Tribunale
Russell per i paesi dell’Est?
Lelio
Basso spiega perchè considera “fisiologica” la repressione negli stati capitalisti e “patologica” quella negli
stati definiti socialisti. Potremmo istituire un Tribunale permanente del
popoli, che oggi manca”
Sul n. 11 l’Osservatore poneva al
compagno Lelio Basso alcune domande - che qui richiamiamo molto sinteticamente
- in relazione al funzionamento, che a noi sembra unilaterale, del Tribunale
Russell. Chiedevamo a Basso perchè consideri “fisiologica” la repressione negli
Stati della sfera capitalistica e “patologica” quella degli Stati che egli
chiama “socialisti”; e quali sono le iniziative che nei paesi dell’Est
dovrebbero essere assunte (e da chi: il governo? il partito? i movimenti di
protesta?) per far scomparire le forme illiberali
della gestione del potere. Pubblichiamo la risposta del senatore Basso.
Non posso tacere che la prima parte dell’articolo contenente critiche alla
mia Tribuna aperta del Corriere della Sera dell’8 agosto mi ha non poco
sorpreso. Non posso supporre nell’autore un difetto d’intelligenza e non voglio
certo supporre un difetto di buona fede. E tuttavia fuor da queste due ipotesi
non so spiegarmi com’egli trovi priva di fondamento la mia affermazione che,
non potendosi costituire un Tribunale Russell per ogni violazione dei diritti
dell’uomo, sia giusto scegliere i casi più gravi.
Per
denunciare le violazioni dei diritti dell’uomo ovunque si verifichino, esiste
una benemerita associazione a carattere internazionale, Amnesty International, che, nonostante la vastissima rete dei suoi
associati e dei suoi mezzi d’informazione che le permettono di venire a
conoscenza di un’infinità di casi, è ben lungi dal denunciarli tutti. Il
Tribunale Russell è un’altra cosa. Non è e non ha dietro di sè nessuna
associazione o organizzazione qualsivoglia che lo finanzi. È una creazione
spontanea di persone che, senza timore di sfidare il ridicolo, si
autocostituiscono in Tribunale e giudicano in nome della coscienza universale:
è chiaro che la loro azione ha un significato ed un peso nella misura in cui
non solo si tratti di persone che godono di un largo prestigio internazionale
per autorità morale o culturale, ma in cui vengano esibite prove serie e
accuratamente vagliate e sia pronunciato un giudizio fondato su validi principi
di diritto. Il primo Tribunale Russell, costituito personalmente dal premio
Nobel Bertrand Russell, che gli diede il nome e ne fu presidente onorario, e di
cui io ebbi l’onore di essere membro e relatore finale, era sostenuto non solo
dal suo prestigio personale, ma da quello del presidente effettivo Jean-Paul
Sartre e, in genere, da quello della maggioranza dei suoi membri. Svolse una
lunghissima indagine preparatoria inviando parecchie commissioni sul teatro
stesso della guerra (una la presiedetti io stesso), ebbe una regolare
collaborazione scientifica dalla Sorbona e
dall’università di Tokyo, oltre che da scienziati e giuristi americani e di
molti altri paesi, tenne due sessioni - una a Stoccolma e una a Copenaghen -
davanti alla grande stampa internazionale e a numerose televisioni e radio di
molti paesi, e la serietà delle prove offerte fu tale che al terzo giorno della
nostra prima sessione il Pentagono ammise l’impiego di bombe a biglie e di gas
che aveva fin allora negato, e alla fine il Times,
che ci aveva in un primo momento preso in giro, si sentì in dovere di
scrivere che da quel momento in poi non si sarebbe più potuto parlare
seriamente della guerra del Vietnam senza tener conto del nostro lavoro. E
l’eco negli stessi Stati Uniti fu tale che alla seconda sessione di Copenaghen si presentarono
spontaneamente ufficiali e soldati americani reduci dal Vietnam per render
testimonianza sui crimini che erano stati forzati a commettere e spontaneamente
si presentò l’ex-direttore (credo, ma comunque un professore medico)
dell’ospedale di Hué per rendere testimonianza su
quel che aveva visto negli anni trascorsi in quell’importante posto
d’osservazione. E credo che nessuno storico serio di quella vicenda potrà non
riconoscere l’incidenza che ebbe il lavoro del Tribunale sullo stato d’animo
della gioventù americana, sulla contestazione giovanile della guerra, sulle
cartoline-precetto lacerate, sulle campagne di stampa che ne seguirono fino al
ritiro del presidente Johnson dalla competizione elettorale un anno circa dopo
la fine dei nostri lavori.
