L’opinione di Lelio Basso sul
terrorismo
Si è molto parlato di terrorismo in Italia in questi ultimi tempi, ma mi
pare che ben di rado si siano fatte le dovute distinzioni fra i fenomeni
diversi che vanno sotto lo stesso nome, con il rischio di generare confusione.
Nel secolo scorso, la parola diventò di moda soprattutto a proposito dei
terroristi russi, che attentarono più volte - e qualche volta con successo -
alla vita degli zar o di ministri o di altri rappresentanti del potere.
Fenomeni analoghi, ma assai meno numerosi, si ebbero anche in altri paesi per
rivendicazioni nazionali o ad opera di anarchici. Il movimento operaio non ha
mai fatto proprio questo metodo di lotta, perché esso è per definizione un
fenomeno di massa che ha bisogno, per svilupparsi, di una vasta lotta di massa.
Tuttavia tanto Marx quanto Lenin ebbero parole di ammirazione per i terroristi
russi che al terrore ricorrevano perché non avevamo a loro disposizione mezzi
di lotta democratica. Anche in Italia del resto vi sono in molte città vie e
piazze consacrate a due terroristi del secolo scorso, Felice Orsini e Oberdan, attentatori rispettivamente di Napoleone
III e di Francesco Giuseppe.
Un fenomeno diverso è il terrorismo condotto per conquistare l’indipendenza
nazionale, come accade ancor oggi in Irlanda, nei paesi Baschi e in Israele da
parte dei palestinesi. E in passato, non va dimenticato, furono proprio gli
ebrei che, per insediarsi in Palestina, condussero una lotta terroristica
contro inglesi e arabi: l’attuale primo ministro di Israele, Begin, fu un capo terrorista.
Diverso è il caso delle Brigate rosse che conducono una guerriglia urbana a
scopo soltanto destabilizzatore, con la pretesa di costituire l’avanguardia
armata della rivoluzione.
A parte la ferocia del prezzo, su cui non occorre aggiungere parole, è
appena necessario osservare che essi lavorano in realtà in favore della destra.
Poco meno di un secolo fa, il 4 maggio 1886, nel quadro della lotta per le
otto ore, si tenne a Chicago un comizio anarchico in Haymarket
Square. In quell’occasione fu lanciata una bomba che
uccise un poliziotto e ne ferì oltre settanta: la polizia reagì uccidendo un
dimostrante e ferendone molti altri. 4 degli organizzatori della manifestazione
vennero impiccati sotto la falsa accusa di complicità nell’esplosione e su
tutto il paese si abbatté un’ondata repressiva senza precedenti. John Swinton, giornalista e
militante operaio scrisse: “la bomba è stata una manna per i nemici del
movimento operaio”.
Le parole di Swinton dovrebbero essere un ammonimento
per tutti: manifestazioni di questa natura sollecitano la risposta della
reazione che sfrutta ai propri fini l’indignazione della opinione pubblica la
quale aspira a vivere in una società tranquilla. È quindi doppiamente
necessario reagire con forza al terrorismo e isolarlo nel paese, ma a questo
non si giunge con semplici misure repressive anche se fossero piú efficaci di
quanto si siano finora manifestate. Il compito principale per dei democratici è
quello di eliminare le condizioni che favoriscono lo sviluppo delle Brigate
rosse e che si ritrovano nella politica governativa di questi 30 anni: in
particolare nelle mancate riforme sociali, nella mancata attuazione dei
principi costituzionali, nell’emarginazione di intere regioni e di gran parte delle
nuove generazioni da un lato, e dall’altro negli scandali a catena, negli
attentati di destra e nella strategia della tensione lungamente praticata
dall’alto, e nell’impunità assicurata a tutti i colpevoli di questi misfatti.
Occorre un mutamento radicale su questo terreno se si vuole che la democrazia
viva.
Lelio
Basso