COSTITUZIONE
E PATTI LATERANENSI
Anche questa volta i colleghi democratico-cristiani
hanno perduto una buona occasione per dar prova della loro sincera volontà di
collaborare con i partiti democratici alla preparazione di una carta
costituzionale che non sia strumento di parte, approvata da una debole e
occasionale maggioranza ma rappresenti invece la volontà dell’immensa
maggioranza del popolo.
Erano in discussione i rapporti fra Stato e Chiesa
e da nessuna parte si erano fatte proposte che potessero comunque costituire
una pur lontana minaccia alla pace religiosa. Non può del resto esservi dubbio
per alcuno che né socialisti né comunisti hanno alcuna intenzione di riaprire
delle polemiche superate dal tempo, e tanto meno di risollevare la questione
romana o di turbare in qualsiasi modo la pace religiosa.
Ma si direbbe che i democristiani fanno ogni sforzo
per risuscitare in Italia un anticlericalismo che era fortunatamente scomparso,
e che forse essi pensano di poter agitare come spauracchio elettorale. Non
altrimenti si spiegherebbe l’ostinazione con la quale essi hanno rifiutato
tutte le formule assolutamente tranquillanti che erano state loro offerte per
raggiungere un accordo e hanno preteso, con la complicità di qualche
“neo-liberale” di trasfondere integralmente nella nuova carta costituzionale i
patti lateranensi, Trattato e Concordato.
Gli argomenti da essi addotti erano sostanzialmente
due: uno di principio, e cioè la necessità di impedire il ritorno a vecchi
sistemi giurisdizionalistici, vale a dire di
ingerenza dello Stato negli affari interni della Chiesa; l’altro che il
Trattato e il Concordato avevano un significato storico di tale portata che
meritavano questa solenne riaffermazione. Al primo punto rispondeva già il
primo comma dell’articolo che era stato approvato e che proclamava precisamente
la reciproca indipendenza e sovranità dello Stato e della Chiesa nella sfera
della rispettiva competenza, oltre che il capoverso proposto da Togliatti, ed
accettato da tutte le sinistre, secondo cui i rapporti fra Stato e Chiesa
avrebbero dovuto essere definiti in termini concordatari, il che significava
chiaramente che avrebbero dovuto essere regolati di comune accordo fra i due
poteri, e quindi in guisa tale da escludere indebite ingerenze dell’uno nella sfera
dell’altro.
Quanto alla seconda argomentazione, essa poggiava
su un equivoco. Nessuno vuole qui contestare che la definizione della questione
romana sia un avvenimento storico di grande portata e che la pace religiosa sia
per l’Italia un bene indiscutibile. Nessuno contestava neppure che i principi
fondamentali su cui poggia questa pace potessero essere trasfusi nella
Costituzione.
Ma si nega qui e si contesta che il Trattato e il
Concordato, così come sono stati stipulati dallo Stato fascista, interpretino
in ogni loro dettaglio la coscienza giuridica civile e morale del popolo
italiano, a tal segno da poter essere integralmente trasfusi nella prima
Costituzione democratica d’Italia; si afferma al contrario che essi contengono
talune affermazioni e statuizioni le quali contrastano nel modo più stridente
coi principi fondamentali proclamati nella stessa Costituzione in corso di
elaborazione.
E valga il vero.
L’art. 1 del Trattato dice: “L’Italia riconosce e
riafferma il principio consacrato nell’art. 1 dello Statuto del Regno 4 marzo
1848, pel quale la religione cattolica, apostolica e romana, è la sola
religione dello Stato”. Ora non v’è dubbio che religione ufficiale dello Stato
significa Stato confessionale, il che viola il principio della reciproca indipendenza
di Stato e Chiesa; e significa altresì una condizione di privilegio fatta ad
una religione, il che viola il principio dell’eguale trattamento dei cittadini.
Tutta la tradizione del nostro Risorgimento, tutta l’elaborazione della nostra
scienza giuridica, tutta la nostra prassi di governo dal 1848 in avanti furono
dirette infatti a superare questo principio di una religione ufficiale.
Più grave ancora, sul piano morale e giuridico, è
l’art. 5 del Concordato, il cui ultimo capoverso dice che “i sacerdoti apostati
o irretiti di censura non potranno essere assunti né conservati in un
insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto
immediato col pubblico”. È evidente come anche qui siano calpestati nel modo
più potente le norme sull’eguaglianza dei cittadini, consacrata dalla stessa
Sottocommissione con una formula recisa che non dovrebbe lasciar luogo a dubbi,
mentre poi qui si stabilisce una diseguaglianza
effettiva circa la possibilità di accedere a determinate cariche fondata su
motivi di convincimento religioso (apostasia).
E si viola del pari il principio dell’indipendenza dello Stato in quanto lo si
obbliga ad escludere determinate persone da determinati impieghi in virtù di
decisioni dell’autorità ecclesiastica (censura).
Analoghe considerazioni potrebbero farsi a
proposito dell’art. 38 del Concordato, per cui “l’Italia considera fondamento e
coronamento dell’istruzione pubblica l’insegnamento della dottrina cristiana
secondo la forma ricavata dalla tradizione cattolica”, e che pure crea una
condizione di disparità a beneficio della religione cattolica e a danno delle
altre confessioni, e crea un ingiustificato privilegio per gli alunni cattolici
che hanno diritto ad ottenere l’insegnamento religioso a spese dello Stato, mentre
non lo possono ottenere gli alunni protestanti od ebrei. Senza contare
l’inopportunità politica di avere nella Costituzione un siffatta presa di
posizione, che pone automaticamente contro la costituzione tutti quei cittadini
italiani che, per essere acattolici, non possono naturalmente considerare
l’insegnamento cattolico come il “fondamento e coronamento dell’istruzione
pubblica”.
Allora, ci si domanderà da parte democristiana, voi
volete denunciare gli accordi lateranensi, volete riaprire la questione romana?
Nulla di tutto questo. Gli strumenti internazionali non sono eterni, e la
revisione e l’aggiornamento di essi, quando siano fatti di comune accordo fra
le parti contraenti, contribuiscono ad evitare attriti e a migliorare i
rapporti fra le parti stesse. Ebbene, noi crediamo che questi accordi possano e
debbano, di comune accordo fra la Repubblica democratica italiana e la Chiesa
cattolica, essere riveduti e aggiornati. Crediamo - e lo abbiamo affermato in
sede di Sottocommissione - che ciò gioverebbe al prestigio stesso della Chiesa,
la quale dovrebbe preferire un atto liberamente stipulato con un governo
democratico, interprete della volontà del popolo, piuttosto che mantenere in
vita un documento che porta diversi segni del clima fascista in cui è nato; e
la Chiesa dovrebbe comprendere che, proprio così facendo, essa spezzerebbe
qualunque arma nelle mani di chi per avventura sognasse di turbare nuovamente i
rapporti fra l’Italia e il Vaticano.
I cattolici francesi del M.R.P.
non hanno avuto paura di approvare una Costituzione che definisce “laica” la
repubblica francese, e, almeno in questo, han dato
prova di un’intelligente aderenza ai principi dì una moderna democrazia. I
democratici cristiani italiani, pretendendo di inserire nella Costituzione i
patti lateranensi nella loro integrità, hanno fatto, almeno in questo,
precisamente il contrario.
Lelio Basso