Fisco e frode
La legge
Tremelloni ha sollevato un coro di proteste fra le classi ricche abituate, per
tradizione, a non pagare le imposte esistenti
di Lelio Basso
“Ed il governo... che cosa ha fatto
per attirare a sé le classi lavoratrici? L’Italia è uno dei paesi in cui la
media dei salari è più bassa, ma è il primo paese del mondo per le imposte che
colpiscono i generi di prima necessità. Pensate che genere di sofferenze
producono in chi ha due o tre lire al giorno per mantenere sé e la famiglia, il
dazio consumo, la tassa sul grano, la tassa sul sale, la tassa sul petrolio e
tutto il sistema protettivo nostro che rincara enormemente tutto ciò che è
necessario alla vita!”.
Queste parole pronunciava alla fine
del secolo Giolitti, in un discorso di opposizione al governo rimasto famoso, e
da cui si può dire prenda le mosse la epoca giolittiana. Quando Giolitti così
parlava, la percentuale delle imposte dirette sul totale delle entrate
tributarie rappresentava circa il 45%, di poco inferiore alla media che si era
tenuta durante tutto il quarantennio di regno d’Italia. Oggi la percentuale
delle imposte dirette è scesa a circa la metà e non occorrono parole per
sottolineare quanto questo sistema tributario sia profondamente
antidemocratico, perché oppressivo delle classi povere, oltre che arcaico
rispetto alle esigenze di una finanza moderna.
Chi invece confronti il chiasso che
si è fatto in questi giorni intorno alla legge Tremelloni con l’acquiescenza e
il silenzio che hanno accompagnato poche settimane or sono l’aumento della
imposta sul sale, potrà misurare la sensibilità democratica della grande
stampa, e in pari tempo l’angustia mentale e l’insaziato appetito di una classe
dirigente la quale non sa rassegnarsi a vedere anche in lieve misura
compromessa una situazione di sfacciato privilegio che non ha riscontro in
nessuno dei principali paesi capitalistici, neppure in quelli che, per altri
rispetti, ci vengono quotidianamente indicati come i grandi modelli da imitare.
Che cosa significhi l’imposta sul
sale per la povera gente, in quale misura cioè questa imposta - assolutamente
inavvertita nel bilancio di una famiglia ricca - diventi sempre più gravosa per
i bilanci poveri e poverissimi in cui i generi assolutamente indispensabili e
incomprimibili acquistano un rilievo proporzionalmente sempre maggiore, non
occorre mettere in evidenza. Basterà ricordare la definizione di Lamartine che considerava l’imposta sul sale come l’imposta
sul sangue e sui nervi della povera gente.
Perciò il silenzio e l’acquiescenza
della grande stampa, degli organi responsabili in cui si esprime il pensiero
dei ceti padronali, sono in perfetta armonia con l’immenso scalpore che si è
fatto invece intorno alla legge Tremelloni, con gli attacchi indecorosi di cui
è stato oggetto il suo autore, con le agitazioni di borsa, con le pressioni
aperte e occulte che si sono esercitate sul governo e sul Parlamento e che
erano riuscite a paralizzare finora l’iter legislativo, come erano riuscite a
sbarcare il ministro “colpevole” in occasione dell’ultima crisi, con la
riluttanza palese infine con cui una larga frazione della maggioranza si è
decisa all’ultimo momento a rinunciare all’ostruzionismo.
Che cosa rappresenta infatti questa
legge Tremelloni? Non, si badi, un aumento delle imposte dirette, ma qualche
cosa di molto più grave: la pretesa di far pagare le imposte esistenti. Un
aumento infatti può lasciare abbastanza indifferenti le grandi imprese e i
grandi capitalisti, come pure i grossi speculatori e avventurieri della
finanza, avvezzi da molti decenni ad evadere sistematicamente il fisco con la
compiacente connivenza dello Stato, il quale non ha mai ignorato la vastità del
fenomeno. Secondo una studio del prof. De Nardo, capo dell’ufficio di
statistica del ministero delle Finanze, relativo all’anno 1951, il prodotto
netto d’impresa (per le attività industriali, artigiane e le affittanze
agrarie), si elevava a circa 2.250-2.350 miliardi, di cui solo 985 miliardi
dichiarati, ivi compresi i redditi esenti. La evasione risultava perciò di
circa 1.250-1.350 miliardi, cifra che deve ritenersi maggiore per gli anni
successivi, dato che se é aumentato il reddito denunciato è aumentato in
maggior misura il reddito percepito. E poiché ognuno sa che quanto più
un’impresa è di modeste proporzioni tanto minori mezzi ha in generale di
sfuggire al fisco, ne consegue che tale evasione è da attribuirsi soprattutto
ai redditi delle grandi imprese. E non meno grave certo è lo scandalo nelle
denunce dei redditi personali, grazie all’impiego di certi strumenti legali di
frode, fra cui principalissimo il riporto dei titoli
azionari, che consentiva alla maggior parte del reddito azionario di sfuggire
ad ogni denuncia.
Orbene, la colpa grave della nuova
legge consiste precisamente nell’abolire alcuni di questi mezzi, nel migliorare
gli strumenti di accertamento, allo scopo di obbligare anche i ricchi
contribuenti a fare una denuncia più aderente alla realtà di quanto non sia
finora accaduto. Obbligare i capitalisti a dire la verità, o almeno una parte
maggiore della verità, affermare anche nei loro confronti l’autorità dello
Stato, questa è la pretesa assurda che ha suscitato giustamente l’indignazione
degli interessati e fatto elevare un unanime coro di protesta. Perché essa va
contro la tradizione consolidata da decenni dello Stato italiano, che ha sempre
avuto un duplice volto: tutto lusinghe e favori verso le classi ricche e tutto
minacce e repressioni verso le classi popolari. Duplice volto che era del resto
una conseguenza dell’atteggiamento delle classi ricche, le quali han sempre considerato lo Stato come una proprietà privata
da sfruttare in ogni modo.
Su questo duplice atteggiamento non
si costruisce - è logico - uno Stato democratico, che presuppone invece
l’immissione anche delle classi sfruttate nella vita pubblica e la loro
partecipazione all’esercizio del potere statale, e implica perciò la rottura
del precedente monopolio dei padroni dello Stato. Il problema fiscale è, prima
di tutto, un problema di distribuzione del carico, quindi un problema politico.
Fra i tanti problemi che bisogna risolvere per l’edificazione dello Stato
democratico in Italia, è appunto quello di sottrarre quanto più possibile
l’autorità statale al beneplacito, se non interamente dei capitalisti come
classe, perlomeno dei singoli capitalisti, é di dare agli organi della pubblica
finanza l’autorità e i mezzi per obbligare anche costoro a dire qualche cosa
che assomigli alla verità. Non a caso l’art. 53 della Costituzione pone il
criterio della capacità contributiva e della progressività delle imposte fra i
principi politici dello Stato.
Realizzare questo principio
significa ottenere che l’apparato statale non sia subordinato all’arbitrio di
pochi ma tenda a diventare espressione della volontà e quindi dell’autorità
collettiva nei confronti di tutti i singoli, chiunque. essi siano.Questo è il
significato democratico della legge Tremelloni, la cui approvazione è stata
possibile per l’appoggio ch’essa ha avuto nell’opinione pubblica, il cui
intervento ha permesso di sottrarne la discussione al chiuso e agli intrighi
delle aule parlamentari.