Non sta
a me, che l’ho presieduto, parlare degli echi che ha avuto il secondo Tribunale
che, forte dell’esperienza del primo, ha svolto un lavoro ancora maggiore
durato dal 1973 al 1976; posso dire soltanto che l’autorità dei suoi membri non
era minore (due premi Nobel, uno americano e uno francese, uno scienziato di
prima grandezza come Laurent Schwartz,
tre teologi - due cattolici e uno protestante - di larga fama internazionale,
alcuni fra i maggiori scrittori dell’America Latina, come Garcia
Marquez e Cortazar, un
ex-capo di stato, giuristi internazionalisti fra i più noti del mondo, storici
eminenti, ecc.) e che ancor maggiore fu il concorso dei mezzi di comunicazione
di massa internazionali alle nostre sessioni. I relatori, i collaboratori, i
testimoni, venuti in gran parte dalle due Americhe, apportarono un contributo
inestimabile di prove e di argomenti che ci permisero di rendere giudizi
inattaccabili, tanto che la stampa ufficiale dei governi condannati non poté
contestare nessuna delle nostre asserzioni, e il dittatore Pinochet, che non
poté tacere di fronte alle accuse e alle prove, si limitò ad affermare che era
un Tribunale di comunisti (che erano invece solo quattro su una ventina di
membri). E non è certo un caso che alcuni fra i testimoni o i collaboratori del
Tribunale abbiano poi pagato con la vita la collaborazione data, come il
senatore Michelini e altri esuli uruguayani assassinati a Buenos Aires.
Crede
forse l’Osservatore che un’opera simile si possa ripetere ad ogni momento? Per
poter organizzare questo secondo Tribunale ci sono voluti, come ho detto, anni
di lavoro mio e di parecchi collaboratori permanenti e per organizzare le tre
sessioni pubbliche (due a Roma e una a Bruxelles), pagare i trasferimenti dei
testimoni, dei relatori, dei membri del Tribunale, degli interpreti in
simultanea, della segreteria tecnica, ecc., si è speso assai più di mezzo
miliardo, di cui una decina di milioni circa li ho ottenuti da partiti ed organizzazioni
di sinistra italiani, e le altre parecchie centinaia li abbiamo raccolti io, in
gran parte e alcuni pochi collaboratori facendo personalmente la questua fra
amici italiani e stranieri che hanno generosamente risposto. Per il primo
Tribunale questo lavoro fu fatto in gran parte da Bertrand Russell, ma credo che nessuno che l’abbia fatto
una volta si cimenterebbe la seconda.
Non so
in quale occasione Bocca abbia scritto la frase che l’Osservatore ricorda, ma
io non ho nessuna difficoltà ad ammettere che per le vittime non faccia
differenza il colore politico delle carceri in cui si trovano: tuttavia è certo
che formare un Tribunale Russell non è come mettere una firma in calce a un
appello, e che non si troverebbero persone disposte a lavorare come membri o
relatori o testimoni o collaboratori a qualsiasi titolo se non si trattasse del
caso più grave che in quel momento c’è davanti al mondo.
Naturalmente
i giudizi sulla gravità possono essere diversi, ma nessuno vieta
all’Osservatore e ai suoi amici di fare quel che abbiamo fatto Bertrand Russell
e io e costituire un altro Tribunale, che potrà chiamarsi magari con un altro
nome se la vedova del filosofo inglese e la Fondazione Russell non dovessero
autorizzare l’uso del nome, ma che sarà libero di esaminare tutti i casi che
riterrà necessario denunciare alla pubblica opinione.
