La democrazia e gli scandali
È
necessario oggi ristabilire in Italia quel gioco delicato e complesso di
controlli, di limiti e di distinzioni, senza il quale la democrazia muore e gli
scandali fioriscono
di Lelio Basso
Ai lettori de Il Contemporaneo Sennuccio Benelli ha offerto un panorama della vastità e della
complessità degli illeciti traffici che costituivano lo sfondo di quello che si
è chiamato lo scandalo dei dollari, intorno al quale la recente sentenza del
Tribunale di Roma ha rinnovato interesse e polemiche. Non sappiamo se il
processo avrà un seguito in appello e se la sentenza del Tribunale avrà chiuso
la fase giudiziaria di questo scandalo. Ma sappiamo che, mentre uno se ne
chiude, almeno provvisoriamente, con una sentenza, altri sono in corso o si
aprono: sono in corso ancora gli arresti per lo “scandalo delle pensioni”,
mentre è tuttora aperta l’istruttoria per il non meno clamoroso “scandalo
dell’INGIC”, e si attende la sentenza della sezione istruttoria nello
“scandalo” per antonomasia, quello cioè relativo alla vicenda Montesi.
Questo moltiplicarsi di scandali
costituisce senza dubbio un aspetto interessante del costume fiorito all’ombra
del regime democristiano, e non è senza interesse vedere che cosa vi sia di
comune in queste vicende. Per non essere accusati di faziosità polemica,
prenderemo come punto di partenza della nostra ricerca un autorevole giudizio
dell’on. Scelba.
Ognuno ricorderà infatti che quando
il governo Scelba fu costituito, la vicenda Montesi agitava le acque
dell’opinione pubblica italiana. E il governo che si annunciava come
“moralizzatore”, non trovò di meglio, nel discorso-programma con cui si
presentò al Parlamento, che assumere un tono minaccioso contro la stampa,
colpevole di aver rivelato lo scandalo. Ma pochi giorni dopo, nel discorso con
cui lo stesso on. Scelba concluse la discussione sulla fiducia, premuto dal
dilagare della vicenda, dovette fare alcune ammissioni, dicendo testualmente:
“il governo intende assicurare il Parlamento ed il Paese che considera con la
dovuta serietà fatti e situazioni che
nascono dalla facilità del guadagno e da torbide compiacenze amministrative”.
“Facilità di guadagno e torbide compiacenze
amministrative”: questa diagnosi, esatta anche se incompleta, c’introduce nel
primo aspetto sostanziale degli scandali a catena che si sono succeduti in
Italia. Dietro ad ognun di essi, appena s’è potuto alzare un poco del pesante
velo con cui la generale omertà tende a ricoprire queste vicende, si sono
trovati appunto facili guadagni e “compiacenze” o, meglio ancora, “complicità”
amministrative. I due termini, che l’on. Scelba ci presenta distinti, sono in
realtà tutt’uno, in quanto sono appunto le complicità amministrative che
rendono possibili i facili guadagni.
In alcuni casi, per esempio, nello scandalo
delle pensioni, protagonisti dello scandalo e imputati nel processo sono gli
stessi funzionari, che si fanno rilasciare la classica “bustarella” in compenso
della propria “compiacenza”; un po’ più complessa è la vicenda dell’INGIC, ma
pure in questo caso gli imputati sono in gran parte funzionari sia dell’ente
stesso che delle prefetture o dei comuni. Ma anche la dove funzionari non
appaiono sul banco degli imputati, le “compiacenze amministrative” sono sempre
nello sfondo.
Il recente processo dei dollari è
sotto questo profilo particolarmente istruttivo. Suscita infatti in taluno
meraviglia e delusione una sentenza che, in un processo così grave, dopo
quindici mesi di udienze, si concluse con oltre un centinaio di assoluzioni e
una quarantina di condanne a pene modeste. Ma la verità è che, al termine di
un’indagine condotta con il più grande scrupolo e con pazienza senza pari, gli
esimi magistrati del Tribunale di Roma dovettero accorgersi che la denuncia
presentata dai “competenti uffici” riguardava appunto oltre cento innocenti, la
maggior parte dei quali avevano semplicemente acquistato dollari al mercato
nero ignorandone la provenienza, ma taceva completamente intorno ai veri
responsabili.
