Egidi - Crainquebille
Al biondino di Primavalle, come al noto personaggio di
Anatole France, è stato impossibile avere ragione contro la polizia
di Lelio Basso
Un corsivo dell’ultimo
numero de Il Contemporaneo, a proposito della condanna di Egidi,
esprimeva i dubbi di molti italiani formulando una semplice domanda: “se
accanto alla sorte di Egidi non fosse stato in gioco anche il prestigio della
polizia, la sentenza sarebbe stata la stessa?”. Ogni penalista sa per
esperienza propria quanto questo dubbio sia fondato, quanto forte sia la
tendenza che spinge il giudice ad accogliere aprioristicamente le tesi della
polizia.
C’è a questo proposito un vecchio
racconto di Anatole France, la storia di un povero erbivendolo ambulante: Crainquebille,
denunciato dall’agente Matra per un oltraggio non commesso e condannato dal
presidente Bourriche, nonostante la testimonianza favorevole e disinteressata
del dottor Matthieu. Sarebbe difficile trovare in questo argomento un commento
più efficace di quello che Anatole France mette in bocca rispettivamente
all’incisore Lermite e all’avvocato Aubarrès, che hanno assistito al processo e
alla condanna. Dice Lermite:
“Il presidente Bourriche è troppo
imbevuto di senso giuridico per subordinare le sue sentenze ai cavilli della
ragione e della scienza. Egli rispetta i dogmi e la tradizione, sicché i suoi
verdetti hanno un’autorevolezza pari ai comandamenti della Chiesa; sono dei
verdetti canonici, in quanto derivano logicamente da un certo numero di sacri
canoni. Per lui, la testimonianza di un agente fa legge, astrazion
fatta della consistenza umana di quell’individuo; egli lo concepisce
metafisicamente come numero, come matricola, in seno alle categorie di una
polizia ideale. Non è ch’egli consideri Matra (Sebastiano), nato a Cinto-Monte
(Corsica), immune da errori; anzi, non ha mai ritenuto che Sebastiano Matra
fosse dotato di un acuto spirito di osservazione e che, nell’esame dei fatti,
fosse idoneo ad applicare un rigoroso e preciso metodo d’indagine. Ma, per lui,
non esiste Sebastiano Matra; vi è soltanto l’agente 64... Sebastiano Matra, di
Cinto-Monte, può cadere in fallo. Ma l’agente 64, astrazion
fatta dalla sua umanità, non può sbagliare. È un’entità; come tale sfugge a
tutto ciò che nei comuni mortali può essere cagione di dubbio, di stanchezza,
di corrompimento; egli rappresenta un’entità pura,
inalterabile, incorruttibile. Il Tribunale, non esitando a respingere la
testimonianza del dottor Matthieu, essere umano, e ritenendo valida quella
dell’agente 64, che rappresenta un concetto puro, quasi un raggio divino sceso
ad illuminare il pretorio, ha agito con rettitudine”.
“...Quando il testimone è armato di
una sciabola, è la sciabola che conta, non l’uomo. L’uomo è debole e può aver
torto; la sciabola è simbolo della rettitudine, della forza, della ragione. Il
presidente Bourriche conosce a fondo lo spirito della legge. La società riposa
sulla forza e questa noi dobbiamo rispettare, come fondamento ideale della
società. La giustizia è, in sostanza, l’amministrazione della forza. Il
presidente Bourriche vede nell’agente 64 una particella del Principe e
comprende che, attentando all’autorità di un agente, si indebolisce quella
dello Stato. Mangiare una foglia del carciofo è come divorare l’intero
carciofo, afferma Bossuet nel suo sublime linguaggio. Tutte le sciabole di uno
Stato hanno la punta rivolta in una sola direzione; se si dovessero incrociare,
la repubblica ne sarebbe sovvertita”.
