APPELLO CONTRO LA TORTURA
Si è
svolto nei giorni scorsi a Strasburgo il congresso di Amnesty
International, per esaminare e discutere il rapporto
annuale, che, come ha scritto giustamente questo giornale, costituisce “una
vera e propria mappa della tortura e della violenza politica nel mondo”.
L’opera di questa benemerita associazione internazionale è delle più preziose
perchè, con ben maggiore libertà e spregiudicatezza della Commissione del
diritti dell’uomo dell’ONU dove sono rappresentati proprio gli Stati che
applicano sistematicamente la tortura, può portare un po’ di luce su uno dei
fenomeni più degradanti della società contemporanea che si verifica nella
maggior parte dei paesi del mondo.
Per
secoli la tortura è stata una normale prassi giudiziaria, disciplinata da
precise regole, che veniva sistematicamente applicata soprattutto agli
avversari politici del potere o ai detenuti poveri o comunque sforniti di
protezione sociale. Ci fu, è vero, un re di Francia, Luigi IX, che la vietò per
tutti i prigionieri, etiam si sint pauperes, anche se siano poveri, rivelandone con questo
inciso la natura di classe. Ma fin verso la fine del Settecento continuò ancora
ad essere prassi normale, finché nel secolo dei lumi fu attaccata e criticata
da molti autori, soprattutto dal nostro Beccaria, che
ne ottennero la proibizione legislativa. Essa non scomparve mai però: rimase in
vita ufficialmente in alcuni paesi arretrati e fu praticata ancora, sia pure su
scala minore e nascostamente, in molti altri paesi. Riprese vita con i regimi
dittatoriali succeduti alla prima guerra mondiale, ma almeno da noi, non aveva
applicazione sistematica e solo in casi estremi aveva conseguenze gravi.
Avrebbe dovuto scomparire definitivamente con la caduta del fascismo e
l’importanza del problema apparve anche ai costituenti che ne fecero espresso
divieto nella Costituzione. E invece è diventata di nuovo una prassi abbastanza
normale degli interrogatori di polizia, sempre però nei confronti di persone
sfornite di difesa sociale. Ho dedicato a questo problema, molti anni fa, un
libretto dal titolo La tortura oggi in
Italia.
Cito
questi precedenti per spiegare in parte le ragioni che m’indussero alcuni anni
fa a prendere l’iniziativa della costituzione del Tribunale Russell II sulla repressione in America Latina che, come
è noto, nacque a Bruxelles nell’autunno 1973, e tenne tre sessioni: Roma 1974,
Bruxelles 1975 e Roma 1976. Interessava
approfondire le ragioni di questo sistematico dilagare della tortura in molti
paesi e chiarirne le ragioni all’opinione pubblica internazionale. Fin dalla
prima sessione di Roma mettemmo in rilievo gli aspetti nuovi del problema: la
tortura non era più un mezzo istruttorio volto a strappare una confessione ma
un sistema di governo volto a terrorizzare una popolazione. E la sua
generalizzazione a tutto, o quasi, un subcontinente non era casuale, ma era
l’applicazione di un piano sistematico mirante a instaurare un regime di
dittatura militare, come regime permanente e uniforme per tutta l’America
Latina. Ci sono negli USA e nei paesi Latino americani scuole di polizia in cui
i metodi di tortura sono materia d’insegnamento. Ci decidemmo allora ad
affrontare lo studio delle cause e a questo aspetto dedicammo le due sessioni
successive del 1975 e 1976. Il risultato di quelle due sessioni fu che questo
nuovo tipo di tortura faceva parte di una nuova forma di colonizzazione che
l’imperialismo voleva imporre ai popoli economicamente dipendenti, tramite le
dittature militari, per sfruttarne le risorse di ogni genere e impedire una
lotta di emancipazione (il Cile fu il caso più clamoroso e piu evidente, ma la
sostanza non è diversa negli altri paesi).
Venne
allora l’idea di trasformare il Tribunale Russell in un organo permanente che
dovesse occuparsi del problema dell’indipendenza del popolo da ogni forma di
soggezione non solo per l’America Latina ma per tutto il Terzo mondo. Sono nate
così due nuove istituzioni, una Fondazione internazionale per il diritto e la
liberazione dei popoli e una Lega (cioè una associazione di persone) con lo
stesso nome e con sede a Milano. Il primo atto di questi organismi è stato
l’elaborazione di una Dichiarazione
universale dei diritti dei popoli, che è stata definitivamente redatta e
approvata da un’assemblea internazionale (di giuristi, economisti, leader di
movimenti di liberazione, ecc.) tenutasi ad Algeri e conclusa il 4 luglio
scorso, nel duecentesimo anniversario della dichiarazione dei diritti dell’uomo
di Filadelfia, inserita nella dichiarazione di indipendenza americana. La
originalità di questo nuovo documento sta nel fatto che, mentre i diritti
dell’uomo vengono continuamente riaffermati, anche se continuamente calpestati,
da 200 anni a questa parte, è la prima volta che si affronta il problema dei
diritti dei popoli su scala generale.
