Piero
Gobetti
Una notizia di quattro righe é
sembrata sufficiente agli organi magni della stampa italiana, per annunciare al
pubblico la morte improvvisa di Piero Gobetti. V’è in questo riserbo una
eloquenza singolare: il silenzio che si vuol fare attorno al nostro amico è la
testimonianza migliore della sua irreduttibile intransigenza politica. Un
elogio sarebbe stato uno scherno: noi vogliamo esser lasciati soli col suo
spirito in questo momento, noi che fummo soli con lui nei momenti più dolorosi
delta sua vita.
***
Lo conobbi a Milano due anni fa, sorridente allora
come fu sempre. Mi chiese subito, com’era suo costume di collaborare a Rivoluzione liberale. Questa rivista, di
cui il prefetto di Torino ha scritto tre mesi or sono l’elogio più grande, era
la sua prediletta creatura, era, si può dire, tutta la sua vita, era ed è il
monumento, eterno più del bronzo, a cui è affidata ora la sua memoria. Rivoluzione liberale egli la concepì
sempre come il punto d’incontro di uomini di tutti i Partiti che consideravano
l’opposizione al regime con quella serietà, dirittura, intransigenza, che
furono in lui così spiccate. Non era per una vanità personale, né per ambizione
di successo, ch’egli voleva tenere alto il nome della Rivista e ne rivendicava
ad ogni momento i meriti passati: ricordo anzi che protestava quante volte si
attribuiva a lui l’opera ch’egli voleva fosse riconosciuta invece
impersonalmente a tutta la famiglia dei collaboratori e degli amici. E in
questa famiglia egli si nascondeva volentieri cogli altri. Ma era in realtà
l’animatore di tutti, il più assiduo, il più tenace, il più geniale. Il
migliore, insomma.
Per questo appunto non ebbe quasi
mai larghi consensi. La sua penna, che non conosceva compiacenti silenzi né
caute reticenze, fu lo strumento di una polemica continua. Ebbe il coraggio
della verità di fronte ai nemici nei momenti tragici dell’ottobre e del
dicembre ‘22, quando la grande maggioranza dei futuri oppositori, ora tornati o
in procinto di tornare all’ovile, taceva prudente: chi legga i suoi articoli
d’allora troverà delle pagine indimenticabili. Ed ebbe il coraggio della verità
anche di fronte agli amici: l’appellativo di “suocera delle opposizioni” di cui
ebbe un giorno a gratificarlo il Mondo,
va rivendicato a suo onore. Perché esso ci dice come adempiesse fedelmente al
suo compito.
Fu detta presunzione pretenziosa,
ed era il senso orgoglioso della dignità; fu detta inesperienza giovanile, ed
era la sicura coscienza di interpretare l’Italia nuova, la generazione ultima
che si era formata nei tormenti del dopo guerra e rifiutava sdegnosamente i
contatti col passato.
Il nostro amico, vessillifero di
questa generazione novissima, fu per gran tempo il solo ad indicare nel
fascismo il prodotto storico di una crisi secolare che aveva le sue basi
saldissime in tutta la vita del nostro popolo.
Fedele, a questa concezione, si
rifiutò più tardi, all’indomani del delitto di Matteotti, di partecipare
all’illusione pressoché universale di una prossima caduta del regime, come si
rifiutò di favorire qualsiasi soluzione più o meno giolittiana, preferendo
durare alla opposizione fino all’estremo della vita piuttosto che piegare di un
millimetro la bandiera dell’intransigenza che aveva inalberato.
La sua polemica su questo terreno
fu continua e martellante, di una franchezza brutale e di una cruda
inesorabilità, epperò fu giudicata inopportuna e impolitica. Si può ricordare a
questo proposito più di un fatto clamoroso, la sua ostinata demolizione
dell’antifascismo bonomiano; e le note sulla grande
radunata milanese delle opposizioni, in cui plaudì alla cosiddetta gaffe di Facchinetti,
aggiungendo invece parole vivaci contro Di Cesarò
“che vuol diffamare con la sua presenza l’opposizione”. Allora fummo pochissimi
a dargli ragione: oggi la sua eresia è diventata verità comune nel campo
dell’antifascismo, ormai disertato dagli uomini ch’egli aveva bollati.
