Uno strumento del fascismo
La magistratura francese non ha riconosciuto ai tribunali militari il
diritto di pronunciarsi sui reati di stampa: in Italia è stata seguita la via
contraria
di Lelio Basso
Due anni fa, all’indomani
dell’arresto di Renzi e Aristarco, quasi unanime fu la protesta della stampa
italiana contro l’intervento dell’autorità giudiziaria militare in un reato di
stampa commesso da cittadini non in servizio alle armi.
Su La Stampa del 18 settembre 1953 Mario Ferrara scriveva: “Siamo di
fronte, finalmente, al grosso fatto, conseguenza della confusione e del
disordine che deriva dalla permanenza della legislazione fascista accanto a
quella democratica, e dall’interferire dell’una nell’altra, con una forte
tendenza di molti organi dello Stato, nei quali il vecchio spirito fascista è
saldamente ancorato, di far prevalere la prima sulla seconda. Il principio
dell’unità della giurisdizione se ne va in malora insieme con la libertà della
stampa e la libertà dell’arte e d’ogni sua espressione”. E il 26 settembre
ribadiva Luigi Salvatorelli: “L’eliminazione di un
simile stato di cose, e degli avviamenti sovvertitori del diritto e della
libertà che ne scaturiscono, e con essa la reale e completa attuazione dei
principi di diritto e di libertà rappresentano l’esigenza più urgente della
vita pubblica italiana”.
Della stessa opinione si mostravano
anche gli organi dei cosiddetti partiti minori che in quel momento non erano al
governo. Scriveva La Giustizia:
“Premesso che l’iniziativa di un così massiccio colpo ai diritti dell’opinione
dei cittadini e della stampa sembra venire dall’autorità militare, è appena da
rilevare - e dovrebbe essere superfluo, se nel nostro Paese la nozione di
democrazia fosse qualcosa di più che una convenzione ipocritamente accettata
dai più - come sia inconcepibile che un provvedimento di questo genere, che
coinvolge valutazioni e conseguenze squisitamente politiche, possa essere stato
preso senza l’approvazione di un organo di governo, politicamente responsabile
e qualificato”. E aggiungeva l’opinione personale dell’on. Ariosto: “Il fatto è
inaudito”. E analogamente la Voce
Repubblicana: “L’inaudita misura ci riempie di indignazione, poiché, oltre
a ledere la libertà d’ispirazione, prova che nel nostro Paese si è ormai
stabilito un clima irresponsabile”.
Persino un giornale economico come Il Globo dedicava ben due articoli a
mettere in rilievo l’assurdità e l’antigiuridicità del provvedimento. Unico, o
quasi, fra i grandi giornali, il Corriere
della Sera mantenne un prudente silenzio, e quel silenzio fu denunciato
come scandaloso da Arrigo Benedetti sull’Europeo,
talché qualche giorno dopo il giornale milanese fu costretto ad uscire dal suo
riserbo con un articolo di Panfilo Gentile, piuttosto anodino, ma che comunque
riconosceva - bontà sua - essere “incontroverso che la locuzione ‘Forze armate’
nell’art. 103 della Costituzione non ha la stessa estensione che ha invece nel
Codice Penale Militare: non comprende, cioè, anche i militari in congedo”.
Di fronte a uno schieramento così
compatto di opinione pubblica, sarebbe stato lecito supporre che il caso non
dovesse più ripetersi. E invece si è ripetuto, in forma ancora più grave, due
anni dopo: due anni trascorsi senza che la maggioranza parlamentare avesse
trovato il tempo di approvare le ben tre proposte di legge presentate
tempestivamente da deputati di sinistra e dirette a ristabilire in questo campo
la normalità costituzionale. E, quel che è più grave ancora, si e verificato ad
opera di un governo della cui maggioranza o addirittura del cui complesso,
fanno parte i rappresentanti di quei partiti minori che avevano strillato per
la vicenda Aristarco-Renzi, e fra questi
rappresentanti anche personalmente quello stesso on. Ariosto che aveva trovato
“inaudito” il caso di due anni prima.
Sembra infatti evidente che non si
possa addossare all’autorità militare la responsabilità di quanto è accaduto
nelle ultime settimane a Bologna. Per quanto aberrante sia l’interpretazione
dei testi legislativi che giustifica la competenza della autorità giudiziaria
militare, non si può negare che essa abbia ricevuto il conforto dalla
Cassazione. (Ricordo che il mio professore di filosofia del diritto, ogni
qualvolta sentiva da uno studente una risposta strampalata, osservava tra
rassegnato e divertito: “anche questo si trova nei testi”. Purtroppo, in sede
di interpretazione della Costituzione, soprattutto in tema di libertà civili e
politiche, dobbiamo ormai dire lo stesso delle sentenze della Cassazione).
Ho detto “interpretazione
aberrante” non ho bisogno di insistervi, perché tutta la stampa ha già
provveduto a chiarire la situazione giuridica. Tuttavia, ripeto, è naturale che
i giudici militari, i quali hanno ricevuto una denuncia dalla Questura e
debbono provvedere su di essa, si attengono all’interpretazione della legge che
ha avuto il sigillo del Supremo Collegio.
