i testi
CONFERENZA EUROPEA

LELIO BASSO

La violazione delle libertà in Venezuela

Il mio compito, stamane, è di illustrare sinteticamente la situazione giuridica, cioè il problema della libertà nel Venezuela, il problema del modo come essa viene oppressa e della battaglia che occorre combattere per conquistarsela.

È una battaglia questa, che facciamo per molti paesi, purtroppo, mancanti di libertà. Abbiamo avuto occasione, parecchi di noi, di ritrovarci in altre Conferenze per la libertà alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia. Ci occupiamo oggi, nel quadro di questa nostra difesa della causa universale della libertà, della condizione giuridica del Venezuela, paese verso il quale siamo attratti anche da una simpatia particolare, non solo perché è la patria di Bolivar, che è stato il liberatore di larga parte dell’America Latina, ma anche perché il Venezuela, con la sua rivoluzione del gennaio 1958, che aveva abbattuto la dittatura di Peréz Jimenez, aveva largamente fatto sperare ai democratici di tutto il mondo che avrebbe potuto essere uno dei primi paesi dell’America Latina ad avviarsi sulla strada democratica. Lo stesso Presidente Betancourt, nel discorso che fece al Congresso nazionale insediandosi come Presidente il 13 febbraio 1959, aveva pronunciato delle parole di condanna contro i regimi sud-americani. Aveva detto che i regimi che non rispettano i diritti umani, che privano i cittadini di qualsiasi libertà e li tiranneggiano con l’appoggio della polizia politica devono essere sottoposti ad un rigoroso cordone sanitario. Questo era un discorso di Betancourt: avrebbe quindi dovuto rappresentare la promessa che lo stesso presidente Betancourt non avrebbe seguito i metodi che condannava nel suo discorso di insediamento. Invece, rapidamente, il regime che aveva alle sue origini suscitato tante speranze democratiche, è andato subendo una involuzione verso forme di persecuzione politica sotto la spinta di cause che non tocca a me esaminare, perché io mi debbo fermare soprattutto sugli aspetti costituzionali; però mi sembra inevitabile mettere in rilievo che alla radice di questa situazione vi sono indubbiamente le cause economiche e sociali ed altre di politica internazionale. Cause economico-sociali in quanto il Venezuela è uno dei paesi tra i più ricchi come risorse naturali, come ricchezza del suolo, come risorse minerarie, cioè un paese che ha in sé delle ricchezze che potrebbero assicurare una esistenza largamente civile alla sua popolazione e che, viceversa, è uno di quelli in cui c’è più miseria, disoccupazione, fame, fame intesa perlomeno come denutrizione permanente - non la fame acuta delle carestie - ma direi, peggio ancora, denutrizione permanente dei cittadini che non arrivano a mangiare in misura sufficiente. È uno dei paesi che sono più martoriati da questi problemi di fame, di miseria e di disoccupazione.

Ho detto anche problemi di politica internazionale, perché proprio le ricchezze del Venezuela, in modo particolare il ferro e il petrolio, lo hanno reso un territorio molto ambito dai grandi monopoli internazionali, dalle società petrolifere, dalle società dell’acciaio nord-americane; è diventato la riserva di caccia preferita dell’imperialismo nord-americano e naturalmente questa situazione ha fatto sì che il Venezuela fosse sottoposto ad un controllo continuo, da parte degli Stati Uniti, col risultato che, in modo particolare dopo la rivoluzione di Cuba, si è accentuata nel Venezuela la repressione, proprio per impedire qualsiasi possibilità che una rivoluzione democratica o uno sviluppo democratico potessero contrassegnare anche il Venezuela. Alcuni aspetti tra quelli che noi oggi condanniamo, come la censura sui giornali, ebbero origine proprio nel clima internazionale suscitato dalla rivoluzione cubana. Alcune fratture nella maggioranza parlamentare che sosteneva Betancourt e che lo mise poi in minoranza alla Camera - anche se la minoranza alla Camera non significava per il Presidente della Repubblica nessun obbligo di dimettersi - alcune delle fratture che si verificarono in questa maggioranza come l’uscita da essa del Partito dell’Unione Democratica Repubblicana, sono legate a fatti internazionali. L’uscita di questo Partito dalla maggioranza governativa si verificò in occasione della VII Conferenza dei Ministri degli Esteri dell’organizzazione degli Stati americani a San José di Costarica, quando questa organizzazione votò delle sanzioni politiche ed economiche contro Cuba e il Ministro degli Esteri venezuelano rifiutò di firmarle. Ma rifiutò di firmarle perché apparteneva ad un partito che non le accettava; viceversa, il Presidente Betancourt accettava questa politica anti-cubana e il Ministro degli Esteri si dimise e si ebbe una delle varie fratture verificatesi nella maggioranza. Naturalmente, come è inevitabile, a misura che la maggioranza parlamentare veniva diminuendo, la base su cui si sosteneva il governo di Betancourt veniva restringendosi per effetto appunto di questi dissensi che si verificavano nella maggioranza; a misura che la base governativa diminuiva, aumentava viceversa la repressione, come è inevitabile sempre in questi casi: un governo quanto meno si sente sostenuto da una base popolare, tanto più si appoggia sulla polizia. Quindi, a misura che la politica di Betancourt, per il suo asservimento agli Stati Uniti, creava sempre più delle difficoltà all’interno e gli alienava le simpatie di una parte della maggioranza che lo aveva in principio sostenuto, in quella stessa misura si accresceva la repressione, aumentava il regime poliziesco. Regime poliziesco che è giunto a poco a poco ad assumere degli aspetti che appunto noi cercheremo stamane di illuminare rapidamente e che costituiscono delle gravi violazioni dei diritti di libertà sanciti dalla Costituzione venezuelana.

