Esecuzione sommaria
di Lelio Basso
La pena di morte non è
dunque ancora abolita in Italia? C’è forse qualche dimenticato articolo di
legge che riconosce a un qualunque commissario di PS il diritto di condannare a
morte e di fucilare sul posto, secondo il bieco costume delle SS? Senza
processo, senza diritto a difesa, senza prove di responsabilità personale, in
base a un criterio di decimazione?
No, quest’articolo non
esiste, e se anche dovessimo accettare alla lettera l’ormai frusta versione
poliziesca che il ministro Tambroni, responsabile politico dell’opera di
polizia, con la consueta insensibilità dei ministri degli Interni italiani, ha
avallato alla Camera, l’uccisione indiscriminata di Barletta non ne sarebbe
giustificata. Se anche fosse vero quello che è stato detto - la provocazione
della folla, il lancio di sassi, gli agenti feriti - ne risulterebbe che
qualcuno nella folla ha commesso un reato per il quale il Codice prevede
precise pene detentive, previo regolare giudizio. Nessun diritto di sparare, e
di sparare nel mucchio.
Tutti i paesi civili, anche quelli
che han conservato la pena di morte, anche quelli che
non si vantano di essere la culla del diritto respingono e condannano questo
barbaro diritto di esecuzione sommaria: la polizia italiana è rimasta quasi
sola a conservare questo tragico privilegio, di cui le vittime si contano ormai
a centinaia, forse a migliaia. E si trova sempre un ministro disposto a leggere
alla Camera la versione stereotipata degli incidenti, di cui pur tante volte la
magistratura fa tardiva giustizia senza che tuttavia un provvedimento venga mai
a colpire i responsabili. Quante sono ormai le sentenze che hanno inchiodato la
polizia alle sue responsabilità, come è accaduto per l’eccidio di Gravina, per
quello di San Severo, per quello di Modena? Non dicono nulla queste sentenze,
che implicitamente accusano di mendacio i loro predecessori, ai ministri di
oggi?
Non dicono nulla soprattutto ai
ministri socialdemocratici? Non ritorna alla mente di costoro l’antica protesta
del movimento operaio italiano contro la catena di eccidi che ha accompagnato
la contrastata ascesa dei lavoratori del nostro Paese? Non ricordano le parole
di Claudio Treves dopo l’eccidio di Candela: “Abbiamo tolto ai re, ai principi,
al codice la facoltà della pena di morte; la consegneremo noi alla brutalità di
agenti ciechi e imbecilli?”. Ricerchi l’on. Paolo Treves, membro del governo,
fra le carte paterne; rilegga l’on. Saragat le appassionate invettive di
Filippo Turati contro i ministri di allora; rievochi l’on. Romita i suoi stessi
comizi di un tempo: vi troveranno argomenti a iosa per dire al loro collega
degli Interni che i suoi rapporti burocratici non ingannano ormai più nessuno
che non voglia di proposito lasciarsi ingannare.
Ma vi troveranno anche qualche cosa
di più: vi troveranno - se sapranno leggere - la spiegazione più seria e più
profonda di questa catena di eccidi. Spiegazione che non è, naturalmente, nei
sassi che si pretendono lanciati dalla folla, o nell’opera di provocatori che
la polizia designava ieri come anarchici o socialisti e oggi preferisce
designare come comunisti, ma che va al di là anche dell’arbitrio cieco di un
poliziotto. Scopriranno forse un filo conduttore nella ormai tradizionale
politica della classe dirigente italiana, una regia sapiente che non si mostra
ma regge i fili della costante politica antimeridionalistica.
Nonostante gli sbandieramenti a
fini elettorali, la Cassa del Mezzogiorno ha ormai rivelato la propria
incapacità di fondo a rispondere alle esigenze della rinascita meridionale, e
sono bastate alcune settimane di mal tempo per mettere a nudo la tragica
fragilità di tutta l’impalcatura economica meridionale. Dagli Abruzzi alla Sicilia, da Napoli a Lecce è lo stesso
drammatico quadro di disoccupazione e di miseria. Da Partinico a Venosa e a
Barletta è la stessa urgente invocazione di lavoro e pane, la stessa secolare
protesta di folle affamate. Ma sia che questa protesta si esprima in una
manifestazione di piazza contro l’arbitraria discriminazione politica dell’assistenza
alla miseria, sia che assuma le forme silenziose e drammatiche di uno sciopero
collettivo della fame, la risposta della classe dirigente e del governo è
sempre la stessa.
Le industrie monopolistiche che
prosperano su questa miseria possono poi offrire condizioni economiche che
appaiono un “privilegio” agli operai che lavorano nei loro complessi e che
vengono sfruttati bestialmente. Dividere il fronte del lavoro non è stata
sempre la politica tradizionale delle classi dirigenti? E non fu la grande
scoperta di Giolitti ai principi di questo secolo, quella di applicare due pesi
e due misure ai lavoratori italiani? Ricordano i suoi biografi che in occasione
di uno sciopero di contadini mantovani, al conte senatore Arrivabene che
telegrafava al governo protestando perché non gli eran stati messi a
disposizione soldati in funzione di crumiri, obbligando il conte e senatore a
condurre lui stesso l’aratro, Giolitti proponesse di rispondere:
“La esorto a continuare; così potrà
rendersi conto della fatica che fanno i suoi contadini e pagarli meglio”. Ma
nello stesso periodo di tempo, lo stesso Giolitti volle che fosse decretato un
encomio solenne al brigadiere Centanni, responsabile
dell’eccidio di contadini pugliesi.
Tentare di isolare in alto alcuni
strati del movimento operaio, intimidire in basso con la violenza e la
repressione, usare la carota e il bastone in modo da spezzare l’unità del
movimento operaio e distruggere così il più solido fondamento di uno Stato
democratico: questo è oggi il chiaro disegno della classe dominante italiana,
che, attraverso le pressioni e i ricatti del Fronte economico, si prepara ad
affossare anche il ricordo del piano Vanoni e di ogni politica intesa ad
elevare il livello di occupazione in Italia, e spera di mantenere nel
Mezzogiorno la situazione coloniale che si governa con la polizia e con i
pacchi viveri.
I braccianti di Barletta son caduti
vittime di questa politica; Danilo Dolci e i suoi compagni che saranno
processati nei prossimi giorni sono vittime della stessa politica. La
solidarietà che ha circondato Danilo Dolci e attraverso cui si sono espressi i
migliori nomi della cultura italiana, si stringa anche attorno ai braccianti di
Barletta; rinnovino oggi gli intellettuali, i contadini e gli operai di tutta
Italia il patto di fratellanza che strinsero nei giorni dolorosi della guerra
civile, il patto da cui è nata dieci anni fa la Repubblica, da cui deve nascere
ancora un’autentica democrazia.