Una magnifica rivendicazione di
questa sua opera egli scrisse in uno degli ultimi numeri della Rivista, in
quella Lettera a Parigi che potrà
forse considerarsi come il suo testamento politico, e di cui mi piace ripetere
qualche brano:
“L’autorità della mia risposta
viene soltanto dalla mia posizione di antifascista intransigente, antifascista
dal 1919 ad oggi e finché vivrò, antifascista che non ha creduto si potesse
liquidare il movimento del Mussolini come un problema di polizia; ma l’ha
giudicato sin da principio il segno decisivo di una crisi secolare dello
spirito italiano, antifascista, come antigiolittiano, quando gli uomini dei
Ministeri Giolitti, Bonomi, Facta, scherzavano col
fascismo per corromperlo e corrompersi, lo armavano, cercavano di utilizzarlo
ai loro fini persino nel settembre 1922 con pubblici discorsi…
Esiste in Italia, nel Nord,
specialmente nel triangolo Genova-Torino-Milano, un
proletariato moderno. Negli anni del bolscevismo questo proletariato non
pensava alle scomposte rivolte, pensava di creare un ordine nuovo. Oggi rifiuta
i vantaggi materiali e la vita tranquilla che gli offrono le Corporazioni
fasciste, non cede, non si sottrae alle sue responsabilità e ai suoi pericoli.
Bisogna vedere da vicino, come io vedo qui, alla ‘Fiat’, la tenacia di questo
proletariato. Bisogna rendergli onore. Con la sua intransigenza esso ha
conquistato i suoi diritti civili è degno degli altri proletariati europei; le
sue battaglie e i suoi sacrifici gli segnano il suo posto di dignità
nell’Europa lavoratrice di domani. Invece le classi medie intellettuali hanno
ripetuto l’esempio di inconsistenza e di mediocre fronda fiancheggiatrice che
diedero nella Francia del secondo impero…
Ma esiste in Italia un gruppo di
uomini nei Partiti e fuori dei Partiti, gente che non ha ceduto e non cederà…
Se tu scorri gli elenchi degli abbonati a Rivoluzione
liberale li trovi tutti. La loro rettilinea protesta salva i quadri
dell’Italia politica futura. Nessuno di essi diventerà ministro o grande
burocrate, ma la dignità con cui si rifiutano di essere congiurati come di
essere fascisti, salva in tutta una nazione il costume moderno... All’estero
noi chiediamo soltanto che l’esistenza di questa fermezza di lotta sia intesa
come una garanzia che gli italiani sanno pensare da sé al loro futuro e alla
loro civiltà. Nella nostra lotta lasciate che rifiutiamo ogni alleanza
straniera: le nostre malattie e le nostre crisi di coscienza non possiamo
curarle che noi”.
***
lo non dimenticherò mai il tempo
che ho passato con lui, le molte volte che lo vidi a Milano e a Torino. La sua
figura portava impressi i segni della fatica eccessiva. Ma la coscienza delle
difficoltà grandiose dell’impresa cui s’era accinto gli dava forza a
perseverare, allontanandolo così dai facili entusiasmi come dai subitanei
sconforti. In fondo egli era ottimista, ottimista senza vane illusioni. Epperò
si mostrò sempre allegro, malgrado le amarezze ed il logoramento fisico,
sorridente e gioviale. La sua parola, come del resto il suo esempio,
confortavano alla resistenza. Era una parola la sua che non conosceva ombra di
retorica, che la natura stessa gli avea negato la
possibilità di peccare in tal senso, rendendo in lui congenita l’avversione a
questo triste vizio di demagoghi e politicanti. Ma quanto più disadorno era il
suo dire, tanto più salda era l’intima costruzione logica; le sue risposte
erano pronte e precise, le sue affermazioni secche e categoriche…
L’ultima volta che lo incontrai,
pochi giorni dopo la soppressione della sua Rivista, al Campione, ove era solito convocare gli amici che voleva salutare
durante le sue brevi gite a Milano, mi apparve stanchissimo. Disse che il
medico gli aveva prescritto assoluto riposo, ed aggiunse argutamente che il
prefetto si era incaricato di costringerlo all’obbedienza. Ma fu anche questa
volta ostinato nel non cedere e volle dedicarsi con maggior lena al Baretti. E mentre
una nuova ordinanza prefettizia lo strappava anche a questa occupazione, la sua
fibra, non troppo robusta, cedeva al peso dello sforzo tenacemente sostenuto.
Forse la coincidenza non fu soltanto casuale, che anche per lui il dolore poté
più della fatica.
Questa fatica dev’essere ripresa
ora da noi tutti: la sua bandiera non deve cadere. Verrà giorno, quando i
giovani si saranno resi degni di lui, che potremo ricostruirne interamente il
pensiero maturato nel diuturno lavoro della Rivista; oggi non sarebbe compreso.
Per oggi, e per i giorni a venire, finché dura la battaglia, occorre solo
seguire le orme sue nell’azione. Il suo nome dev’essere la nostra parola
d’ordine, il suo esempio il comandamento dell’ora.
Per questo, oggi, come non mai, lo
sentiamo vivo accanto a noi, in noi stessi.
PROMETEO
FILODEMO