LA COSTITUZIONE VIOLATA

Io vorrei in primo luogo segnalare l’art. 66 della Costituzione. È un articolo che si trova più o meno in tutte le costituzioni moderne e dice: “tutti hanno il diritto di esprimere il proprio pensiero oralmente o per iscritto e di fare uso a tale scopo di qualsiasi mezzo di diffusione e comunicazione senza che possa essere istituita la censura...”. Nonostante questo art. 66 che garantisce la libertà di espressione e dichiara incostituzionale la censura, è accaduto in Venezuela che la censura è stata introdotta, come dicevo poc’anzi, soprattutto in relazione al clima internazionale e si è assistito progressivamente a uno sviluppo di una politica governativa che tende a eliminare, a distruggere la stampa di opposizione, ricorrendo, per questo, a metodi diversi, che possono essere la sospensione del giornale, sospensione provvisoria per alcuni giorni o per alcune settimane che tuttavia bastano a distruggere un giornale, perché nessun giornale può mantenere una possibilità economica di vita se è soggetto a periodiche sospensioni: oppure con dei mezzi ancora più sbrigativi, entrando nelle tipografie e distruggendo direttamente le macchine tipografiche. Così, per fare soltanto alcuni esempi, il direttore e il proprietario del giornale “La Razon” furono espulsi dal paese, la tipografia fu allora acquistata da amici del Presidente Betancourt e servì per fare un giornale governativo. Nell’ottobre del 1960 la polizia politica perquisì la tipografia del giornale “El Independiente” nella quale si stampavano diversi giornali di opposizione e la distrusse. Il 28 novembre 1960 furono chiusi “Tribuna Popular”, quotidiano comunista, il settimanale “Izquierda” che era l’organo del MIR (Movimento della sinistra rivoluzionaria) e la rivista “Dominguito”. Nel corso del ‘61 fu chiuso il giornale “Tiempo”. In novembre cominciò la persecuzione contro il giornale “Clarin”, che fu sospeso la prima volta il 17 novembre ‘61; riapparve 4 giorni dopo, ma fu chiuso di nuovo una settimana dopo a tempo illimitato e in quella occasione fu arrestato il suo direttore, Leonardo Montiel Ortega, che venne trattenuto in carcere senza essere giudicato. “Clarin” apparve di nuovo il 6 gennaio 1962, diretto dal deputato Luis Miquilena, ma sei giorni dopo fu chiuso di nuovo. Il 5 maggio fu assalito dalla polizia politica con raffiche di mitra e con danni alle macchine; riuscì ancora a pubblicarsi, ciò nonostante, ma fu chiuso di nuovo il 25 maggio per 15 giorni. Uscì dopo 15 giorni, fu chiuso di nuovo. Il 31 agosto il Presidente della Repubblica chiese che fosse processato il direttore. L’8 ottobre ‘62 la tipografia fu ancora una volta occupata dalla polizia politica e danneggiata. Il 22 gennaio del ‘63 il giornale fu ancora sospeso e ancora due volte fu sospeso in aprile. Quindi, è chiaro che un giornale in queste condizioni è costretto a morire. “La Hora”, un giornale dell’Unione Repubblicana Democratica, fu chiuso il 14 dicembre ‘61 per impedire che pubblicasse fotografie dell’arrivo di Kennedy nel Venezuela. Erano fotografie in cui si vedeva che prima di Kennedy arrivavano forze armate nordamericane che avrebbero dovuto proteggere la vita di Kennedy nel corso del suo soggiorno […] gennaio del 1962, ancora una volta nell’ottobre ‘62, il direttore fu arrestato e il giornale dovette morire. Nel febbraio ‘62 fu chiusa pure la “Gazzetta Parlamentare”, un giornale che pubblicava i resoconti parlamentari e quindi anche i discorsi dei deputati dell’opposizione. Appunto per questo fu chiuso. Nel novembre ‘62 fu sospeso il settimanale “La Libertad” che apparteneva a un’ala dello stesso partito di Betancourt, un’ala che era passata all’opposizione. Nel maggio ‘62 fu arrestato Luis Teofilo Nuñes Arismendi che era direttore del giornale “El Universal” perché aveva pubblicato un articolo che aveva eluso la censura. Insomma, abbiamo avuto tutta una serie di provvedimenti, tutti coincidenti al fine di sopprimere la stampa di opposizione. Sotto il regime di Betancourt furono soppressi “Tribuna Popular”, “Dominguito”, “Izquierda”, “El Venezolano”, “Clarin”, “La Pavamacha” e la situazione ha continuato nello stesso modo sotto il regime del presidente Leoni. Nei primi mesi sono stati soppressi “La Extra” e “Venezuela Grafica” perché avevano parlato di avvenimenti interni del Venezuela. Il settimanale “Qué Pasa en Venezuela” ha avuto la tipografia aggredita e distrutta durante un’incursione poliziesca.