Scriveva, per esempio, la Stampa del 17-3-1954: “Il lato paradossale
della carnevalata di dollari è che mentre le grandi industrie dolciarie
italiane ottenevano con estrema difficoltà le licenze per importare polvere di
uova, Domenico Ciurleo e molti altri come lui,
assolutamente sprovveduti in questo genere di affari, e fra i quali molti erano
i pregiudicati, le ottenevano facilmente e in larga misura”. E ancora lo stesso
giornale: “Con quali criteri il ministero del Commercio Estero concedesse tante
licenze per importare materie assolutamente inutili proprio non si capisce
almeno per ora... Il sospetto che non sia stata soltanto la leggerezza a
consigliare la concessione delle strane licenze, prende sempre più
consistenza”. E la stessa sentenza di rinvio a giudizio aveva del resto già
avvertito: “Le azioni criminose, spesso a catena, furono agevolate se non
incoraggiate talvolta dalla estrema facilità con cui, almeno in un primo
periodo, venivano concesse licenze di importazione per le merci più impensate e
meno utilizzabili dall’economia nazionale in quantitativi enormi... La scelta
delle merci avveniva fra quelle che, essendo meno conosciute e di minor
consumo, apparivano le più idonee a non provocare proteste da parte di
industriali interessati nelle effettive importazioni”. Le compiacenze
amministrative sono pertanto evidenti in questo caso, anche se nessun
funzionario si è trovato sul banco degli imputati.
Né a diverso risultato ci
indurrebbe un’analisi dell’ambiente in cui si muovevano i protagonisti della
vicenda Montesi. Si è parlato, a proposito della “facilità di guadagni” del
Montagna, di commercio di stupefacenti e di speculazioni edilizie. Non ho
elementi per affermare se ed in quale misura il Montagna partecipasse
effettivamente a questi traffici, ma l’ambiente emerso dall’istruttoria sembra
muoversi veramente in questo quadro. Ed è certo altresì che, in entrambe le
ipotesi, si tratta di traffici scandalosi che consentono “facili guadagni”
grazie a “torbide compiacenze amministrative”. Per gli stupefacenti basterebbe
forse ricordare quel che ne scrisse Achille Battaglia: “Quanti sapevano, prima
di Capocotta, che alla Commissione per gli
stupefacenti dell’ONU, l’Italia è stata ripetutamente denunziata come ‘la
principale fonte di approvvigionamento’ del traffico mondiale delle droghe?
Quanti sapevano che il rappresentante della ditta milanese - che dal 1948 al
1953 ha messo illecitamente in commercio decine di migliaia di fiale di ‘mefedina’ per un valore di miliardi - era stato per anni il
capo della Sezione Stupefacenti della Questura di Roma? Quanti avevano avuto
notizia che la ditta Schiapparelli di Torino era
stata nominativamente denunziata dall’ONU sino dal dicembre 1950 come una delle fonti sicure dell’eroina
contrabbandata in USA e in Canada; e che la Guardia di Finanza aveva agito
contro di essa solo nel gennaio 1953?”.
E si può aggiungere, a completare il quadro, che si e dovuto arrivare al
febbraio 1955 perché il permesso di fabbricare stupefacenti fosse revocato a
questa Ditta.
POSSIAMO quindi dar
ragione all’on. Scelba: alla radice di questi scandali sono i facili guadagni
dovuti alle “torbide compiacenze amministrative”. Ma bisogna fare allora un
passo ulteriore e domandarsi come avvenga che queste compiacenze siano oggi
così largamente praticate, come mai siano oggi più numerosi i funzionari che
ignorano la massima fondamentale del servizio civile, sancita altresì dalla
Costituzione: “i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”
(art. 98). È indubbiamente connaturata in ogni burocrazia la tendenza ad
abusare del proprio potere: “in ogni burocrate, diceva Tilgher,
vive una particella infinitesimale dell’anima di Luigi XIV”, identificante lo
Stato con se stesso; e, per quanto riguarda in modo particolare burocrazia
italiana, basti ricordare quel che scriveva Sonnino sin dal 1911: “il
funzionario si va ogni giorno più anteponendo alla funzione cui dovrebbe
servire e che ne costituisce la vera ragione d’essere; burocrazia, che dovrebbe
essere soltanto l’organo dello Stato al servizio dell’interesse pubblico,
diventa fine a se stessa”.
