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ARIALDO BANFI

FAUSTO BERTINOTTI

GIOVANNI BIANCHI

NORBERTO BOBBIO

LUCIANA CASTELLINA

LAURA CONTI

VITTORIO FOA

ANTONIO GIOLITTI

LUIGI GRANELLI

PIETRO INGRAO

CESARE MUSATTI

ELENA PACIOTTI

STEFANO RODOTA'

SALVATORE SENESE

BRUNO TRENTIN

LEO VALIANI

 

Arialdo Banfi
(Milano, 1913-1997)

Avvocato, antifascista, è tra i dirigenti del movimento “Giustizia e Libertà”. Nel 1943 partecipa alla fondazione del Movimento federalista europeo. Partigiano in Piemonte, nel dopoguerra è tra i dirigenti del Partito d'Azione e, dopo lo scioglimento del 1947, del Partito socialista, di cui sarà senatore per tre legislature. Nel primo governo Moro di centrosinistra viene nominato Sottosegretario agli Affari esteri.


Conobbi Lelio Basso quando, negli anni 1936-37, sono stato accettato quale pra­ticante procuratore legale nello studio di un certo avvocato Postiglione, abruzzese trapiantato a Milano, studio sito in via Andreani nello stesso stabile ove era lo stu­dio legale di Lelio Basso. Allora non sapevo che egli fosse militante antifascista, ma lo appresi quando entrai a far parte, introdotto da mio fratello Gian Luigi, architetto morto poi nel campo di sterminio nazista di Gusen, del gruppo Rollier.
I Rollier, come li chiamavamo, facevano parte di una famiglia valdese: il vecchio "papà Rollier" era un industriale proprietario di una fabbrica di pellami e aveva due figli, Mario e Guido: Mario sposato con Rita Isenburg, Guido sposato con una sviz­zera, Jacqueline Porret.
Non so come Lelio Basso fosse divenuto amico dei Rollier, forse perché sua mo­glie Lisli Carini era già amica di Rita Rollier, forse perché Lelio si era dedicato, tra l'altro, allo studio della teologia valdese scrivendo anche articoli per la rivista "Pro­testantesimo" diretta, allora, dal pastore Miegge, rivista che, utilizzando argomenti religiosi, riusciva a fare un po' di fronda antifascista.
Ricordo che il mio primo incontro con Lelio avvenne in occasione di una gita in bicicletta, appunto coi Rollier, mi è rimasto impresso il fatto che, transitando presso il seminario di Venegono, Lelio uscì con questa frase: "Ecco il pretificio da cui escono i preti fascisti". Non so se fosse vero o meno, ma quella parola "pretificio" si insinuò nel mio animo di ancora osservante cattolico, sebbene già cominciassi a prenderne le distanze. Vennero le leggi fasciste sulla razza, cominciarono le perse­cuzioni degli ebrei tra cui avevo molti amici e cominciò l'impegno mio e di Elena nell'antifascismo: era ancora una rivolta morale perché la scelta politica venne, per entrambi, durante la guerra, nel corso. della quale fui richiamato nell'esercito e fui lontano, per molti mesi, da Milano, ove ritornavo in occasione di licenze, talvolta lunghe perché avevo contratto una malattia allora diffusa tra i militari di presidio in Sicilia, l'ameba. Elena, rimasta a Milano, aveva aderito al Movimento di Unità Pro­letaria, il MUP, di cui Basso era il capo riconosciuto a Milano. Io ho aderito al Par­tito d'Azione insieme a mio fratello e ai due fratelli Rollier. Per i giovani di allora, specie se appartenenti a famiglie borghesi in cui non si parlava di politica perché veniva considerata una "cosa sporca" (tutta, compresa quella fascista) era già diffi­cile fare la scelta antifascista, ma ancor più era difficile inserirsi in un'organizzazio­ne in cui vigevano le regole della clandestinità di cui la prima era il sospetto verso i neofiti con la conseguenza che si era accolti solo se un altro militante fidato si faceva garante del tuo impegno antifascista. Si cominciava con i piccoli incarichi: io co­minciai col copiare a macchina il manifesto europeista scritto dai federalisti Color­ni, Rossi e Spinelli, tutti confinati all'isola di Ventotene; Elena fu incaricata da Baso di confezionare i tubetti di dentifricio entro cui veniva infilata, dal fondo, una lettera in scrittura minuscola involta in carta oleata: ricordo di averla aiutata a con­fezionare un tubetto per Lucio Luzzatto che era stato mio compagno di università prima di essere condannato dal Tribunale speciale fascista a molti anni di galera.