Ecco quindi, noi abbiamo qui una situazione estremamente chiara: nonostante un articolo della Costituzione che dichiara, che proclama fra i diritti fondamentali del cittadino la libertà di espressione e proibisce la censura, abbiamo invece una prassi che non solo ha introdotto la censura, ma addirittura ha introdotto dei mezzi ancora più sbrigativi: soppressioni di giornali, sospensioni, distruzioni, arresti dei direttori dei giornali.

COLPO CONTRO IL PARLAMENTO

Un altro articolo che, direi, è calpestato più ancora che violato ogni giorno, è l’art. 60 della Costituzione: quello che garantisce - o che dovrebbe garantire - la libertà e la sicurezza personale. Questo articolo contiene una serie di disposizioni. Il n. 1 dice: “Nessuno potrà essere arrestato né detenuto se non in virtù di un ordine scritto del funzionario autorizzato a pronunciare la detenzione nei casi e con le forme prescritte dalla legge. L’istruttoria sommaria non potrà prolungarsi oltre il limite fissato dalla legge”. E il limite che la legge fissa per il periodo istruttorio è di 15 giorni più altri 15 giorni. Cioè nessuno può essere trattenuto in carcere preventivo senza una decisione del magistrato che intervenga fino alla eventuale condanna, per oltre un mese. Viceversa, noi abbiamo una situazione per cui, giornalmente, si arrestano e si trattengono in carcere per tempi indeterminati dei cittadini senza essere sottoposti a giudizio. Si calcola che nel giro di questi anni almeno 5 mila cittadini venezuelani abbiano subito questa sorte, che vi siano attualmente almeno 1.500 detenuti in questa condizione e, cosa ancora più grave dal punto di vita costituzionale vi sono in queste condizioni diversi parlamentari. Cioè, nonostante che la Costituzione venezuelana, come la maggior parte delle Costituzioni (o forse tutte), garantisca ai membri del Parlamento la immunità parlamentare nel senso cioè che nessun parlamentare può essere arrestato senza una autorizzazione del Parlamento, il governo venezuelano ha fatto arrestare 13 parlamentari, membri della Camera e del Senato, per due soli dei quali aveva ottenuto l’autorizzazione ma 11 sono stati arrestati senza l’autorizzazione, violando quindi le norme dell’art. 143 della Costituzione che dice: “Senatori e Deputati godranno dell’immunità dalla data della loro proclamazione fino al 21° giorno, ecc. Di conseguenza non potranno essere arrestati, detenuti o internati né giudicati penalmente, né sottoposti a perquisizione personale o domiciliare, né ostacolati nell’esercizio delle loro funzioni”. Dice ancora: “Il Tribunale investito delle accuse e delle denuncie contro un membro del Congresso rispetterà le procedure necessarie”, cioè dovrà chiedere l’autorizzazione del Parlamento. Viceversa, ci sono 13 parlamentari tuttora in prigione, di cui 11 arrestati senza autorizzazione sono detenuti da venti mesi, e non sono stati sottoposti a processo: abbiamo quindi qui una duplice violazione della Costituzione che garantisce ad ogni cittadino il diritto alla libertà, a non essere arrestato arbitrariamente, aggravato dal fatto che si tratta di parlamentari coperti da immunità parlamentare.

TRIBUNALI DI ECCEZIONE

Ma in materia di libertà personale, c’è tutta una serie di norme che sono continuamente violate. C’è per esempio l’art. 69 della Costituzione - anche questo è un articolo che c’è in tutte le Costituzioni - “Nessuno potrà essere condannato se non dal proprio giudice naturale, cioè dal giudice fissato per legge”; viceversa, nel Venezuela in virtù di un decreto arbitrario, non ammesso dalla Costituzione, del Presidente della Repubblica, i detenuti politici che vengono giudicati (perché, come ho detto prima, una larga parte non è neppure giudicata, ma è trattenuta in carcere senza giudizio) sono giudicati dai tribunali militari. Cioè sono sottratti al loro giudice naturale, al tribunale ordinario che dovrebbe giudicarli e vengon giudicati da tribunali militari che sono quindi Tribunali eccezionali in contrasto con la Costituzione.