Se ho
insistito su questo argomento è perchè la critica dell’Osservatore tendeva a
farlo apparire come un pretesto, come se io volessi sfuggire alle mie
responsabilità. Vorrei fosse invece ben chiaro nella mente dei lettori che io
non sono presidente permanente di un Tribunale che abbia il dovere di occuparsi
di tutti i casi possibili, ma sono
semplicemente un democratico
indipendente che può sostenere solo le battaglie
che i suoi mezzi gli consentono, ed ha accettato, anche su espressa richiesta
della vedova Allende, di assumersi una volta l’incarico di un Tribunale
Russell, ma ha declinato recentemente l’invito di far parte di un terzo
Tribunale analogo che sta sorgendo in Germania. Certo, se disponessi almeno dei
mezzi finanziari necessari, oltre che delle forze fisiche (ma ho 74 anni),
sarei ben lieto di dedicare ancora le mie energie alla causa dei diritti
dell’uomo, e, più ancora, dei diritti dei popoli: se Critica Sociale mi vorrà aiutare, potremmo tentare insieme di
raccogliere i fondi necessari ad istituire un Tribunale permanente dei popoli
che oggi manca.
Prima di
passare al punto principale della critica dell’Osservatore devo ancora
rispondere a un’osservazione di carattere pregiudiziale. Poiché io avevo usato
l’espressione di “paesi socialisti”, mi si obietta che “per noi i paesi cui
Basso fa riferimento non sono “paesi socialisti”, ma “paesi comunisti”, e la
differenza è grossa)”. Per la verità “comunisti” sono i partiti che governano
questi paesi, anche se si chiamano spesso con altri nomi, e la giustificazione
del nome sta nel fatto che il fine dichiarato di questi partiti è di creare una
società comunista, che però riconoscono di non essere ancora riusciti a realizzare
nei loro paesi. Chiamarli paesi comunisti mi sembra perciò fuori di posto.
Paesi socialisti è la denominazione ch’essi si danno e che viene loro data
comunemente, e io l’ho usata perchè mi è sembrata la formula più semplice per
far capire al lettore di quali paesi parlavo.
Quest’uso
terminologico non implica però da parte mia alcun giudizio di valore sul loro
contenuto socialista: se devo assumere come criterio di giudizio la mia
concezione del socialismo, non ho difficoltà a dire che siamo molto lontani. Ma
l’Osservatore sa che, se io dovessi sempre assumere questo criterio di
giudizio, dovrei applicarlo anche all’Internazionale socialista che, secondo
me, non ha nulla di socialista, e ogni volta che nomino la maggior parte dei
partiti che ne sono membri dovrei aggiungere che sono socialisti soltanto di
nome. Ma poiché si chiamano e sono comunemente chiamati Internazionale
socialista e partiti socialisti, mi sembra più semplice menzionarli col loro
nome. Perchè non dovrei usare lo stesso trattamento
all’Urss (Unione delle repubbliche socialiste
sovietiche)?
E ora eccoci finalmente al merito, e cioè all’opinione da me
espressa che l’aggressione imperialistica sia un fatto fisiologico per i paesi
capitalistici sviluppati mentre le violazioni dei diritti dell’uomo nei paesi
socialisti non sono una conseguenza necessaria delle strutture
economico-sociali di quel regime ma un fatto patologico.
