degli assassini
incoraggia naturalmente il ripetersi dei delitti, ed è vano gettare la
responsabilità di queste impunità sul silenzio generale delle popolazioni che
non consentono di trovare le prove. Certo l’omertà è grande, ma il circolo è
vizioso: finché l’autorità non darà veramente la prova di voler seriamente
punire i colpevoli, il cerchio della paura non si allenterà perché ogni
testimonio sa di non essere a sua volta protetto contro le vendette della mafia
forte della propria impunità.
Ecco perché accanto alla nuova fossa da poco
scavata, un interrogativo è lecito. La responsabilità di questa catena di
delitti, di queste decine di vittime, ricade sulla classe dirigente locale, sui
ceti feudali e sulla mafia, ma non ricade anche sulle autorità costituite e sul
governo di Roma, per la loro tollerante impotenza? E se sarebbe ingiuria grave
pensare ad una condiscendenza voluta, non credo che la responsabilità politica
diminuisca se si pensa ad un’inettitudine totale, le cui radici sono del resto
nello stesso animo della polizia, troppo ingombro di preconcetti a carico delle
vittime di questi delitti per poter condurre obiettivamente le indagini.
Ho difeso davanti alle Assise di Agrigento il
segretario della Camera del Lavoro di Canicattì, Mannarà, imputato del delitto
di strage da cui la Corte lo mandò completamente assolto. Per dare maggior
forza alla sua denuncia, la polizia aveva cercato di dipingere il Mannarà a
tinte fosche, e tra l’altro aveva scritto nel suo rapporto: “Che il Mannarà sia
un elemento pericoloso e capace di commettere i delitti da lui consumati in quell’occasione
in mezzo alla folla, armato di pistola, lo dimostra il fatto che in tutto
l’ambiente di Canicattì è temutissimo, motivo per cui tempo addietro lo stesso
subì due attentati che evidentemente miravano a toglierlo di mezzo”.
Tocchiamo così forse uno degli aspetti principali
del problema. Ogni capolega di contadini, ogni segretario di Camera del Lavoro
siciliani sanno che la fredda morte può ghermirli ad ogni angolo di strada
perché il regime feudale si difende con mezzi ancora barbarici contro l’avanzata
del mondo moderno, perché il regno della mafia non perdona a coloro che
vogliono dare ai contadini la coscienza dei diritti scritti nella Costituzione.
E tutti sanno che cosa significhino queste croci lungo il faticoso cammino
dell’ascesa democratica delle masse lavoratrici siciliane. Solo la polizia non
se ne è ancora accorta. Per essa i tanti sindacalisti caduti, da Accursio
Miraglia a Calogero Cangelosi, non sono vittime della prepotenza del feudo e
della ferocia della mafia, ma sono essi stessi dei prepotenti e dei malvagi,
degli “elementi pericolosi e capaci di commettere delitti”, sono in ultima
analisi, delle vittime della propria violenza.
Quale prezzo di sangue dovrà pagare ancora il
movimento contadino siciliano perché la verità si faccia strada anche presso
l’autorità?
LELIO BASSO