LE TORTURE

Un aspetto particolarmente grave di questa situazione, e che merita di essere sottolineato in modo particolare - sempre in questo campo che disciplina i diritti individuali, la tutela della sicurezza e della libertà personale che sono dichiarati inviolabili - è un’altra norma della Costituzione l’art. 60 n. 3 che dice: “Nessuno potrà essere segregato o sottomesso a tortura o ad altri procedimenti implicanti sofferenza fisica o morale”. Anche questo è un articolo che troviamo in molte Costituzioni, c’è anche in quella italiana. Un articolo che proibisce la tortura, che, nonostante questo, viene comunemente applicata in Venezuela.

Ho qui sotto gli occhi una amplissima documentazione di casi particolarmente gravi nei quali la tortura è stata applicata. Vi sono anche delle prove di fonte ineccepibile. Recentemente, la direzione generale di polizia, cedendo alle pressioni della pubblica opinione che denunciava appunto queste torture, ha ammesso un certo numero di giornalisti a visitare le camere di sicurezza della Direzione Generale di Polizia. Naturalmente ha scelto dei giornalisti favorevoli al regime e ha presentato alcuni detenuti. Nonostante ciò, dopo che uno dei detenuti, il quale evidentemente era stato sottoposto a regime di terrore perché non parlasse, ha avuto il coraggio di rivelare, presenti i suoi torturatori, che era stato torturato, i giornalisti hanno avuto la possibilità di interrogarne altri e sono arrivati alla conclusione che parecchi detenuti, la maggioranza dei detenuti che erano alla Direzione Generale di Polizia, aveva subito torture. Quindi se ne è impadronita la stampa, il Parlamento ha dovuto fare una inchiesta e anche dall’inchiesta parlamentare sono risultate confermate le torture. Nelle cartelle che vi sono state distribuite vi è tutta una serie di documenti pubblicati dalla stampa: lettere che arrivano dal carcere, in cui c’è l’indicazione di queste torture continue; sono torture che vengono applicate durante gli interrogatori a cui, quindi, sono soggetti quasi tutti i detenuti politici. Vi sono delle bande di poliziotti - come c’erano durante il nazismo e il fascismo, - specializzati nelle torture. Ci sono dei campi di concentramento in cui si tortura in modo particolare. Anche nelle prigioni femminili (nella prigione di Los Teques - femminile) è risultato dalle inchieste che sono state fatte e si continuano a fare torture. Si è avuto persino il caso di una donna di oltre 60 anni, Francisca Sierra, che ha perso la ragione sotto le torture che aveva subito. C’è quindi tutto un amplissimo materiale d’accusa. Lo stesso Parlamento è arrivato a una conclusione non generica ma nominativa, cioè indicando specificatamente i nomi dei detenuti e indicando quali erano le torture da essi subite, trovando anche che un detenuto era morto dopo essere stato torturato. I medici incaricati dalla Commissione d’inchiesta poterono constatare sui reni del morto le conseguenze delle violenze che aveva subito e che lo avevano ridotto in condizioni estremamente gravi.

MANCANZA DI PRESTAZIONE MEDICA

Sempre nell’ambito di queste norme sulla sicurezza personale, (ve ne sono tutta un’altra serie; io le voglio indicare rapidamente) c’è un articolo della Costituzione, per esempio, che garantisce (sono articoli che conosciamo anche nella nostra costituzione italiana) la tutela della salute. “Tutti - dice la Costituzione nell’art. 76 - hanno diritto alla protezione della salute. Le autorità vigileranno al mantenimento della salute pubblica e forniranno i mezzi di prevenzione e di assistenza a coloro che ne sono sprovvisti”. Ecco, se tutti hanno diritto alla protezione della salute, si dovrebbe argomentare che in modo particolare deve essere protetta la salute di coloro che sono ospiti del governo, cioè i detenuti, che vivono nelle carceri. Viceversa, la salute nelle carceri e nei campi di concentramento non è assolutamente curata. Le condizioni di vita nei campi di concentramento sono condizioni assolutamente insalubri. Credo che avrete qui documenti che descrivano le condizioni di vita del campo di concentramento di Tacarigua che è in zona tropicale, con temperature tropicali, con le zanzare malariche, con tutta una serie di malattie tropicali, con l’assistenza ridotta per alcune centinaia di ammalati che vi sono, di un medico che va soltanto tre giorni alla settimana. Con un armadio farmaceutico soltanto, quindi non in grado di fare fronte alle necessità. E c’è anche qui tutta una serie di documentazioni da cui risulta che i detenuti sono lasciati morire senza le cure necessarie. C’è per esempio il caso di un capitano di marina, (il capitano Manuel Ponte Rodriguez), prigioniero politico che fu lasciato morire in carcere, che agonizzò tra atroci sofferenze per mancanza di assistenza medica.