Cerchiamo
di chiarire. Anche se non ho, mentre scrivo lontano da Roma, sott’occhio
l’articolo “incriminato”, credo di trovar conferma nelle citazioni che ne fa
l’Osservatore, a quel che mi pare di avere scritto. Contrariamente a quanto
pensa il mio critico, l’argomento ch’egli considera irrilevante è stato
presentato come il più importante e addirittura decisivo: non si possono fare -
o almeno le stesse persone non possono fare - Tribunali Russell a getto
continuo e perciò s’impone una scelta in relazione alla maggior gravità dei
fatti. Che il caso del Vietnam (un paese straziato come forse mai nessun altro
al mondo, con immense zone dove ogni forma di vita è stata distrutta per lunghi
periodi) e quello dell’America latina (un intiero continente assoggettato a
dittature militari certamente, quanto a repressione poliziesca, più sanguinarie
e feroci del fascismo italiano, e ciò in virtù di un unico meccanismo
imperialistico) dovessero essere ritenuti i più gravi, è parso a me, ed è parso
ai miei eminenti colleghi del Tribunale, un fatto assolutamente pacifico, e mi
dispiace che non lo sia altrettanto per l’amico Osservatore.
Quanto,
viceversa, al secondo argomento, che ha maggiormente colpito il critico, lo
presentavo come un’opinione personale, un “modesto avviso”, che non ho neppure
mai discusso in seduta plenaria di Tribunale, non foss’altro perchè esulava
dalla nostra materia, i paesi “socialisti” (va bene così?) essendo fuori
dall’attività del Tribunale. E, aggiungo qui, è un’opinione che può aver valore
quasi soltanto per dei marxisti e che non ho la pretesa d’imporre a nessun
altro. Perciò vale per me, vale per legittimare le mie scelte, e mi pare giusto
esporla anche pubblicamente perchè le mie opinioni non le ho mai nascoste, ma
non m’indigno con chi non la condivide, come spero che le persone serie non
marxiste non s’indigneranno con me per questa mia opinione
C’è oggi
un’immensa letteratura - oltre a tutto, non soltanto marxista - per mettere in
luce le tendenze autoritarie e repressive che sono inerenti ai regimi
capitalistici avanzati. La ragione è l’estrema complessità e delicatezza dei
meccanismi economici che ne assicurano il funzionamento, e cioè garantiscono il
profitto, senza il quale il sistema capitalistico avrebbe cessato di esistere.
Credo sia pacifico anche per il mio interlocutore che senza la presenza
continua e attiva dell’apparato statale, cioè del potere politico, nel sistema
economico, questo non funzionerebbe più perchè le sue capacità di
autoregolazione han cessato di esistere. E forse sarà
d’accordo anche con un’altra opinione, largamente diffusa anche fra economisti
non marxisti, che l’economia più avanzata, quella statunitense, ha potuto
mantenersi in sviluppo in questo dopoguerra grazie al massiccio riarmo. Un
meccanismo così complesso e delicato non può tollerare disfunzioni: l’ideale è
la formierte Gesellschaft del
defunto cancelliere Erhard la società perfettamente strutturata dove tutti
i meccanismi funzionano armonicamente senza perdere un colpo. E non si parla
solo di meccanismi economici: si parla di
Gesellschaft, di società, e quindi dl meccanismi
sociali. Non è un caso che il paese
europeo che, nonostante le guerre perdute, riesce sempre ad essere la punta
avanzata dello sviluppo capitalistico, cioè la Germania, è al tempo stesso il
paese più repressivo.
Questo è
l’aspetto repressivo interno dei paesi capitalistici avanzati. Ma l’economia di
questi paesi, soprattutto quella americana per le sue dimensioni e per la sua
struttura, oltre che per il ruolo che intende esercitare di predominio
economico sul mercato mondiale, ha una straordinaria carica espansiva. Un
autorevole storico americano, William Appleman
Williams, ha spiegato in chiave di espansione anche la storia della diplomazia
americana. La storia della dottrina Monroe sotto questo profilo è una storia
edificante: chiusura agli europei per fare a poco a poco dell’America latina un
continente aperto solo all’espansione statunitense. Le grandi corporation multinazionali di oggi non potrebbero
non solo realizzare gli immensi profitti che realizzano, ma probabilmente
neppure sopravvivere se non potessero dominare il mercato mondiale, procurarsi
tutte le materie prime necessarie, esportare capitali, impiantare fabbriche o
succursali in altri paesi, dominare il meccanismo dei prezzi, ecc. È una
vecchia disputa in seno al marxismo se, come sosteneva la Luxemburg, queste
manifestazioni imperialistiche siano proprio una condizione di vita per il capitalismo, oppure no. Un economista
venezuelano, specialista del Terzo mondo, Armando Cordova, ha recentemente
scritto che la disputa finisce con l’essere soltanto accademica, perchè in
realtà non si è mai visto un capitalismo che si comporti diversamente da come
lo descriveva la Luxemburg.
