DEMOCRATICI E NO
Da qualche giorno quasi tutta la stampa benpensante
spara di nuovo, tanto per non perder l’antica abitudine, su noi socialisti
accusati di essere ricaduti nel frontismo con la risoluzione del nostro
Comitato Centrale.
Ancora una volta è Saragat che dà il “la”,
scrivendo sulla Giustizia di domenica che “il frontismo, apparentemente
respinto con il superamento dei vincoli organici con il Partito comunista,
riappare nella totalità del suo significato”, perché abbiamo osato scrivere
nella risoluzione che “la lotta per la democrazia in Italia richiede l’apporto
e lo sforzo di tutti i lavoratori italiani”. Subito dopo, anche la Direzione
del P.R.I. ha trovato nei nostri atteggiamenti “una colpevole involuzione in
senso frontista”, e tutt’intorno a noi sentiamo un mesto coro di dolenti per il
mancato “ricupero del P.S.I. alla democrazia”.
Ed ancora una volta è attorno ad un equivoco che si
cerca di imbrogliare le carte e confondere le idee. È chiaro infatti che la
“democrazia” a cui si vorrebbe ricuperare il P.S.I. è una cosa assai diversa
dalla “democrazia” per la cui attuazione nel nostro Paese noi stimiamo
necessario l’apporto e lo sforzo di tutti i lavoratori. Sono tanti anni che
siamo abituati a veder usata questa parola in sensi assai diversi, come
democrazia formale o sostanziale, politica o sociale, come metodo o come
contenuto di una politica, e in tempi più recenti abbiamo imparato a conoscere
anche una “democrazia protetta” e una “democrazia popolare” e finalmente,
secondo la distinzione di un illustre studioso, una “democrazia governata” e
una “democrazia governante”. Perciò è giusto che si mettan
le carte in tavola e si dica chiaramente di quale democrazia si intende
parlare.
Ebbene, per quel che ci riguarda, noi non abbiamo
bisogno per questo di scomodare né gli immortali principi né le sacre tavole e
neppure dobbiamo far ricorso a sottigliezze giuridiche. La democrazia per la
quale ci battiamo oggi in Italia è semplicemente la democrazia contenuta nella
Costituzione italiana. È cioè la democrazia fondata sulla sovranità (art.1) e
sull’eguaglianza (art.3) dei cittadini, sul suffragio universale ed eguale e
non truffaldino (art.48), sulla laicità dello Stato (artt.7-8), sul rispetto
dei fondamentali diritti di libertà per tutti (art.13 e seguenti),
sull’Indipendenza della Magistratura (art.104), sull’imparzialità della
pubblica amministrazione (art.97); è una democrazia che postula, per diventare
realtà, possibilità di lavoro (art.4) e di istruzione gratuita (art.34) per
tutti, che prescrive per ogni lavoratore una retribuzione “sufficiente ad
assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (art.36); che
garantisce alla donna parità di retribuzione per parità di lavoro (art.37) e
agli inabili un’adeguata assistenza (art. 38), che vuole l’attività economica
sia pubblica sia privata indirizzata e coordinata a fini sociali (art.41) e la
proprietà privata subordinata al rispetto della sua funzione sociale (art.42),
che prevede limiti di estensione alla proprietà terriera privata (art.44) e
vuole i lavoratori partecipi della gestione delle aziende (art.46). È,
soprattutto, una democrazia conscia dei propri limiti, conscia di non potersi
considerare come effettiva realtà finché permangono i gravi squilibri economici
e sociali che angustiano il nostro Paese, e appunto perciò prescrive alla
Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale,
che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono
il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i
lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art.3).