ARRESTO DI MINORENNI

C’è, sempre nella Costituzione, l’art. 75 sulla tutela dell’infanzia. “La legge provvederà a che ogni bambino, quale sia la sua filiazione, possa conoscere... ecc.” tutta una serie di disposizioni per cui la salvaguardia e la protezione dei minori formeranno oggetto di una legislazione speciale, ed essi saranno affidati a organi e tribunali speciali. Le leggi prevedono che i minori non possano rimanere in carcere se non in reclusori speciali e per un tempo limitato. Viceversa, vi sono fra gli arrestati per ragioni politiche, trattenuti in queste carceri che non sono affatto quelle speciali per minori, e in queste condizioni assolutamente antigieniche e insalubri, studenti universitari e liceali, minorenni di età che vivono in queste condizioni nonostante che l’art. 75 della Costituzione garantisca una speciale protezione.

PENA DI MORTE

Quello su cui mi vorrei soffermare di più è l’art. 58 della Costituzione che dice: “Il diritto alla vita è inviolabile. Nessuna legge potrà istituire la pena di morte né alcuna autorità applicarla”. Il Venezuela è tra i paesi di alta civiltà che hanno decretato la soppressione della pena di morte. Voi sapete che l’Italia, sotto questo profilo, è uno dei paesi che l’hanno per prima abolita, ma purtroppo si è verificato più di una volta anche da noi che la pena di morte, abolita dalle leggi della Costituzione, la pena di morte che oggi neghiamo ai codici, neghiamo ai giudici, neghiamo ai tribunali, è però viceversa arbitrariamente applicata, dalla polizia: ed è quello che si verifica comunemente nel Venezuela. La pena di morte è abolita, i giudici non possono pronunciare nessuna sentenza di condanna capitale, i codici non prevedono tra le pene quella di morte e, malgrado questo, essa è applicata abbastanza frequentemente dalla polizia. Anche qui - come ho detto poc’anzi - alla radice vi sono le condizioni generali della vita del paese che hanno portato ad una tensione sociale: le prime vittime del Presidente Betancourt sono stati 4 operai disoccupati che manifestavano per avere pane e lavoro, una rivendicazione che da migliaia di anni è la rivendicazione dei poveri e degli affamati.

Ma a parte queste uccisioni avvenute in una manifestazione pubblica, la polizia si è poco a poco specializzata nell’uccidere singolarmente gli avversari politici. Credo che il primo sia stato un cubano naturalizzato venezuelano, dopo la manifestazione del 26 luglio ‘60, giorno dell’anniversario dell’assalto alla caserma Moncada (festa nazionale cubana). In quella occasione c’erano stati degli scontri tra cittadini favorevoli e contrari a Castro, ma non era successo niente di grave. A mezzanotte la polizia si presentò a casa di questo ex cubano naturalizzato venezuelano Andrés Coba Casas col pretesto che doveva citarlo perché testimoniasse sugli avvenimenti di quel giorno. Di solito non si va a fare le citazioni a mezzanotte, comunque Coba Casas aprì la porta e immediatamente venne ucciso dai mitra della polizia, sotto gli occhi della moglie e dei bambini. Fu il primo esempio, allora, di un assassinio politico. Fu grande lo scandalo nel paese e si dovette aprire un processo contro i poliziotti che lo avevano ucciso. Furono assolti, con una pratica che noi abbiamo conosciuto largamente durante il fascismo. Questo accadeva il 26 luglio ‘60. Alla fine dell’anno erano già 18 le persone uccise dal regime di Betancourt, altre 33 furono uccise nel ‘61 con un crescendo che portò a 130 le vittime del regime di Betancourt, nonostante l’articolo 58 che dichiarava che il diritto alla vita è inviolabile. Il 25 maggio del ‘62 José Gregorio Rodriguez fu arrestato dagli agenti della Digepol, Direzione generale di Polizia [devo precisare che anche il Venezuela, come tutti i regimi polizieschi, si distingue per la molteplicità di polizie, di modo che poi nessuno riesce a sapere qual’è la polizia responsabile; ce ne sono di tutti i gusti, come le avevamo noi sotto il fascismo e il nazismo. Ma in modo particolare c’è questa Direzione Generale di Polizia, questa Digepol che si è specializzata in questi sistemi e il Sifa (Servizio di Intelligenza delle Forze Armate) uno spionaggio militare che usa gli stessi sistemi e che ha il suo campo di concentramento dove si tortura in modo particolare].

Dicevo, la Digepol arrestò il 25 maggio ‘62 José Antonio Rodriguez, lo portò negli uffici di polizia alle 2,10 della notte. Il prigioniero, che era ammanettato, fu ucciso. Si è detto che aveva tentato di fuggire dal 4° piano e noi tutti ricordiamo che questo fu anche, un anno dopo, il caso del martire antifranchista Grimau. Un anno prima era già accaduto in Venezuela, a Caracas, l’assassinio di José Antonio Rodriguez, gettato dal 4° piano dalla polizia col pretesto di aver tentato la fuga. È difficile pensare che un ammanettato nei locali della polizia per fuggire tentasse salti dal 4° piano. Ecco dunque, questo è il detenuto di cui ho già parlato che su indagine ordinata dal Parlamento fu visitato e sottoposto ad autopsia dai medici, i quali constatarono che aveva ricevuto una serie di colpi che non potevano essere le conseguenze della caduta dal 4° piano, ma che erano immediatamente precedenti, fra cui delle violenze che avevano provocato delle lesioni ai reni, che secondo i medici sarebbero state mortali anche senza la caduta. Cioè, era stato ridotto in condizioni tali per cui fu gettato dalla finestra per giustificarne la morte. Dopo questo episodio la tecnica del suicidio venne usata frequentemente dalla polizia.