Ma uno Stato democratico ha
molteplici difese contro questo pericolo. In primo luogo la stessa coscienza
democratica dei cittadini, che sa che lo Stato è espressione di tutta la
collettività. E che alla collettività, al popolo, appartengono i poteri sovrani,
per cui il funzionario è al servizio dei cittadini e deve esercitare le sue
funzioni nell’interesse dei cittadini. In secondo luogo lo stesso ordinamento
delle pubbliche funzioni, basato su un sapiente equilibrio di distinzioni, di
limiti e di controllo, che non dovrebbe consentire abusi e comunque permette
agevolmente di scoprirli e di reprimerli. Infine, al di sopra di questi
controlli, il controllo più generale della pubblica opinione e del Parlamento.
In Italia invece questi rimedi non
hanno funzionato in questi anni. È abbastanza evidente perché abbia scarsamente
funzionato il primo. Il regime fascista aveva degradato i cittadini al rango di
sudditi e dato un crisma di infallibilità alla Autorità, con l’“a” maiuscola.
L’Autorità si considerava pertanto titolare in proprio del potere e il suddito
era alla mercé dell’arbitrio. Ora, poiché sono rimaste le leggi fasciste, con
l’ampio margine di discrezionalità lasciato alla Pubblica Amministrazione, e
sono rimaste ad applicarle i funzionari fascisti, era difficile che potesse
stabilirsi nei rapporti fra cittadini e Stato un costume democratico. Anche su
questo punto abbiamo l’autorevole testimonianza dell’on. Scelba, il quale, al
culmine dello scandalo Montesi, invaso dal sacro fuoco della moralizzazione,
tenne un discorso ai Direttori Generali dell’Amministrazione statale il 13
marzo 1954, in cui disse: “Non è dubbio che nell’Amministrazione ci siano
elementi e fattori negativi: le ragioni sono molteplici, imputabili soprattutto
alle conseguenze della dittatura, della guerra e del dopoguerra... Un difetto
nostro, che ci deriva forse dai lunghi periodi di servitù al domino straniero,
è che noi abbiamo dei diritti dei cittadini un senso inadeguato e non
corrispondente alle esigenze di un regime democratico... Quante volte, per
ottenere il pagamento di una somma dovutagli, il cittadino è obbligato a pagare
una tangente, piccola o grande che sia?”. E dopo questo riconoscimento, ecco il
rimedio moralizzatore proposto: “occorrerà stampare qualche cartello e metterlo
nei corridoi, nelle anticamere dei nostri ministeri con su scritto: ‘Ricordati
che sei al servizio del pubblico!’”.
In realtà sarebbe stato necessario
ben altro che il cartello. Perché la vera radice del male non è neppure nella
burocrazia, ma nella mentalità di regime con cui la Democrazia Cristiana ha
governato in questi anni. Infatti se la democrazia rappresenta un equilibrato
sistema di distinzioni e di controlli nell’esercizio delle diverse funzioni
pubbliche, il “regime”, nel senso in cui il fascismo ci ha abituato a usare
questa parola, incarna appunto la tendenza alla soppressione di ogni
distinzione e di ogni controllo. Non si tratta infatti soltanto dell’abitudine
ormai dilagante dei “controllori controllati”, dei funzionari per esempio che dovrebbero
controllare gli infiniti enti statali e parastatali, e che viceversa sono
immessi proprio nei consigli di amministrazione di quegli enti su cui il loro
controllo dovrebbe esercitarsi, sicché in ultima analisi il consiglio
d’amministrazione non ha più nessuno a cui rispondere ed è libero di far ciò
che meglio gli aggrada, come è accaduto per l’INGIC.