“…Dovete rendervi conto, signori
miei, che i giudici non sono obbediti se non in quanto gli organi esecutivi
stanno dalla loro parte. Senza la polizia, il giudice sarebbe null’altro che un
ingenuo sognatore. E quale danno se attribuisse il torto ad un agente! Per
prima cosa, la legge, anzi, il genio delle leggi vi si oppone, in quanto il
disarmare i forti per armare i deboli significherebbe sovvertire l’ordine
sociale, proprio quell’ordine che il giudice ha il dovere di tutelare... Così
avrebbe parlato il presidente Bourriche, magistrato di molto acume giuridico,
il quale conosce i doveri della giustizia verso la società, i cui principi
devono essere tutelati con diligenza e continuità. La giustizia è sociale; solo
le menti traviate possono ritenerla sensibile ed umana. Non chiedetele,
soprattutto, di essere giusta dal momento che ciò è superato dal fatto stesso
di essere giustizia. Anzi, vi dirò che il concetto di una giustizia giusta non
può essere germinato che nel cervello sconvolto di un anarchico. Vi è un
magistrato, il presidente Magnaud, che emana sentenze eque, ma queste vengono
sistematicamente cassate; ed è giusto. Un giudice degno di tal nome soppesa le
testimonianze e dà ragione alla forza armata, sempre”.
E l’avvocato Aubarrès risponde: “Se
devo esprimere il mio parere, io non credo che il signor presidente Bourriche
si sia elevato fino ai cieli della metafisica. A mio giudizio, ritenendo la
deposizione dell’agente 64 come l’espressione della verità, egli ha agito come
hanno sempre fatto gli altri. Imitazione, niente altro. È nello spirito di
imitazione che troviamo la giustificazione della maggior parte delle azioni
umane. Uomo onesto è giudicato colui che non si stacca dalle consuetudini; uomo
dabbene è colui che agisce come tutti gli altri”.
Ci sono in queste parole di Anatole
France tutti gli elementi che ci occorrono per intendere le ragioni profonde
del problema che ci occupa. Innanzi tutto imitazione del passato, spirito di routine.
Un giudice francese, il Lequenne, ha scritto recentemente un libro (Des
juges et des hommes, Parigi, 1951) in cui ha messo in rilievo l’importanza che ha per i
giudici questa forza dell’abitudine. Certo, vi sono giudici che salvano la loro
umanità, ma la maggior parte, per non esserne schiacciata, finisce con
l’accettare il ruolo di ingranaggio di un meccanismo. “L’accusato si aspetta di
essere giudicato dagli uomini, e si trova in presenza di un meccanismo”, ha
scritto in un altro libro recente un cronista giudiziario francese, Roger
Grénier.
Da migliaia di anni questo
meccanismo funziona, in armonia con quello della polizia, a garanzia
dell’ordine costituito, e l’ordine costituito non è fatto per favorire i poveri
cristi. Per tradizione, i giudici han sempre
appartenuto ai ceti superiori, e ancor oggi vi appartengono, se non per
nascita, per cultura ed educazione. Nei loro ragionamenti e nelle loro conclusioni
prendono le mosse da una premessa maggiore, - quella che il giudice Holmes della Corte Suprema americana chiamava la “premessa
maggiore non articolata” - secondo cui l’ordine sociale esistente è l’ordine
naturale per eccellenza, l’incarnazione della ragion pura. In quest’ordine
naturale gli uomini come Crainquebille o come Egidi non possono aver ragione
contro la polizia, che è un’emanazione dell’ordine, anzi dell’Ordine, con la
“O” maiuscola. Forse non sono neppure propriamente degli uomini, certo non
appartengono alla stessa categoria umana dei giudici. “Non vi è nessuna
possibilità, ammoniva già Voltaire, che un consigliere di La Tourmelle possa
considerare come un suo simile uno sciagurato che gli passa davanti smunto,
pallido, disfatto, con gli occhi spenti, la barba lunga e sporca, pieno di
parassiti cui è stato in preda nella sua cella”.
C’è stato per la verità un re di
Francia che prescrisse di trattare umanamente personas
honestas ac bonae famae, etiam si sint pauperes. Ma quel re era San Luigi, e i
giudici non sono tenuti ad essere egualmente santi. E così accade, come
osservava Filippo Turati, che la autorità giudiziaria copra spesso le malefatte
della Pubblica Sicurezza. Ed egli aggiungeva: “ciò non è giusto, ma è
prudente”. E d’altra parte la giustizia, secondo le parole testé riportate di
Anatole France, non ha bisogno di essere giusta, appunto perché è per
definizione la giustizia.
Tutto ciò non significa
naturalmente che io voglia qui sostenere l’innocenza di Egidi. Ho voluto
soltanto portare il mio contributo a un problema più generale, dare un risposta
all’interrogativo della settimana scorsa.