Il 15 luglio ‘62 lo studente in legge José Vasquez La Torre di venti anni, sposato da poco, padre di un bambino di un mese, figlio di un professore di geografia all’Università di Caracas, fu trovato impiccato nella cella in cui la polizia lo tratteneva.

Nel settembre ‘64, cioè non più sotto Betancourt, ma sotto Leoni, il sociologo Victor Ramon Solo Rojas della Università di Caracas e altri dodici cittadini sono stati fucilati dal distaccamento militare di Cupira. Lo studente Gustavo Aralda di 21 anni è stato trovato legato e crivellato di colpi. Un altro arrestato, Trino Barrios, è stato ucciso con un sistema credo originale della polizia venezuelana (non mi risultano precedenti): è stato gettato da un elicottero e ucciso in questo modo.

È quindi una situazione estremamente drammatica, che ha fatto ormai centinaia e centinaia di vittime e che purtroppo, come ho detto poc’anzi con esempi recenti del ‘64, tende a continuare. Ora, è evidente che una situazione di questa natura richiede non solo la solidarietà di tutti i democratici, ma richiede l’intervento attivo per cercare di porvi rimedio.

COM’È COMINCIATA LA VIOLENZA

Noi sappiamo che uno degli argomenti che vengono addotti dal governo venezuelano per giustificare queste rappresaglie, questi arresti arbitrari, questi sistemi, è che il governo venezuelano deve combattere una guerriglia; cioè che i partiti rivoluzionari e le Forze Armate di Liberazione Nazionale conducono una guerriglia nel paese. Con questo si cerca di dimostrare che le responsabilità prime di questa situazione ricadono sulla sinistra.

È opportuno però rilevare che c’è, in Venezuela, anche sotto questo profilo, una situazione particolare. Il Presidente Betancourt è rimasto al potere per tutto il tempo normale che doveva compiere, per 1421 giorni, dal 13 febbraio 1959 al 3 gennaio 1963. Su 1421 giorni ha governato per 781, più della metà, avendo sospeso le garanzie costituzionali. La prima sospensione fu decretata il 4 agosto 1959, in occasione di una manifestazione di protesta di operai disoccupati. Successivamente ne venne un’altra il 4 giugno 1960 che durò 76 giorni. L’8 novembre 1960 la Costituzione fu di nuovo sospesa e la sospensione durò dall’8 novembre ‘60 al gennaio ‘62. Fu ristabilita per pochi giorni e nello stesso gennaio fu sospesa per altri giorni. Appena ristabilita la Costituzione fu sospesa di nuovo nel maggio ‘62 e sospesa per 88 giorni; poi di nuovo 1’8 ottobre ‘62 fu sospesa per 87 giorni, e così di seguito in modo - ripeto - che più di metà della presidenza Betancourt è passata con le garanzie costituzionali sospese.

Ora, è chiaro che quando un governo sopprime le garanzie costituzionali, le sopprime andando al di là di qualunque legge - perché è vero che c’è una previsione di legge in questo senso - ma la Costituzione, che pure prevede che in circostanze eccezionali, non per 760 giorni su 1400, si possono sospendere alcune garanzie costituzionali, stabilisce però che in quel periodo altre garanzie devono essere rispettate: certamente rispettata l’immunità parlamentare, certamente rispettato il diritto alla vita, certamente e strettamente menzionato tra le garanzie che non possono essere in nessun caso sospese, il divieto di tortura. Quindi noi abbiamo avuto non solo una serie arbitraria di sospensioni al di là di tutte le previsioni della Costituzione, ma anche una applicazione di queste sospensioni condotta in modo da violare la norma che autorizzava la sospensione. Cioè sono state sospese anche quelle garanzie che per Costituzione non potevano mai essere sospese. E allora ecco, in questi casi, c’è una previsione nella Costituzione che è bene tenere presente. L’art. 250, se non vado errato, dalla Costituzione venezuelana è un articolo che ha una antica tradizione democratica. È un articolo che viene dalla Rivoluzione francese: è il diritto del cittadino a resistere contro chi viola la Costituzione. Dice l’art. 250: “La presente Costituzione resterà in vigore anche se cesserà di essere osservata a seguito di un atto di forza o a seguito di deroghe che avvengano in modo diverso da quello previsto dalla Costituzione stessa”, cioè quello appunto che si è verificato: la Costituzione è stata sospesa in modo diverso da quello che era stato previsto. “In caso di eventualità di tale natura, ogni cittadino investito o meno di autorità avrà il dovere di collaborare al ripristino della Costituzione”. È il diritto alla resistenza contro l’autorità che viola la Costituzione che fu previsto per la prima volta dalla Costituzione della rivoluzione francese e che è considerato una delle più alte conquiste della democrazia.