Il Tribunale Russell sull’America latina ha dimostrato - dico: dimostrato
- che tutti i colpi di stato
militari e le dittature in America latina sono originati da questo meccanismo
imperialistico. In questo senso ho espresso l’opinione che siamo di fronte a un
fenomeno fisiologico ineliminabile dallo sviluppo imperialistico, soprattutto
per quanto attiene alle violazioni dei diritti degli altri popoli, perchè di
questo si è occupato il Tribunale Russell in entrambe le sue edizioni
(comportamento dell’imperialismo americano in Vietnam e nell’America latina).
Si può
dire lo stesso del dissenso sovietico, e soprattutto
delle violazioni dei diritti dei popoli da parte dell’Urss, che ci sono
certamente state, per esempio nel caso della Cecoslovacchia, contro cui non ho
cessato di prender posizione dal 1968 a questa parte? Si può dire che funzionino gli stessi meccanismi
economici? Vorrei rispondere con le parole di un segretario del Partito
socialista francese, che sarà certamente più gradito di me al mio
interlocutore, Gilles Martinet:
“L’arrivo al potere di regimi di tipo socialista limita certi aspetti del
capitalismo. Per esempio, un regime di tipo socialista non ha bisogno di
esportare i propri capitali, è un elemento fondamentale: perfino l’Urss, che
beneficia di uno scambio ineguale, come ha dimostrato la crisi del ‘48-’49 tra
la Jugoslavia e l’Urss, non esporta i propri capitali. (...) Nei paesi
capitalisti invece l’esportazione dei capitali diventa una necessità: ha
permesso di compensare negli Usa soprattutto la diminuzione del tasso di
profitto; nel quadro dell’economia nazionale consente il controllo dei mercati;
è un fattore essenziale dell’imperialismo” (Il
socialismo oggi e domani, Cosenza 1976, pp. 73 e 78). Neppure l’invasione
della Cecoslovacchia fu dovuta a necessità dell’economia sovietica, ma a
ragioni politico-militari.
Questo
per quanto riguarda la violazione dei diritti dei popoli terzi, che è stato il
vero campo di competenza del Tribunale Russell. E per quanto riguarda i
dissensi interni? Anche qui io non penso che siano le strutture
economico-sociali dell’Urss che portano, come conseguenza fisiologica, cioè
necessaria al funzionamento, la repressione del dissenso. Ripeto che
l’organizzazione socio-economica dell’URSS, e non sol tanto quella politica,
non rispondono alla mia concezione del socialismo. Ma questo non mi vieta di
pensare che, a differenza del capitalismo, quell’organizzazione non comporta strutturalmente,
cioè inevitabilmente, un’oppressione di classe all’interno dei rapporti di
produzione. Sono fermamente convinto che se il processo di liberalizzazione, di
cui si era avuto qualche accenno nel 1956 (il disgelo), si fosse ampliato a
processo di democratizzazione, avrebbe provocato certamente dei sussulti e
delle tensioni, ma non avrebbe inciso sulle strutture fondamentali del
collettivismo: al contrario le avrebbe rafforzate. Lo stesso penso della
primavera di Praga, e mi sembra che sostenere il contrario, sostenere cioè che
un regime collettivista di proprietà comporta necessariamente la dittatura,
significa dar ragione a coloro che hanno invocato l’intervento sovietico perchè
Dubcek voleva riportare la Cecoslovacchia al
capitalismo.