Dice, il testo della Costituzione proprio così: “la
effettiva partecipazione di tutti i lavoratori”; ed è appunto dallo sforzo di
tutti i lavoratori che noi attendiamo la costruzione dello Stato democratico,
di uno Stato come quello prefigurato dalla Costituzione, da cui siano spariti
in primo luogo l’analfabetismo, la disoccupazione e la miseria. Senza lo sforzo
dei lavoratori, di tutti i lavoratori, questa democrazia non diventerà mai
realtà, perché essa ha la ventura di non piacere a lor
signori, di non piacere ai monopolisti, agli agrari, ai clericali, e anche di
non piacere a Saragat che in tanti anni di governo non ha mosso un dito per attuarla,
e si è accomodato così bene con la politica dell’immobilismo.
Ma non è da oggi che noi diciamo di volerci battere
per essa e di volerci battere con tutti coloro che per essa si battono.
Sappiamo che per la stessa democrazia si battono i radicali, speriamo che per
essa voglian battersi i repubblicani, abbiamo fiducia
che per essa si batteranno con noi molti socialdemocratici, come ce lo
confermano gli episodi di Cremona e di Iglesias dove abbiamo trovato dei
socialdemocratici al nostro fianco per dare a questi Comuni un’amministrazione
democratica. E sta in questi episodi già una prima indicazione di quelle “nuove
vie” e di quei “nuovi strumenti” dell’unificazione di cui parla la nostra
risoluzione, che prenderanno maggiore slancio e maggior forza se le correnti
minoritarie della socialdemocrazia non riusciranno a capovolgere la politica
dell’attuale gruppo dirigente. Perché - sia detto ben chiaro - noi non abbiamo
affatto rinunciato a perseguire la politica dell’unificazione, anche se abbiamo
constatato, come ricordava su queste colonne il compagno Nenni, il fallimento
del metodo prima adoperato; non abbiamo affatto rinunciato a mandare innanzi il
processo di unificazione dei socialisti “per dare il massimo sviluppo alla
lotta democratica”, non con trattative di vertici, ma direttamente con chi si
pone su questo terreno di lotta.
Ebbene, questa lotta democratica non può non avere
oggi un obiettivo preciso. Nessun sofisma sulla democrazia può annullare il
fatto che il massimo attentato compiuto in questi anni alla vita democratica
italiana è stato il tentativo della legge truffa, e nessun sofisma può
annullare il fatto che la più grave minaccia che pesa sulla democrazia
italiana, non per un lontano avvenire ma qui e ora, è ancora una volta la
minaccia dell’integralismo clericale, la minaccia di trasformare in regime il
monopolio democristiano del potere. Per far fronte a questa minaccia, per
risolvere non in astratto ma in concreto i problemi effettivi che si pongono
allo sviluppo della democrazia italiana, il P.S.I. non ha bisogno di essere
ricuperato: esso conosce la sua strada.
È la strada che abbiamo indicato a Venezia, sulla
quale camminiamo e cammineremo. Su di essa non incontreremo certo i fedeli
dell’immobilismo, i patiti del quadripartito, gli zelanti del centrismo. Ma ci
auguriamo di trovarvi tutti i lavoratori, compresi i cattolici e compresi i
comunisti, e per questo ci battiamo: il dibattito che svolgiamo in seno al
movimento operaio su tutti i temi che lo dividono è, a nostro parere, un dovere
verso la democrazia e un contributo positivo all’unità che non è un mito, ma,
come abbiam detto a Venezia, una conquista. A questo
dovere di dibattito, di lealtà, di chiarezza, di dissenso e di polemica non
intendiamo venir meno, e in ciò sta l’aspetto patente del superamento del
frontismo, ma neppure intendiamo venir meno ai nostri doveri verso la
democrazia che richiede, secondo l’insegnamento della Costituzione, la
partecipazione di tutti i lavoratori.
Quanto all’altra democrazia, quella di lor signori, la democrazia fondata sulla disoccupazione,
sulla miseria, sull’analfabetismo e sul semianalfabetismo, sulle
discriminazioni, sulle violazioni della Costituzione, sulle leggi fasciste,
sulle elezioni truffaldine, sul clericalismo, ecc., ci dispiace per tutti i
nostri zelanti consiglieri: a questa democrazia non saremo mai ricuperati.
LELIO BASSO