È vero
che se ne parla in un documento non ufficiale ma di iniziativa privata, ma è
anche vero che la conferenza è stata patrocinata dal governo algerino che vi si
è fatto ufficialmente rappresentare e ha fatto pronunciare da un suo autorevole
rappresentante il discorso di apertura, e che altri governi erano ufficialmente
rappresentati dai loro ambasciatori ad Algeri. Si tratta di un discorso che è
destinato a percorrere un lungo cammino, ma già fin d’ora possiamo registrare
che la Commissione dei diritti dell’uomo dell’ONU ne ha parlato ufficialmente
nelle sue sedute del 13 e 25 agosto di quest’anno e che il relatore della
Commissione, signor Gros Espiell,
ha annunciato che nella relazione che presenterà all’ONU “terrà conto della
Dichiarazione universale del diritti del Popoli proclamata ad Algeri, nella
quale il diritto all’autodeterminazione è largamente proclamato”.
Questo
diritto all’autodeterminazione costituisce naturalmente l’asse fondamentale
della Dichiarazione di Algeri, e non sarà inutile ricordare che esso riprende
un’affermazione che era già stata fatta oltre un secolo fa al Congresso di
Ginevra della Prima Internazionale (1866). Ma per rendere effettivo questo
diritto, che non può limitarsi alla semplice proclamazione di un’indipendenza politica
ma deve realizzarsi in forma concreta, come diritto di ciascun popolo a
costruire liberamente il proprio futuro politico, economico e culturale, la
Carta di Algeri si compone di 30 articoli, che meriterebbero di essere qui
ampiamente illustrati, se ce ne fosse lo spazio. Il lettore interessato potrà
trovare un autorevolissimo e positivo commento in un articolo apparso sul
numero di settembre di Monde diplomatique, a cura dell’ex-ambasciatore Uribe, oggi docente all’università di Parigi. Seminari di studio
sul nuovo documento, che ne sottolineano l’importanza, sono già in corso di
preparazione nelle università di Copenaghen, di Firenze e di Lovanio, e altri
seguiranno certamente, così come sono in corso di preparazione numeri speciali
di riviste giuridiche in Italia e all’estero. Basterà aggiungere che alla
preparazione del documento hanno collaborato professori di diritto
internazionale di una ventina di paesi, dagli Stati Uniti all’Egitto, dal
Belgio alla Svizzera, dal Cile alla Spagna.
Anche se
queste nostre iniziative non sono ancora riuscite a toccare il grande pubblico,
se non altro per mancanza da parte nostra di mezzi finanziari, crediamo
tuttavia che esse meriterebbero il più largo appoggio, perchè non c’è dubbio
che la democrazia e la pace non saranno assicurate a livello internazionale se
questi fenomeni non saranno colpiti alla radice. Ci sembra di poter affermare
che il nostro lavoro e quello di Amnesty si integrano
reciprocamente: noi non ci occupiamo soltanto di denunciare casi individuali di
tortura ma cerchiamo di risalire alle cause più generali del fenomeno, e perciò
non mettiamo sullo stesso piano tutti i casi, anche se sono tutti violazioni
degli stessi diritti umani, ma li differenziamo secondo la natura di queste
cause, che possono essere fisiologiche, cioè inerenti a un sistema
politico-sociale, oppure costituire fenomeni patologici. Ma parallelamente
cerchiamo di studiare i rimedi che si possono proporre in sede culturale e
contribuiamo all’elaborazione di un diritto internazionale più aderente alla
situazione nuova che si è creata nel mondo, dove le regole del diritto
internazionale classico dell’epoca coloniale non possono avere più corso.
I
consensi che ci son venuti da ogni parte del mondo, dimostrano che il progetto,
anche se ambizioso, risponde a una necessità sentita dalla opinione mondiale. E
questo m’incoraggia a fare appello alla collaborazione di tutti gli uomini di
buona volontà interessati alla difesa della pace e della democrazia in un mondo
perennemente minacciato dal ritorno, sotto nuove vesti, di fenomeni che si
credevano debellati.
Lelio Basso