Naturalmente
non posso fornir le prove della possibilità di un fatto che storicamente non è
ancora avvenuto (la democratizzazione dell’Urss e dei regimi da essa derivati),
ma personalmente continuo ad essere assai più stupito del fatto che a
sessant’anni dalla rivoluzione le masse possano ancora essere escluse dal
potere e il dissenso ancora fortemente represso di quanto non sarei se fosse
avvenuto il contrario. Se dovessi dare la mia spiegazione storica del fenomeno,
dovrei scrivere un libro (e se non fosse per quei benedetti 74 anni, farei
subito un contratto con un editore), ma mi auguro comunque di poter tornare più
ampiamente sull’argomento.
Quarto alla domanda che mi pone l’Osservatore, quali iniziative dovrebbero
prendersi nei paesi dell’Est (così va meglio?) per far scomparire le forme
illiberali, devo dire che io approvo gli sforzi dei dissenzienti che si muovono
nel senso di uno sviluppo democratico della rivoluzione d’ottobre, cioè in
senso marxista, e non naturalmente i fautori di restaurazioni clerico-zariste,
e neppure di instaurazioni capitalistiche di tipo occidentale. Per quanto
doloroso e meritevole di condanna sia quel che accade oggi in questi paesi, è
sempre ben piccola cosa rispetto alla miseria, alla fame, alla repressione,
alle sofferenze, alle stragi che ci hanno regalato due secoli (e in molti paesi
assai meno) di regime capitalistico. Ma certo quel dissenso non basta, e io non
ho timore di fare agli occhi dei lettori la figura d’ingenuo se dico che, come
Marx, ripongo la mia massima fiducia proprio nello sviluppo delle forze
produttive e della coscienza proletaria. Mi sembra chiaro che l’attuale regime
politico non favorisce, ma ostacola lo sviluppo delle forze produttive, e mi
sembra impossibile che le masse, l’intelligencija e la stessa dirigenza
politica che il ritmo generazionale indubbiamente rinnoverà, finiranno per
avvertirlo. E considero dovere di ogni socialista lottare con le armi che
abbiamo a disposizione - in primo luogo la critica amichevole che avevo usato
nei confronti delle autorità polacche perchè questo avvenga.
Come una
ciliegia tira l’altra, un argomento tira l’altro. E con ragione l’Osservatore
rileva che qui si entra nel cuore del principio del partito unico e di una
serie di corollari, ma egli riconoscerà che non posso rispondere qui a tutto.
La mia impressione è che il dibattito su queste idee sia stato in Italia
piuttosto fiacco da parte della sinistra (penso soprattutto alla polemica
sollevata da Bobbio); quanto alle mie idee, le
esporrò fra pochi giorni - naturalmente anche qui in via sommaria - in una
relazione che devo presentare a un convegno marxista in Jugoslavia a fine
settembre.
Ora,
come ricompensa di questa lunga risposta che gli ho volentieri dedicato, vorrei
chiedere all’Osservatore ospitalità per aggiungere una breve risposta a una
lettera di Giorgio Crescenzi pubblicata dal Corriere
della Sera del 21 agosto che poneva domande serie, e cioè, in primo luogo
se secondo il marxismo il regime politico non sia una conseguenza diretta delle
strutture economico-sociali. La risposta è: no, se per “conseguenza diretta”
s’intende un rapporto immediato e deterministico. La
società per Marx è una totalità in cui la cosiddetta base e la cosiddetta
sovrastruttura devono, in ultima analisi, costituire un insieme coerente. Ma
come il capitalismo può adeguarsi tanto a un regime di tipo svedese quanto
esigere in certi casi un regime di tipo fascista, così anche un regime
collettivista può esprimersi (direi anche necessariamente all’indomani di una
rivoluzione come quella sovietica) in forme dittatoriali, ma può e anzi deve
trovare alla fine il suo equilibrio in un regime democratico. Alle altre
domande ho già risposto, e quanto ai filosofi ch’egli nomina mi sembrano dei
dilettanti desiderosi di pubblicità.
Lelio Basso