DIFENDERE LA DEMOCRAZIA
LA LEGGE DI PUBBLICA
SICUREZZA
ARTICOLO DELL’ONOREVOLE LELIO BASSO
È venuto in discussione in questi
giorni alla Prima Commissione della Camera il progetto di legge già approvato
dal Senato, per la riforma di alcune parti della legge fascista di Pubblica
Sicurezza, e in tale occasione la Commissione fu unanime nel ritenere che fosse
necessario prima di affrontare l’esame del progetto, sentire quali fossero le
reali intenzioni del Governo: se cioè questa prima modifica, dettata dalla necessità
indilazionabile di abrogare anche formalmente alcuni istituti espressamente
condannati dalla Costituzione (come p. es. il confino di polizia) dovesse
essere seguita a breve scadenza da una revisione organica di tutta la legge
fascista di P.S., come risultava da precedenti solenni impegni del Presidente
del Consiglio e del Ministro Scelba, oppure se con questa modifica parziale e
frammentaria, intendesse il Governo di avere compiutamente assolto al suo
compito di presentare un progetto di legge di P.S. in armonia con la
Costituzione Repubblicana, come risultava da altre dichiarazioni dello stesso
Ministro Scelba.
l commissari ebbero così occasione
di intendere dalla viva voce del Ministro degli Interni la stupefacente
dichiarazione che il Governo riteneva che la legge fascista di P.S., liberata
soltanto dagli articoli “che sono in più diretto contrasto con la Costituzione”
(sono parole testuali del Ministro), rispondesse pienamente alle sue esigenze.
Fu osservato al Ministro che la legge è un tutto organico, animata da una
spirito informatore che non può non essere, quello dell’Italia fascista della
fine del 1926 (l’epoca appunto in cui fu istituito il confino e il Tribunale
Speciale, fu definitivamente soppressa ogni superstite stampa indipendente, furono
sciolti partiti, ed associazioni, ecc.). e che non si tratta quindi di
correggere questa o quella disposizione, abolire questo o quell’istituto
soltanto, bensì di fare una nuova legge che tragga la sua inspirazione dagli
articoli della Carta costituzionale che sanciscono i diritti fondamentali dei
cittadini, che nessuna autorità e nessuna legge, neppure quella di P.S., può
violare. Fu messo in evidenza che lo spirito della legge di P.S. non può non
riflettere lo spirito con cui si esercita la pratica di governo, e che la
difesa della vecchia legge fascista da parte del Ministro dell’Interno
equivaleva ad un riconoscimento che la sua pratica di governo non si scostava
da quella fascista. Gli fu ricordato, fra l’altro, un articolo che autorizza le
guardie di confine a fare fuoco contro chi tenti di espatriare senza
passaporto, un altro articolo che subordina alla “licenza”, cioè al
beneplacito, all’arbitrio, della P.S., il diritto fondamentale dei cittadini,
garantito dalla Costituzione, di manifestare il proprio pensiero a mezzo
dell’affissione di stampa.
Il Ministro si limitò ad osservare
che, ove sussistesse realmente un contrasto con le norme della Costituzione, la
Suprema Corte di Cassazione avrebbe potuto, come già altra volta ha fatto,
correggere l’abuso dell’autorità, dimenticando - come gli fu fatto osservare -
che non chiunque e non in ogni caso può ricorrere in Cassazione contro ogni
abuso di cui sia vittima, e che il ricorso sarebbe poi particolarmente
impossibile per il cittadino che avesse ricevuto una scarica mortale di piombo
nella schiena da parte di una guardia di confine, ancorchè quella scarica
avesse avuto luogo in applicazione di un articolo della legge di P.S. che non
ha più ragione di esistere.
Questo atteggiamento del Ministro,
anche se in definitiva la Commissione è giunta ad approvare all’unanimità il
principio che la legge di P.S. va riesaminata nel suo complesso e nel suo
spirito e non soltanto nelle poche norme sottoposte al suo esame, è foriero di
dure battaglie in Parlamento che non dovrebbero lasciare indifferenti quei
cittadini che desiderano onestamente costruire per il loro paese un avvenire
democratico. Il grado di maturità democratica di un popolo non si misura
infatti tanto dalla forma di alcune istituzioni che sono le più appariscenti,
ma molto di più dai limiti che esso sa porre alla sfera di discrezionalità
della Pubblica Amministrazione, e in particolare della Pubblica Sicurezza, e
dal grado di certezza del diritti riconosciuti ai cittadini. Si possono
scrivere nella Carta costituzionale tutti i principi di più avanzata
democrazia, ma se poi nell’attività pratica si lascia alla Pubblica Sicurezza
quell’ampio margine di discrezionalità che le attribuì il regime fascista e che
consente ogni abuso, non si esce dal regime dell’arbitrio e quindi del
dispotismo. La Costruzione, fissando talvolta fino al dettaglio i diritti dei
cittadini e sanzionando il principio della responsabilità dei funzionari e
dipendenti pubblici per le loro violazioni (art.28), ha indicato chiaramente un’altra
strada, cioè quella del rispetto del cittadino e della certezza e inviolabilità
del suo diritto.
Sono due principi opposti, e fra
questi due principi corre una linea di demarcazione che separa lo stato di
polizia dallo stato di diritto, il regime dell’arbitrio e il regime a
fondamento democratico. Gli italiani faranno bene a non sottovalutare
l’importanza di questo problema, nel quale sono in giuoco le possibilità di un
avvenire democratico per il loro paese. Tutto quello infatti che ha di meglio e
di più serio la tradizione democratica italiana è proprio su questa strada
della difesa del cittadino contro la discrezionalità e gli abusi della Pubblica
Amministrazione. Se dovessimo essere sconfitti, se la tradizione del fascismo,
cioè dell’arbitrio di polizia, dovesse prevalere, noi vedremmo di riflesso
accentuarsi lo scetticismo e la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni
democratiche quel senso di distacco dalla cosa pubblica e quella fatalistica
rassegnazione agli abusi, come ad uno scotto che si deve pagare in ogni caso e
con qualunque regime che sono alla radice della diseducazione politica di un
popolo.
Ecco perchè noi crediamo che il
problema della legge di P.S. non sia un problema tecnico ma squisitamente
politico, ed un problema di straordinaria importanza per l’avvenire della
democrazia. L’opposizione darà battaglia in Parlamento, ma tutti i cittadini
gelosi della loro libertà devono far sentire la loro voce e il loro peso. La
democrazia che come insegnava Tocqueville, prima di tutto un costume, non si
conquista, dopo oltre vent’anni di abitudini fasciste, senza aspre lotte, e non
meritano il rispetto delle propria personalità quei cittadini che
l’avviliscono, rassegnandosi all’arbitrio. E al contrario nella resistenza ad
ogni singolo abuso, nella riaffermazione quotidiana del proprio diritto, nella
lotta che impone il rispetto agli organi dello Stato, che si forma la nuova
coscienza democratica.
LELIO BASSO