Con Elena discutevamo del nostro impegno antifascista: ero preoccupato perché mi pareva che Elena non osservasse le regole della clandestinità: lei era preoccupata perché io svolgevo propaganda antifascista tra i militari con gravi rischi. Basso ve­niva sovente a cena da noi e ci esponeva il programma del MUP: allora, per la pri­ma volta, sentii parlare di Rosa Luxemburg, che era il suo modello preferito, e del movimento spartachista, senza convincermi molto; Rollier mi aveva dato da leggere alcuni vecchi numeri del "Non mollare" diretto da Carlo Rosselli e l'idea del socia­lismo liberale mi convinceva di più, ma non cercai per questo di convincere Elena.
Nel 1942 conobbi Riccardo Lombardi nel periodo in cui si stava costituendo il Partito d'Azione e fu la mia scelta di vita. Durante i 45 giorni tra la caduta di Mus­solini e l'armistizio Basso fece della nostra abitazione in Milano, via Gustavo Mo­dena 36, un luogo di incontri tra i partiti antifascisti ed Elena mi raccontò, poi, che lì si era ricostituita la Camera del lavoro di Milano. Con l'8 settembre 1943 e l'inizio della Resistenza io andai a costituire bande partigiane in Piemonte e più precisa­mente in Val Pellice ove, ancora una volta, la base operativa era la casa Rollier a Torre Pellice ed iniziai la vita del partigiano, mentre Elena continuò a lavorare per il MUP che presto si unificò col ricostituito Partito Socialista Italiano con la sigla "PSIUP". In quel periodo ebbi rare occasioni di incontrare Lelio Basso sia perché ero sempre più impegnato in Piemonte, ove mi fu affidato l'incarico di rappresenta­re il PdA nel Comando Militare Piemontese, sia perché Elena, nell'ottobre 1943, era stata arrestata dalla polizia fascista in occasione di una retata nello studio dell'avvo­cato Valcarenghi, che era uno dei collaboratori di Basso così come lo era Corrado Bonfantini che ritrovai in Piemonte.
Valcarenghi era sfuggito all'arresto dell'ottobre e così, in occasione di un mio rientro a Milano ove il PdA mi aveva richiamato, mi incontrai più volte con lui e pensammo all'opportunità di fondere PSIUP e PdA: Valcarenghi mi disse di averne parlato con Basso, il quale gli aveva fatto presente le varie divergenze ideologiche tra i due partiti; cercammo ugualmente di avviare il dialogo, nel corso del quale in­contrai oltre allo stesso Valcarenghi il socialista Recalcati e l'avv. Monti del PdA: subito dopo un'altra retata della polizia fascista portò all'arresto dello stesso Valca­renghi e di Recalcati e tutto finì lì. Ricordo questo episodio perché non mutai la mia opinione sulla fusione tra i due partiti, che si realizzò alla fine del 1947. Tornato de­finitivamente a Milano, ricostituita la famiglia (Elena era stata rilasciata nell'aprile 1944) fui nominato segretario organizzativo del PdA Alta Italia; Basso era un espo­nente di primo piano del PSIUP e riprendemmo la consuetudine di incontrarci so­vente, anche perché Elena era molto amica della moglie di Basso e così si cenava spesso insieme.
La vicenda della fusione tra i nostri due partiti fu molto travagliata perché, so­prattutto nel PdA, -le opinioni erano molto diverse specialmente dopo che era avve­nuta la scissione del PSIUP con l'uscita di Saragat e dei suoi, tra i quali Valcarenghi e altri: anche tra i socialisti nenniani che avevano mutato il nome del partito in PSI vi era molta incertezza.
Lombardi, nominato segretario del PdA, in un primo momento propendeva per la fusione col partito saragattiano, ma poi, sia per lo spostamento a destra di questo partito in senso filoamericano, sia perché molti di noi giovani ci sentivamo più vici­ni al PSI, anche Lombardi si convinse.
In questa operazione l'opera di Lelio Basso fu assai importante: ci incontrammo più volte, Lombardi e Basso posero le premesse di un documento di unificazione e così nell'ottobre del 1947 il Comitato Centrale del PdA, riunitosi a Roma, decise lo scioglimento e la confluenza nel PSI.