Ma perché il procedimento segua il
suo corso e si possa giungere all’arresto, sono necessarie speciali
autorizzazioni ministeriali. L’autorizzazione è un atto politico rimesso alla
prudente discrezionalità del governo, il quale non è mai obbligato a
concederla: rifiutarla non significa quindi pronunciarsi sull’esistenza o meno
del reato e ribellarsi all’interpretazione della Cassazione, ma più
semplicemente affermare che, allo stato, un processo è politicamente
inopportuno. Pertanto, se è stato possibile alla Cassazione affermare che, fino
ad una nuova definizione legislativa degli “appartenenti alle forze armate” e
dei “reati militari”, si devono applicare ancora le norme del CPMP, non è possibile
al governo ignorare che la volontà unanime della Costituente e l’opinione
pubblica pressoché unanime si sono espresse per l’abrogazione immediata di
quella eccezionale norma fascista. E così come un ministro dell’Industria ha
avuto la sensibilità di non autorizzare nuove concessioni petrolifere fino alla
definitiva approvazione di una legge in discussione davanti al Parlamento, così
un altro ministro e il governo, se fossero stati sensibili alle esigenze
democratiche, avrebbero dovuto sospendere ogni nuova autorizzazione a procedere
fino alla definitiva approvazione della legge sulla competenza dei Tribunali
militari voluta dalla Costituzione, e pur essa in discussione davanti al
Parlamento.
Quali siano le ragioni che hanno
indotto da un lato la maggioranza parlamentare a trascinare per due anni le tre
proposte di legge presentate, e dall’altro il governo a continuare a valersi
delle norme fasciste, è anche troppo evidente. I tribunali militari sono sempre
un’arma nelle mani di governi antidemocratici, i quali peraltro, in tempi
passati, vi ricorrevano solo in regime di stato d’assedio, come Crispi nel 1894
in Sicilia o Rudinì nel 1898 a Milano e altrove. La procedura è più sbrigativa,
le pene sono maggiori, manca la garanzia dell’appello; infine i giudici, per
ripetere l’autorevole giudizio dato dal presidente on. Leone in sede di
Assemblea Costituente, “non offrono certo i necessari requisiti di competenza
tecnica giuridica”, ciò che rende più ardue le difese e più facili le condanne.
Ma soprattutto, mentre i magistrati ordinari sono o dovrebbero essere
indipendenti, nessuna garanzia in tal senso assiste il giudice militare, e, di
riflesso, chi sia imputato davanti ai tribunali militari. Ancora pochi anni fa
in Francia, il ministro della Difesa Ramadier, accusato di aver convocato
presso di sé un giudice istruttore militare incaricato di una delicata
istruttoria avente larghi riflessi politici, ammise il fatto dichiarando: “Un
giudice istruttore militare non è nella stessa situazione di un magistrato civile”.
A quale sorta di arbitri questo
sistema possa condurre, lo prova, accanto all’esperienza italiana, quella
appunto della nostra vicina e, anche in questo, sorella latina. Un caso
clamoroso si verificò in Francia recentemente: Vigne, segretario generale del
movimento della pace, incriminato per un suo articolo, fu assolto prima dal
tribunale di Beauvais il 20 dicembre 1950, e poi
dalla corte di Appello di Amiens il 24 luglio 1951,
dopo di che si vide per lo stesso articolo e per lo stesso reato denunciato al
Tribunale militare, senza poter invocare il beneficio della cosa giudicata. E,
di fronte al Tribunale militare, l’imputazione comportava la pena di morte.
Bisogna peraltro riconoscere che l’opinione pubblica e la magistratura
ordinaria hanno reagito in Francia con maggior fermezza: in un caso
recentissimo, il processo intentato a due giornalisti di France-Observateur per pretesa divulgazione di segreti militari, la
Chambre des mises en accusation, conformemente all’unanime voto della stampa, ha
negato la competenza del giudice militare e rinviato i due giornalisti di
fronte al giudice ordinario.
In Italia la magistratura ordinaria
ha seguito la via contraria, e l’opinione pubblica non è stata sinora in grado
di imporre al governo il rispetto della Costituzione. Anzi, come dicevo in
principio, le cose si sono aggravate, perché mentre Aristarco e Renzi erano
stati rinviati a giudizio per il reato di vilipendio alle forze armate,
previsto dal CPMP e quindi, secondo una lata interpretazione, configurabile come
“reato militare”, alcuni degli attuali arrestati di Bologna sono imputati di
“vilipendio al governo”, reato punibile oggi soltanto in base al CP comune, e
in nessun caso quindi qualificabile come “reato militare”.
La china è troppo pericolosa perché si possano
consentire ulteriori scivolamenti. Ma se l’opinione pubblica, e la stampa così
direttamente minacciata - e privata dei suoi giudici naturali - lo vorranno
fortemente, il Parlamento non potrà ulteriormente sottrarsi all’applicazione
della Costituzione e il governo dovrà rinunciare a servirsi almeno di questo
strumento fascista.