L’ORDINE GIURIDICO

Ora, di fronte all’art. 250, sulla legittimità cioè per i cittadini venezuelani di considerarsi in diritto di ricorrere all’art. 250 contro il governo, noi abbiamo addirittura un messaggio votato dalla Camera dei deputati. Come ho detto prima, il presidente Betancourt, per la sua politica, aveva perso l’appoggio della maggioranza dei deputati. Dato il regime costituzionale venezuelano, (come del resto negli Stati Uniti, dove il Presidente non risponde al Parlamento, non deve avere la maggioranza nel Parlamento) il Presidente rimane tale anche quando non ha la maggioranza. Quindi Betancourt ha continuato a rimanere presidente non avendo la maggioranza, ma la maggioranza della Camera dei deputati che legittimamente rappresentava il popolo, votò l’11 giugno ‘62 un messaggio al popolo in cui specificava che la Camera era rimasta l’ultimo luogo in cui potevano esprimersi le forze di opposizione al Governo e sottolineava che il Presidente della Repubblica aveva formulato aperte minacce contro la Camera nei suoi discorsi e aggiungeva: “deve essere chiaro che dal momento in cui venga violata la Camera dei deputati (che fu violata con l’arresto arbitrario dei 13 deputati) il presente governo cesserà di essere costituzionale. La prolungata sospensione delle garanzie costituzionali da una parte e il non funzionamento della Camera dall’altra, qualificheranno il governo come usurpatore e arbitrario contro il quale ogni cittadino investito o no di autorità, avrà l’obbligo di agire per ristabilire l’ordine giuridico violato” che è appunto la norma dell’art. 250. Quindi, sarebbe difficile dire che il governo che commette questi atti, reagisce alla guerriglia: in realtà la guerriglia non fu che la legittima espressione della volontà dei cittadini offesi nei loro diritti costituzionali di vedere ristabilita l’autorità della Costituzione.

Ma è chiaro che se noi oggi ci mettessimo a fare la ricerca delle responsabilità della causa prima, noi ci potremmo addentrare in un dibattito senza fine. Quello che sembra, viceversa, importante per noi oggi (importante soprattutto per il popolo venezuelano e per gli amici del popolo venezuelano come noi siamo) è di trovare, se esiste, una qualche possibilità per far cessare questa situazione così precaria in cui ogni cittadino è esposto all’arbitrio della polizia, in cui non regnano più le norme elementari di sicurezza, in cui i diritti fondamentali, su cui si basa la convivenza civile, sono ogni giorno violati.

NECESSITÀ DI UNA AMNISTIA

 

È convincimento di larghissimi strati della popolazione venezuelana ed è convincimento nostro che il primo passo che deve essere fatto verso il ristabilimento di una vita normale non può che essere la amnistia totale, generale, che, come dice la parola amnistia (lo dice per le sue origini etimologiche), può far dimenticare tutto quello che è stato il passato ed è il solo modo per arrivare ad una possibilità di ristabilire la convivenza civile.

È del resto una prassi di tutti i paesi dove si siano avuti dei periodi di particolare tensione civile, di lotte sociali particolarmente intense, è una prassi di tutti i paesi che il primo passo, sempre, per chiudere queste situazioni sia quello di addivenire a una amnistia che rappresenti la fine del periodo di lotte e di conflitti. E direi che questa necessità è sentita da larghissimi strati dell’opinione venezuelana. Nei documenti distribuiti voi avete moltissime citazioni di opinioni di uomini autorevoli. Vorrei soltanto ricordare, prima di concludere, l’ex Presidente della Repubblica del Venezuela, cioè il Presidente provvisorio che fu eletto dopo la caduta della dittatura di Perez Jimenez, il presidente Larrazabal, oggi senatore della Repubblica, che ha detto: “Siamo per un governo che garantisca la pace e la concordia nel paese. Per porre fine alla violenza è indispensabile occuparsi del problema dei detenuti politici e trovare formule concrete al riguardo. Senza l’amnistia non può esservi pacificazione alcuna”. E un’altra citazione che vorrei fare, che è particolarmente significativa per la posizione che occupa attualmente, non in passato, l’autore di questa citazione, è la seguente: “Il governo e la polizia politica commettono abusi inauditi e ingiustizie tali da produrre indignazione profonda. Oggi è di moda partecipare alla campagna reazionaria che fa del comunismo il responsabile di tutti i mali di cui soffre il paese. Questo anticomunismo è la politica più pericolosa. Fu su questa base che Hitler e Mussolini presero il potere. Il sistema democratico è un sistema che protegge gli uomini, qualunque sia la loro ideologia. La pace deve essere raggiunta attraverso due vie fondamentali: una amnistia e una campagna di pacificazione franca e leale”. L’autore di queste frasi non è un comunista, è Ramon Escobar Salom. Pronunciava queste parole come senatore della Repubblica, oggi è ministro della giustizia del governo Leoni. Quindi è l’uomo che ha più degli altri la possibilità di esaudire quelle richieste che aveva formulato come parlamentare dell’opposizione.

