Il “sovrano”
Garantire a tutta la compagine sociale l’esercizio libero
dei propri diritti è il compito primo di un governo democratico
di Lelio Basso
Dopo aver dedicato in questi ultimi
mesi una decina di articoli ad illustrare su Il Contemporaneo, prendendo spunto e occasione da casi singoli e da
vicende varie, la realtà dei rapporti fra cittadino e Stato nell’Italia di
oggi, mi pare sia giunto il momento di soffermarmi su qualche considerazione
più generale, ispirata appunto ai casi finora trattati e alle osservazioni che
di volta in volta ne sono scaturite. Rispondo così anche implicitamente ad
alcuni lettori, a cui i casi illustrati o i commenti ad essi dedicati avevano
suggerito qualche interrogativo.
Non ho la pretesa
naturalmente di affrontare su queste colonne il problema in termini
rigorosamente scientifici, né di scienza politica né di diritto costituzionale.
Ma, pur tenendomi su un terreno giornalistico, non dimentico e non trascuro le
premesse scientifiche che confortano la mia esposizione.
Uno dei difetti fondamentali che
viziano nell’Italia di oggi questo rapporto fra lo Stato e il cittadino è la
mancanza di una coscienza e di una prassi democratica nelle cosiddette
“autorità”. Si dimentica cioè l’aspetto essenziale di una società democratica dove
lo Stato dovrebbe essere l’organizzazione giuridica di tutti i cittadini, chiamati in condizioni di eguaglianza a
partecipare all’esercizio della funzione sovrana.
Da ciò consegue che in un regime
democratico, che fosse realmente e compiutamente tale, la vecchia antitesi fra
lo Stato e il cittadino dovrebbe in realtà sparire: le autorità, il governo,
ogni incarnazione del “potere”, non dovrebbero contrapporsi - e tanto meno
sovrapporsi - ai cittadini, ma dovrebbero considerarsi lo strumento esecutivo
della loro volontà. Come nelle vecchie monarchie i ministri e i funzionari
erano al servizio del sovrano, erano appunto esecutori della sua volontà (e
come tali erano superiori ai “sudditi”), così in un regime democratico essi
dovrebbero considerarsi al servizio del sovrano democratico che è il popolo,
cioè l’insieme di tutti i cittadini.
Come si esprime questa volontà
sovrana, che, secondo l’art. 1 della nostra Costituzione, “appartiene al
popolo”? Soltanto mediante l’elezione del Parlamento, cui è affidata la scelta
del supremo indirizzo politico e in pari tempo la funzione legislativa, cioè
precisamente la traduzione in norme generali di quella volontà? No, perché le
elezioni presuppongono i partiti, e i partiti alla lor
volta la propaganda, cioè la stampa, le riunioni, ecc. Giustamente l’art. 49
della Costituzione dice che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi
liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la
politica nazionale”.
Il funzionamento dei partiti è
parte integrante della vita democratica, ed essi costituiscono la forma
principale attraverso cui il cittadino prende parte all’esercizio della
funzione sovrana. Ma non è concepibile partito senza manifestazione di
pensiero, senza libertà di riunione e di associazione: perciò anche gli altri
diritti garantiti dalla Costituzione sono essenziali all’esercizio della
sovranità, e il cittadino che di questi diritti si vale lo fa in virtù della
sovranità che appartiene al popolo. In altre parole l’esercizio dei diritti di riunione,
di associazione, di stampa, ecc. costituisce un momento dell’esercizio del
potere sovrano, e i cittadini che se ne valgono, e proprio nell’atto che se ne
valgono, lo fanno in quanto titolari di una funzione pubblica (e quindi
anch’essi “funzionari”), anzi della massima fra le pubbliche funzioni.
Nulla di più assurdo quindi che
pretendere di sottoporre l’esercizio di questi diritti, cioè di questi momenti
della funzione sovrana, all’autorizzazione di un questore o di un prefetto,
vale a dire di funzionari inferiori, che dal sovrano dipendono e da lui sono
istituiti e dotati di potere per ubbidire alla volontà sovrana.
Eppure, nonostante l’evidente
assurdità di questa situazione, non si può dire che essa susciti la profonda e
generale riprovazione di tutti coloro che sono o si credono democratici. Gli è
appunto che molti luoghi comuni, molte tradizioni del passato, e anche molte
più o meno volute confusioni offuscano ancora una chiara visione di questi
problemi.
È chiaro, per esempio, che il
popolo non può esercitare direttamente la sua funzione sovrana in tutte le sue
manifestazioni: esistono quindi altri organi attraverso cui tale funzione si
esercita, e fra questi organi ha certamente importanza primaria il governo. Ora
il governo, come organo politico, è espressione della maggioranza, la cui
volontà viene appunto considerata come volontà sovrana. È giusto pertanto che
il governo, così come il Parlamento che lo esprime, cerchino di tradurre in
indirizzo politico e in norme giuridiche la volontà della maggioranza, a
condizione però di non opprimere le minoranze e soprattutto di non impedire ad
esse, come facenti parte della collettività nazionale, di contribuire con la
critica e con la propaganda, a “determinare la politica nazionale”. In altre
parole, perché si possa riconoscere una legittima volontà della maggioranza,
bisogna che tutto il popolo, e cioè anche la minoranza di oggi, possa
egualmente partecipare all’elaborazione di questa volontà e magari mutarla,
mutando la maggioranza.
Perciò appunto il governo, pur
dovendo attuare la volontà della maggioranza di cui è espressione, deve altresì
- come organo subordinato al sovrano che è il popolo tutto - garantire
l’esercizio della funzione sovrana, cioè garantire a tutto il popolo il libero
esercizio dei propri diritti. Per questo suo compito il governo non può più
riconoscere maggioranze o minoranze, ma soltanto cittadini eguali aventi eguali
diritti; i ministri, in quanto sono capi delle singole branche in cui si divide
la pubblica amministrazione, devono dimenticarsi di appartenere a un partito,
per ricordare soltanto che la Costituzione fissa come norma fondamentale del
regime democratico appunto “l’imparzialità dell’amministrazione” (art. 97).
Questo duplice aspetto del governo
e dei ministri - ad un tempo espressione della maggioranza e quindi di uno o
più partiti, ma capi e garanti di un’amministrazione “imparziale” - è troppo
spesso dimenticato in Italia, così come si dimentica che tutti i cittadini,
anche gli avversari del governo, sono partecipi del potere sovrano, e che tale
potere esercitano anche quando fanno dell’opposizione.
Deriva da questa duplice
dimenticanza la politica delle discriminazioni, degli abusi, degli arbitrari
divieti, delle illecite ingerenze; deriva da questa duplice dimenticanza se,
come è spesso accaduto, ministri, prefetti e questori anziché servire, come è
loro dovere, il sovrano e garantirgli l’esercizio della sua sovranità, servono
interessi di parte, e con ciò stesso divengono dei funzionari infedeli al loro
dovere, in stato di ribellione contro il sovrano e contro l’ordinamento
giuridico della collettività nazionale.
A questi concetti -
pur senza averli espressamente svolti - era ispirato il recente richiamo
dell’on. Tambroni, ai soprusi dei prefetti; pur conoscendo le immense
difficoltà che si oppongono a un radicale mutamento di rotta, siamo lieti di
registrare questo suono diverso che danno per la prima volta, dopo anni di
prevaricazione, le parole di un ministro degli Interni.