Il fenomeno è più grave, in quanto
è la stessa classe dirigente politica, cioè in ultima analisi i dirigenti della
politica democristiana, che deliberatamente tendono a sopprimere limiti e
controlli per poter fare lecito il libito. Strumento
importante di questa politica è il sistematico insediamento al vertice di tutti
gli enti statali e parastatali - continuamente moltiplicati fino a costituire
un’indecifrabile giungla - di uomini di partito o ligi al partito, e il
tentativo di impadronirsi per questa via anche dei più delicati organi di
controllo. Non riesce poi naturalmente difficile alla classe dirigente politica
di assicurarsi la complicità dell’alta burocrazia - ai cui elementi fidati non
si lesinano favori di incarichi e prebende - per giungere alla violazione
sistematica della legge. Che ciò sia fatto per ragioni politiche, o per
procurare denaro al partito, o per bassi interessi personali non porta a
conseguenze molto diverse: quando i freni e i controlli democratici vengono a
cessare, quando la mentalità di “regime” si è impadronita delle alte sfere
politiche e burocratiche è difficile distinguere il motivo politico da quello
affaristico, e la tentazione è troppo forte di abusare anche per fini privati
di un potere incontrollato.
Non per nulla dietro ad ognuno dei
più gravi scandali che hanno commosso l’opinione pubblica si profila l’ombra di
un ministro. Dietro allo scandalo dei dollari, c’è una circolare ministeriale
di cui il ministro I. M. Lombardo e il sottosegretario Clerici si son palleggiati la responsabilità, che autorizzava i
funzionari a concedere licenze senza fare le indagini, che prima erano
obbligatorie, sulla figura dei richiedenti. I traffici di Montagna non eran forse resi più facili dal fatto che egli poteva
aggirarsi al Viminale come un padrone di casa, che
era socio d’affari del figlio del ministro Spataro, e
testimone alto sue nozze, insieme con Scelba?
MA IL CASO più
clamoroso resterà il caso Giuliano. Qui abbiamo un ispettore di polizia che
parte espressamente da Roma per andare in Sicilia a banchettare, portando
panettone e liquori, con il bandito che è inseguito da molteplici mandati di
cattura, e gli offre di espatriare clandestinamente. Abbiamo un capitano dei
carabinieri che ospita in casa propria un altro bandito, pur esso inseguito da
mandati di cattura, e sotto la sua protezione lo accompagna a spasso per
Palermo. Abbiamo un colonnello dei carabinieri che rilascia a banditi
certificati di benemerenza con la falsa firma del ministro degli Interni.
Abbiamo un altro ispettore di polizia che rilascia salvacondotti ad altri
banditi, anch’essi ricercati. Questi fatti sono noti, pubblici, pacifici,
ammessi dagli stessi interessati. Nessuno è stato punito, nessuno è stato
denunciato dai suoi superiori o dal ministro. E come avrebbero potuto esserlo
se lo stesso ministro degli Interni era complice di questa generale illegalità
e avallava pubblicamente una versione ch’egli sapeva falsa dell’assassinio di
Giuliano, coprendo così con la propria autorità un delitto di omicidio?
Ma un solo caso, grazie alla tenace
e coraggiosa azione di un magistrato, un funzionario di primo piano si è visto
trascinato in giudizio: in tutti gli altri casi un silenzio discreto ha coperto
gravi responsabilità. Fu un giornalista americano, Edmund
Stevens, che all’apice dello scandalo Montesi, nel
marzo 1954, scrisse su Christian Science Monitor: “Lasciando da parte il
pro e il contro dello scandalo corrente, i democratici cristiani subiscono ora
le conseguenze della prolungata immunità politica, goduta da certi loro
esponenti o da taluni dei loro associati. Sino da quando il primo gabinetto De
Gasperi venne formato non un solo pubblico ufficiale è stato processato per
malversazione, non un solo scandalo, in cui fossero coinvolte alte personalità,
venne sollevato, sebbene, in parecchie occasioni, sembrasse a molti che non ne
mancassero i motivi”.
Oggi che è caduto l’on. Scelba,
l’uomo che più di ogni altro leader
democristiano ha fatto dell’abuso e del disprezzo della legge regola di
governo, oggi che il potere è passato in altre mani, formuliamo per l’on. Segni
l’augurio che egli abbia il coraggio di colpire. Ma soprattutto di risalire
alle cause, e di ristabilire quel gioco delicato e complesso di controlli, di
limiti e di distinzioni, senza il quale la democrazia muore e gli scandali
fioriscono.
LELIO
BASSO