IL NUOVO GOVERNO

Loro sanno certamente che appunto quando si costituì, il governo Leoni, vi fu la speranza che ci sarebbe stato un cambiamento di indirizzo politico in modo particolare quando Leoni modificò la piattaforma su cui si basava il governo del suo predecessore, le alleanze politiche. Leoni formò una coalizione con due partiti di opposizione, con due partiti che erano stati alla opposizione contro Betancourt, costituendo un governo che si chiamò di ampia base; appunto fra gli ex oppositori entrati nel governo vi è l’attuale ministro della giustizia che aveva pronunciato quelle parole.

Purtroppo le speranze sorte da questo governo di “ampia base”, sorte dalla inclusione di questi partiti di opposizione, non hanno avuto seguito. Almeno, non hanno avuto seguito sul piano della politica interna anche se, probabilmente, l’atteggiamento del Venezuela in occasione dei recenti avvenimenti di Santo Domingo nei confronti degli Stati Uniti ha rilevato con Leoni una indipendenza che certamente Betancourt non aveva mai avuto. Il Venezuela si è astenuto dal voto, cosa che Betancourt non avrebbe mai fatto, perché era più diligente e ossequiente alle direttive nordamericane.

Ora, non sta a me, non sta a noi qui, credo, indagare per quali ragioni accanto a un qualche accenno di mutamento della politica internazionale non sia ancora seguito un mutamento nella politica interna. Credo tuttavia che questo sia un momento estremamente favorevole perché, oltre alle molteplici voci che si sono già levate da moltissimi settori dell’opinione pubblica venezuelana, è stato anche elaborato e presentato al Parlamento con ventimila firme (perché tante ne richiede la Costituzione, ma se ne sarebbero potute raccogliere di più) un progetto di legge di amnistia, motivando appunto questo progetto di legge con la necessità che l’amnistia sia il primo passo verso una politica di distensione nazionale, di pacificazione nazionale, che permetta di ritrovare delle forme democratiche di convivenza civile.

Credo che sia il momento più indicato, perché alle voci numerose e molteplici che si sono levate nel Venezuela e in molte parti del mondo si associ la voce della nostra Conferenza attraverso le voci dei presenti che sono in grandissima parte, persone rappresentative dell’opinione pubblica dei loro paesi, attraverso i molti messaggi che ci sono pervenuti, perché si raccolga una grande corrente di opinione nel mondo per associarsi a queste richieste per l’amnistia che deve essere un primo passo verso il ristabilimento delle libertà politiche nel Venezuela.

C’è stato, da parte del governo venezuelano, il tentativo di offrire qualche altra cosa che non fosse l’amnistia, cioè una specie di mercato: esilio contro carcere. Se i detenuti politici chiedono di andare in esilio possono uscire dal carcere, però devono firmare una dichiarazione con cui praticamente si riconoscono colpevoli. È naturale che i detenuti politici non siano disposti ad accettare questo baratto e quindi preferiscano rimanere in prigione, mantenendo viva e accesa questa battaglia popolare in favore dell’amnistia.

CONCLUSIONE

Questa è appunto la conclusione a cui io desideravo arrivare. Credo che anche attraverso le pochissime cose che ho potuto dire sia chiaro che noi abbiamo una situazione assolutamente anormale; una situazione che è tanto più anormale in quanto il governo venezuelano pretende di essere un governo modello dal punto di vista democratico. Direi che un aspetto da sottolineare è questo: mentre noi abbiamo situazioni di tipo fascista in diversi paesi (Spagna, Portogallo) che però non pretendono di essere dei modelli di democrazia, la cosa paradossale del Venezuela è che il governo venezuelano - già Betancourt - pretenda di presentarsi come un modello ai paesi latinoamericani. Un modello di evoluzione per superare le dittature militari ed avviare l’America latina verso un regime democratico. Ora, io credo che in America latina vi siano largamente le condizioni perché i popoli latino-americani possano edificarsi dei regimi democratici. Ma certamente non è la strada di Betancourt quella che conduce a questo sbocco. Certamente il regime di Betancourt, e neanche purtroppo quello di Leoni, si può presentare come un regime di democrazia esemplare, come un modello. Vi sono purtroppo delle situazioni che esulano dalla nostra conversazione di oggi che rendono difficile la nascita di governi democratici, nonostante ne esistono all’interno le possibilità, ma vi sono delle difficoltà internazionali che non li lasciano vivere (Santo Domingo insegni). Comunque è certo che anche senza diventare un paese modello, il Venezuela non può diventare neppure un paese normale se prima non elimina le cause fondamentali che hanno reso precaria la sua situazione e difficile la convivenza tra i cittadini. Il primo passo deve essere l’amnistia.