Subito dopo essere entrato nel PSI che mi aveva cooptato nel Comitato Direttivo della Federazione di Milano mi accorsi che anche lì vi erano delle correnti e ne fui assai deluso, ma confidavo nella collaborazione tra Lombardi e Basso, entrambi so­stenitori di una maggiore autonomia del PSI nei confronti del PCI: al Congresso che precedette le elezioni dell'aprile 1948 noi sostenemmo che il PSI avrebbe dovuto presentarsi con liste proprie, Nenni era invece per la presentazione di liste comuni col PCI in un Fronte Popolare e Basso, che era, il segretario del PSI, sostanzialmente sulla nostra posizione, accettò poi l'impostazione di Nenni e noi, appena entrati nel PSI, non potevamo opporci e così fu il Fronte con le conseguenze ben note: la vitto­ria schiacciante della Democrazia Cristiana.
I rapporti tra Basso e Lombardi si erano, nel frattempo, incrinati; mi resi conto quanto fosse difficile la loro collaborazione: in effetti i due avevano caratteri e inte­ressi diversi: Lombardi guardava in modo particolare ai problemi economici, Basso a quelli ideologici: entrambi avevano una grande cultura, ma le origini li facevano diversi: Lombardi veniva dal movimento di "Giustizia e Libertà", Basso dal filone rivoluzionario che era stato alla base della fondazione del MUP. Da allora anche i miei personali rapporti con Basso non furono più quelli di prima, ma continuavamo a incontrarci a casa sua o mia o dai Rollier.
Quando cominciò a manifestarsi il dissenso tra Nenni e Basso mi parve fosse ve­nuto il momento di riavvicinare Basso e Lombardi e l'occasione fu il Congresso del PSI a Napoli del 1959 in cui Lombardi sollecitò Basso a candidarsi alla segreteria del partito: noi non eravamo contrari a una possibile collaborazione, anche a livello di governo, con la Democrazia Cristiana , ma ci sembrava che Nenni avesse troppa fretta e pensavamo che Basso, quale segretario, avrebbe meglio tutelato la linea po­litica del partito, ma lo stesso Basso, dopo qualche perplessità, decise per il no e co­sì fu eletto segretario Francesco de Martino.
Dopo d'allora i miei rapporti con Basso si fecero più rari anche se, in varie occa­sioni, ci trovammo a combattere le stesse battaglie; ricordo che al suo fianco parte­cipai a marce della pace contro la sporca guerra degli Stati Uniti nel Vietnam e ciò anche contro le direttive del partito socialista. E venne la scissione della sinistra so­cialista dopo che il PSI decise, nel novembre 1963, la partecipazione al governo con la DC. La scissione non fu voluta da Basso ma da quelli che, allora, chiamavamo "carristi", perché avevano preso posizione favorevole all'URSS in occasione della repressione della rivolta in Ungheria (Valori, Vecchietti, Libertini e altri); alla fine Baso decise di seguire questi compagni nel nuovo partito che indebolì nel comples­so la sinistra socialista che si era costituita in corrente con a capo Riccardo Lom­bardi.
Basso poi più che occuparsi del suo nuovo partito si dedicò ai rapporti internazio­nali prendendo iniziative importanti e coraggiose come la costituzione del Tribunale Russell, prese numerose iniziative per sostenere la politica antiamericana nel Medio Oriente e l'ultima volta che mi incontrai con lui fu in occasione della Conferenza sul Medio Oriente organizzata dall'allora presidente egiziano Nasser e mi resi conto di quale importanza fosse la figura di Basso nel contesto dei paesi del Terzo Mon­do.
Io, dunque, nella vita politica ebbi due maestri tanto diversi l'uno dall'altro ma entrambi mi hanno dato molto: Basso la passione per i libri di cui è stato, da sem­pre, attento raccoglitore, tanto da creare una delle più ricche biblioteche di libri, giornali, riviste di studi politici: Lombardi quella per i problemi dell'economia, che fece di lui un valido collaboratore all'elaborazione della strategia delle riforme.

[Tratto da Aa.Vv., Socialismo e democrazia. Rileggendo Lelio Basso , Concorezzo, Gi. Ronchi Editore, 1992 che raccoglie le relazioni e gli interventi dell'omonimo convegno svoltosi a Milano nel 1988]